NY Chronicles – fluttuando nel melting pot (parte 1)

IMG_4007Il Mito della Grande Mela non è mai stato il mio mito. Sentire conoscenti parlare rapite della Quinta Avenue, rivedere i grattacieli in TV serie dopo serie, sentirsi addosso i riflessi dell’Empire State Building non mi hanno mai provocato quella sacra “febbre”. Ma come ogni volta, l’ispirazione per il prossimo viaggio mi è sempre venuta in viaggio… e stavolta, volando verso la Costarica, lo scalo all’aeroporto di Newark mi ha fatto intravedere la skyline di New York con altri occhi…
QUANDO: una settimana, dal 6 al 12 maggio (volo con scalo a Londra, a/r con scalo a Heathrow 460 euro
DOVE: ospiti da Rick, Uptown Manhattan, 762 euro 2 pax per 6 notti
BUDGET: Totale mio budget per una settimana 1.500 euro.

Sabato 6 maggio

east harlemAtterro sabato pomeriggio in solitudine – mia sorella aveva già prenotato e mi raggiunge in serata – e subito mi dirigo verso la nostra “casa” americana. Dopo aver guardato hotel e ostelli e sentito pareri di colleghi e amici, la decisione era stata unanime: Airbnb tutta la vita. E in effetti con Matt&Rick ci troveremo benissimo: coppia gay, entrambi lavorano nel settore medico, entrambi con origini esotiche (il tenebroso – e figo – Matt con nonna di Santander, mezzo indiano Rick, il tipico ragazzone americano che scoppia di salute), in un appartamento curatissimo con tre stanze in affitto con Airbnb, in quello che ormai è già un tranquillo East Harlem, sulla 102esima strada. Da brava abitante di Brenta/Corvetto, non potevo che capitare in “El Barrìo”, il quartiere ispanico, costellato di ristoranti e attività latine.

Fatto il check-in, mangio in un vicino scalcinato Mc Donald’s per avere il polso della situazione: squallore, porzioni enormi di bovino, clientela solo nera; intorno casermoni e campetti da basket per i ragazzini delle scuole. Buttandomi in centro la situazione si stravolge, tra le vetrate eleganti di Broadway, le insegne di Times Square e i negozi della Quinta. La mia vera scoperta è la metropolitana di New York, su cui è davvero possibile incontrare chiunque: afro-americani rappettari con le catene al collo, coppie di rispettabili americani di origine europea che leggono ciascuno il proprio libro fianco a fianco, un ebreo osservante con lo zuccotto, mandrie di madri ispaniche con figli al seguito. Altro che melting pot! high line
In attesa di mia sorella decido di dirigermi verso la High Line, un residuato post-industrial molto in tono con il tema di ValcuviaExpress (vedi foto); si tratta infatti di un parco verde ricavato da una sezione abbandonata della ferrovia West Side Line, costruita nei primi anni 30 e abbandonata negli anni 80, percorrendola al tramonto si ha un’affascinante vista dell’Hudson, tra i binari da cui spunta l’erba occhieggiano installazioni artistiche. Al ritorno ne approfitto per fare la mia prima spesa newyorkese e comprare un’enorme e ipercalorica New York Cheesecake, che ci farà compagnia nelle colazioni dei giorni successivi… La Bea arriverà tardissimo, trafelata dopo un viaggio in un taxi collettivo che però le sarebbe costato solo 25 USD (io, arrivata presto, avevo potuto scegliere AirTrain + metro).

Domenica 7 maggio

bethel-gospel-assemblyDomenica mattina andiamo a Messa in una chiesa di Harlem; dopo varie ricerche – vorremmo evitare le funzioni più turistiche, abbiamo letto di chiese in cui ti chiedono 20 USD per partecipare! – scegliamo la Bethel Gospel Assembly, dove ci fanno sedere dietro ma i fedeli ci coinvolgono per tutto il tempo nella sentitissima funzione, molto diversa dalle cerimonie cattoliche: canti corali sul palco (a un certo punto persino io mi commuovo), sermone, Eucarestia, con frammenti di cracker e bicchierini di mosto che passano tra i banchi. Pranzo da Subway e andiamo verso il memorabile attraversamento del Ponte di Brooklyn: freddo, pioggia e vento pazzeschi non ci fermano e dalle Brooklyn Heights – dove costeggiamo la casa di Truman Capote – ci avviciniamo sempre di più a Manhattan, godendoci il profilo della skyline del Financial District. Pare spiovere e quindi decidiamo di andare a scoprire un altro pezzo da novanta della Grande Mela, il mitico Central Park: immenso polmone verde della città, oltre ad essere il paradiso di chi fa sport o va a correre custodisce decine di curiose attrazioni come il Belvedere Castle, la Bethesda Terrace, il Bow Bridge. Noi ci facciamo una passeggiata nella parte centrale, in zona Belvedere, ma ci sarebbe da starci per giorni.

Lunedì 8 maggio

IMG_3951Lunedì è il nostro giorno da turiste europee con la macchina fotografica. Con il NY City Pass (abbiamo scelto quello da 76 euro per 3 attrazioni) saliamo sulla (quasi) cima dell’Empire State Building, da cui su tutti i lati abbiamo una vista incredibile di tutta la città e dove decido i miei grattacieli preferiti, del tutto agli antipodi: l’elegante Chrysler Building, con il suo profilo art-déco, e il modernissimo One World Trade Center, il quinto grattacielo più alto del mondo, costruito vicino a dove sorgevano le Torri Gemelle, tra le anse del fiume Hudson (che non riesco a guardare senza pensare all’aereo di Sully che si butta all’ammaraggio). Ci rilassiamo sui tavolini di Herald Square, passeggiamo sulla Broadway e dopo un salto a Times Square by day andiamo a visitare la spettacolare New York Library, dove le nuvole della Rose Main Reading Room sopra la nostra testa sembrano scoperchiare un cielo infinito. Quanto avrei voluto fermarmi a leggere, guardando ogni tanto il soffitto…
Per pranzo ci affidiamo ad un consiglio della Lonely Planet NY, che si rivelerà una vera e propria chicca: il Burger Joint è un minuscolo localino di hamburger, introvabile da chi non sa già dove andare a cercare… una volta entrati nell’hotel Le Parker Meridien, bisogna cercare dietro le tende della hall un’insegna luminosa a forma di hamburger. Di qui si varca la soglia di quello che sembra un vero e proprio speakeasy: luci basse, poster vintage sulle pareti firmate, hamburger deliziosi.

I musei a NY chiudono presto, perciò saltiamo con la metro verso il Guggenheim Museum, dove giriamo a spirale nell’architettura di Frank Lloyd Wright, ci guardiamo il nostro amico Chagall e i vari Kandinsky, Modigliani, Picasso, senza dimenticare il cesso d’oro di Cattelan, che (ci dicono) invita a dedicarsi ad un rapporto intimo con l’arte… infatti è in un bagno vero ed entra una persona per volta! Ritorniamo in centro e andiamo a vedere l’ormai mitologica Grand Central Terminal – la stazione ferroviaria più grande del mondo, teatro di innumerevoli addii cinematografici – e visitiamo la Saint Paul’s Cathedral. In serata seguiamo un altro azzeccatissimo consiglio gastronomico della Lonely – che, ribadisco, non sarà il massimo con le cartine ma con i locali sgarra raramente – e andiamo a mangiare all’Izakawa Mew, un ristorante giapponese anch’esso introvabile (l’insegna si perde tra i coreani circostanti, e dovremo chiedere più volte prima di trovarlo) dove mangeremo un sushi squisito circondate da moltissimi giapponesi e orientali (e io vivrò il mio primo esperimento – questo fallito – con la birra frozen, ovviamente una diavoleria inventaIMG_4147ta in Giappone). Estenuate, non possiamo esimerci dal fare due passi fino a Times Square, che vediamo per la prima volta di notte in tutta la sua chiassosa magnificenza: gente ovunque, insegne luminose di ogni tipo (sembra di stare a Tokyo), l’Hard Rock Café, passa un carro dei pompieri della FDNY… l’overload sensoriale è assicurato e ce ne torniamo a casa americanizzate.

(… to be continued…)

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LIEBSTER Award – Discovering new blogs…

liebsterRitorno alla fase “social” del mio blog, quella che risale al lontano 2008, a splinder e alle cene dei blog dei blog varesotti, quando ancora c’era il mitologico gibbone ed io ero una sbarbata precaria statale.

Oggi ringrazio unisciipuntini78, che mi invita a questo simpatico giochino, e rispondo alle sue domande. Sotto trovate le mie nomination. Per partecipare si deve:
Pubblicare il logo del Liebster Award sul proprio blog. Ringraziare il blog che ti ha nominato e seguirlo. Rispondere alle sue 11 domande. Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers. Formulare altre 11 domande per i blogger nominati. Informare i blogger della nomination.

  1. Quando é nata la tua passione per la scrittura? Ho iniziato a leggere e scrivere prestissimo, prima di andare a scuola avrò avuto 5 anni. Ricordo ancora la prima cosa che ho scritto, su fogli a righe dei primi 3 anni delle elementari (quelli con lo spazio per bordare le “l” e le “g”): “I matrimoni di Gattina”, decine di pagine dedicate alla mia gattina di peluche, che aveva 3 mariti: un cagnolino s. Bernardo, un coniglio con il gilet e un terzo peluche che non mi ricordo 🙂
  2. Preferisci scrivere o leggere? Adoro entrambe le cose, ma se devo scegliere, è scrivere che mi dà più benessere.
  3. Come immagini la tua Vita tra 5 /10 anni? Tra 10 anni amo immaginarmi in un ecovillaggio.
  4. Vino o Birra? Birra, belga, in bottiglia, possibilmente ad un concerto rock 🙂
  5. Caldo o Freddo? Caldo. Sono freddolosissima – mi chiamano “montanara atipica”, perché pur venendo dalle valli del Varesotto soffro davvero il freddo.
  6. Unisci i tuoi puntini ogni tanto? E quando lo fai? Quando sei felice o triste? Di solito i miei puntini si uniscono quando sono felice, e trovo un senso a eventi e scelte passate… dicersamente restano un po’ a random!
  7. Fiction o Film – e perchè? Film, perché mi immergo totalmente in un sogno
  8. Sport di squadra o Sport individuali  – e perché? Sport individuale… faccio fatica a coordinarmi con altre persone, e per sfogarmi amo la bicicletta, un modo molto intimista per sfogarsi!
  9. Ti piace cucinare? Ho poco tempo e cucino pochissimo… quando riesco mi rilassa, ma non sono proprio una cuoca provetta
  10. Qual é il tuo cibo preferito? Maiale, cinghiale, cervo… purché sia salame!
  11. Shopping on line o in negozio? Preferisco in negozio… anche se per i libri ormai è diventato quasi indifferente.

NOMINATION

https://kansch.wordpress.com/
https://pascolovagante.wordpress.com/
http://lapazienzadelragno.iobloggo.com/
https://detersiviallaspina.wordpress.com/
http://varesecreativa.blogspot.it/
http://ignoranzadiritorno.blogspot.it/
https://undentedileone.wordpress.com/
https://ilmondodelleparole.wordpress.com
https://downshiftingbaby.wordpress.com/
https://laviandante.com/blog/
https://viaggiamenteblog.wordpress.com

DOMANDE

1) La tua città preferita e quella che non sopporti
2) Libro cartaceo o ebook?
3) Quando hai aperto il blog e perché
4) Che cosa ne pensi dei social network?
5) Che cosa volevi diventare da piccolo?
6) Racconta una tua piccola mania
7) Hai animali?
8) Qual è il tuo soprannome?
9) (classico) Il rosso o il nero
10) Chi è il tuo eroe/la tua eroina di sempre?
11) Che cosa ti piacerebbe dire al web ora?

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On the road e on the railway in Crna Gora. Breve favola balcanica.

MontenegroQuesta è la storia di una solitaria di tre giorni nel misterioso Montenegro, anonimo Paese ben nascosto tra i ben più noti cugini serbi e croati, incastonato tra i Balcani e bagnato dal Mediterraneo. Una foresta ricca di perle che ora rischia di essere la “new destination” per le vacanze estive insieme all’Albania, come certa cementificazione a Budva sembra inquietantemente suggerire. Ecco qualche suggestione, prima che sia troppo tardi…

Црна Гора – Дан 1: Подгорица и Будва (Montenegro – giorno 1: Podgorica e Budva)

mercato

Atterro nel minuscolo aeroporto di Podgorica alle 9.30 circa. Vado in cerca del fantomatico shuttle della Montenegro Airlines, che secondo la guida Bradt e certe voci sui forum con 3 euro ti dovrebbe condurre diretto in Trg Republik: come già detto su alcuni forum, sappiate che tutti ne parlano ma NON ESISTE. Con 12 euri troverete dei taxi che vi porteranno diretti in centro. Parto con l’esplorazione: prima tappa il mercato (Velika Pijaca), dove compro delle deliziose fragoline. Mi sposto poi verso la Nova Varos (Città Nuova), attraverso il fiume Ribnica, costeggio l’Università del Montenegro con la statua di Pietro I e arrivo nell’opulenta Cattedrale della Resurrezione di Cristo (Hram Hristovog Vaskrsenja), dove partecipo clandestinamente a un matrimonio ortodosso: la cattedrale, modernissima, non mi fa impazzire con le sue arroganti dimensioni e l’oro esondante, colpisce però l’affresco dove vengono ritratti in mezzo alle fiamme dell’Inferno Tito, Marx ed Engels, tutti insieme appassionatamente.

cimitero podgorica

Attraverso il Millennium Bridge, simbolo della città, ed eccomi nella Stara Varos, la Città Vecchia: carino il Ponte Vecchio sul Ribnica, dove vedo dei ragazzi impegnati a ripulire la città dai rifiuti, ma il vero e proprio gioiellino è l’antica Chiesa di san Giorgio, la più antica – risale all’XI secolo – ai piedi della collina Gorica; proprio dietro alla chiesetta, un piccolo cimitero molto dark e infestato dalle erbacce nasconde un’inquietante leggenda… si dice che tutti i sarcofagi siano vuoti, perché i corpi dei cristiani sepolti sarebbero stati riesumati e ghigliottinati da un gruppo di musulmani che si stavano vendicando dell’omicidio di un mercante.
dajbabe manastirFermo un taxi e parto destinazione Dajbabe Manastir, un bellissimo monastero dell’Ottocento scavato nella roccia sotto la collina Dajbabska Gora – anche qui non perdo l’occasione per importunare i riti ortodossi e mi ritrovo a fotografare un battesmo, mentre i preti ne approfittano per chiedermi da dove vengo e strizzare l’occhio agli “Italianski”.

Rientro in città ed eccomi sull’autobus per Budva. Dopo un’ora e mezza di saliscendi tra montagne boscose, la costa è quasi un miraggio. Budva è una città antichissima, di origini greco-romane, secondo la leggenda fondata da Cadmo e Armonia durante la loro ricerca di Europa rapita da Zeus, circondata dalle mura medievali del XV secolo e che ancora conserva le strette stradine medievali. Bellissima da girare di giorno e di sera, da visitare la Citadela, la Chiesa di s. Ivan e la Chiesa s. Sava. Mi godo una birretta sulla spiaggia – la scoperta bellezza delle spiagge sarà la rovina di Budva, che già porta tracce di cementificazione selvaggia – cena con cevapcici e ostello (Freedom Budva), dove il simpatico Milos mi spiega vita morte e miracoli della cittadina.

Црна Гора – Дан 2 – Котору (Montenegro – Giorno 2 – Cattaro)

kotorTre quarti d’ora di bus ed eccomi a Kotor, l’antica città marittima di Cattaro, in posizione storicamente strategica a dominare le Bocche di Cattaro, l’unico fiordo naturale del Mediterraneo. Kotor, fondata da Roma, per chiedere protezione contro i Turchi nel 1420 si sottomise liberamente ai Veneziani, che diedero alla città la sua attuale impronta architettonica e urbanistica che le hanno valso il titolo di Patrimonio dell’Unesco. Il centro è un dedalo di viuzze medievali ricchissime di gioielli: la Cattedrale di san Trifone, la Piazza d’Armi con la torre dell’orologio, le chiese e gli eleganti palazzi barocchi. Passeggiare per le vie di Kotor significa anche incontrare decine di gatti, il simbolo della città: qui c’è anche un simpatico Cats Museum, con un’esposizione in due sale di cartoline, francobolli, documenti e articoli di giornali di tutto il mondo. Divertente arrivare nel cuore del Montenegro per ritrovare un articolo illustrato della Domenica del Corriere, che racconta la storia di un cane che salva un vecchio gatto sordo che rischiava di essere investito da una macchina, in Valcuvia!

Impegnativa ma imperdibile la salita fino alla Fortezza di san Ivan: 1.350 scalini per godere di una panoramica spettacolare sul fiordo; a metà strada, la suggestiva Chiesa di Nostra Signora della Salute, secondo la leggenda costruita dai reduci di una delle pestilenze che hanno colpito la città. Un altro mistero legato alle chiese della città è laIMG_20170423_112747 presenza dei Templari, di recente rilanciato su un blog per una croce patente fotografata sull’architrave della Chiesa di S. Maria. Devo purtroppo rinunciare alla gita in barca sul fiordo (le fanno solo in estate), perciò riprendo il bus e torno a Podgorica, dove alloggerò in una camera della guesthouse Feels like home (comoda, low cost, vicino alla stazione dei bus, ma alquanto fredda). Domenica sera la città è sonnolenta, locali chiusi e poco o nulla da fare: con il buon Zarko, conosciuto su CS, beviamo una birra locale e facciamo un giro per la città, dando un’occhiata anche al Karver, un bookshop café alternativo sul fiume, di cui avevo letto su internet e in cui non mi sarebbe dispiaciuta una puntatina. Zarko mi svela anche il mistero del maltempo primaverile: si dice che quando la Pasqua ortodossa cade lo stesso giorno di quella cattolica, sarà pioggia a catinelle!

Црна Гора Дан 3 – Од Подгорице до прије Поље на пруге Бар-Београд и манастира Милешева (Montenegro giorno 3 – Da Podgorica a Prije Polje sulla ferrovia Bar-Belgrado e il Monastero di Mileseva)

viadotto di mala rijekaEd ecco il piatto forte del viaggio: gita su un tratto della mitica ferrovia Bar-Belgrado, una tra le linee più belle d’Europa, con una spettacolare panoramica tra le montagne che culmina con il passaggio sul viadotto sul Mala Rijeka, il più alto del mondo con i suoi  200 m di altezza. Prendo il treno delle 8.10 da Podgorica (anche solo chiedere da che binario parta il treno è un’impresa: nessuno parla inglese o italiano, e mi affido a un mitico conversation book per turisti inglesi) e mi immergo nello spettacolo: viadotti, gallerie, montagne, villaggi isolati che man mano che si sale si spruzzano di neve, più o meno all’altezza di Obluska, fino alla stazione di Kolašin, la più alta della tratta. Sconfino in Serbia a Bijelo Polje – dovce ci fermiamo un po’ per dogana, polizia e controllo documenti – e arrivo verso la 1 a Prije Polje, dove ho deciso di scendere per visitare il Mileseva Manastir, con il suo famoso Angelo Bianco. Ho solo 3 ore ma grazie a un fido tassista serbo riesco a godermi il monastero (a circa 6 km dalla stazione) e a fermarmi a leggere un po’ di Moby Dick sul ciglio di un canale nei pressi… sembra quasi di stare sulla Martesana.

Il ritorno è destinato agli incontri, conoscenze sul treno o sguardi sulla vita che corre ai lati dei binari. A Vrbnica una donna fa passeggiare il suo cagnolino, mentre nei pressi su un tavolo sotto un alberello in fiore si tiene un conciliabolo di maschi alfa serbi. Sul treno conosco un signore australiano di cui non saprò kolasinmai il nome, che si sta facendo l’Eurail per 2 mesi e mi racconta le sue avventure sulla Transiberiana. A Bijelo Polje due ragazzi si abbracciano sui binari, incuranti di qualsiasi cosa stia accadendo intorno, mentre sale una signora con la figlia e offre a tutto lo scompartimento caramelle alla menta.  E’ un’immagine bellissima che per me chiude il viaggio: mentre fotografo la stazione di Kolašin, innamorata del vintage di queste rotaie balcaniche, un anziano signore vestito di nero, col suo berretto d’altri tempi, alza la mano in un gesto di saluto. E subito ripartiamo.

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Fa’ la cosa giusta 2017

Fa' la cosa giusta 2017E così anche quest’anno sono andata a sbirciare a Fieramilanocity tra gli stand di Fa’ la cosa giusta. Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, è arrivata alla 14esima edizione ed ormai anche per me è un appuntamento annuale (per qualche tempo, quando abitavo in Bicocca, ho frequentato i simpatici ragazzi dell’associazione Insieme nelle terre di mezzo, che organizza il programma culturale della fiera).

Nel 2017 le presenze registrate tra il 10 e il 12 marzo sono state 70.000, con un forte exploit la domenica; io dovendo ritornare a casa per il week-end mi sono accontentata di una toccata e fuga il venerdì pomeriggio, che però mi ha dato le solite soddisfazioni, con qualche novità inFa' la cosa giusta 2017 più: nella sezione “Mangia come parli”, dedicata al biologico, c’erano sempre più stand di aziende vegan, con tanto di mini corsi di cucina con la FunnyVeg Academy (qui lo dico e qui lo nego… ma io della carne non posso fare a meno!); in anteprima europea è stato presentato il progetto di mobilità sostenibile Ecowatch-Intelligent Seed di Sharengo, che introdurrà a Milano dei veicoli elettrici in car sharing che potranno monitorare e trasmettere in wi-fi dati ambientali come il livello di inquinamento dell’aria; la Scuola delle buone pratiche, organizzata da LegAutonomie e Terre di mezzo, in collaborazione con l’Associazione Borghi Autentici d’Italia, con sessioni di lavoro dedicate al tema della bellezza come strumento di rigenerazione del tessuto sociale ed economico.

Bombetta di AlberobelloTra le piccole curiosità che mi porto a casa, a random:
la mia bellissima borsa Gazpacho fatta di telone di camion con stampa digitale 🙂
la realtà dell’albergo diffuso: vera e proria struttura alberghiera a tutti gli effetti, mette in rete “camere” che sono in realtà vere e proprie case autonome, sparse in borghi di pregio (per essere riconosciuti, infatti, devono sorgere in borghi che abbiano caratteristiche ben precise); è un modello di ospitalità che si basa su sostenibilità e valorizzazione del territorio, infatti tra i fornitori ci sono sempre aziende agricole del luogo; a Varese aderisce all’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi il Borgo di Mustonate;
– lo street food de noantri, tra cui la mitica bombetta di Alberobello (vedi qui a sinistra la foto): uno spettacolare involtino di carne di capocollo di maiale, farcita di formaggio, sale e pepe, che ti servono in coni di carta e con una fetta di pane d’Altamura
– la birra al carciofo della birreria artigianale Gruit di Brindisi. Ho trotterellato intorno allo stand con diffidenza, finché non ce l’ho fatta e me ne sono presa una bottiglia, che devo ancora assaggiare… devo dire che la chiara cruda che sono riuscita a scroccare alla spina era spettacolare!
– il Camino di Santiago in salsa italica: la Magna Via Francigena, da poco recuperata, lungo l’asse Agrigento-Palermo, per millenni percorsa da pellegrini e viaggiatori che collega la Balarm araba alla rocca di Agrigentum, attraverso antiche vie storiche e paesaggi mediterranei.

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26/12/2016

non importa. sarebbe stato bello, fossero state cose vere, solo per poterle guardare nel loro esistere

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Tavolate in mezzo al nulla

blog_2013_giu_italiani_in_tavolaAdoro le osterie, le tavolate in posti grezzi, i quadretti molto rossi e forse non più troppo bianchi. Le situazioni conviviali, magari e soprattutto se ricreate in un locale scovato per caso in mezzo al nulla. A random, tre dei miei posti grezzi preferiti all’estero, che non riuscirei – penso – nemmeno a ritrovare:

Locanda di Sokolac (Bosnia Erzegovina). Ecco un posto di cui non ricordo nemmeno il nome, e nessun motore di ricerca mi potrà aiutare. Era la primavera del 2016, e durante il Balkan Tour stavamo arrivando a Sarajevo da Belgrado; dopo un tortuoso percorso tutto a tornanti, il miraggio di un ristorante sulla destra, con tanto di camion parcheggiato sotto, ci fermiamo per una sosta a base di tè e birrette. Locale vuoto, quasi uno chalet: il soffitto con le travi di legno, la stufa di ghisa, le tendine traforate alle pareti, le riviste di gossip da parrucchiere sul tavolo. Non avevamo modo di farci capire dall’adorabile signora bosniaca, che non parlava né italiano né inglese, se non indicando le cose sul menù, o con i gesti: per avere un tè caldo, mi sono diretta verso il frigorifero, ho preso un Estathè e ho mimato di metterlo sulla stufa. Una sola cosa mi è certa: eravamo, al più tardi, negli anni ’80.

Ristorante di Tres Rios de Coronado Cortes (Costa Rica). Tres Rios è un piccolo paese in mezzo alla foresta non lontano dalla costa pacifica meridionale della Costa Rica. Nessun motivo per andarci, ma – durante il mio ultimo viaggio con Avventure nel Mondo – scendemmo a passare la notte fin qui di fatto per errore, non avendo poi il tempo di scendere e vedere la bella penisola di Osa. Sempre per errore ci siamo fermati al ristorante sbagliato, che non era quello consigliato dalla canadese new age che gestiva l’hotel dove pernottavamo. Stanchezza a gogo, autista incazzato perché avrebbbe dovuto partire prima quella sera per andare a dormire altrove: l’atmosfera che si è creata tra i 15 ha spazzato via tutto, una tavolata spettacolare tra Imperial (la birra nazionale) e casado a buon prezzo. Per concludere la serata, tornando indietro il nostro pullmino non ce l’ha fatta ad affrontare la salita sterrata che portava al nostro alloggio: siamo scesi e l’abbiamo fatta a piedi.

Olde Bridge Grill Cafe (USA). Forse un po’ più nella “civiltà” – è persino su TripAdvisor – il Bridge è un saloon arredato in stile cow-boy, bancone e tavolini di legno, biliardo e attrezzi da ranch appesi alle pareti. Gestito dai Navajo nel cuore di Mexican Hat, dove a parte la Route 163 c’è ben poco, ci mangiai un tacos spettacolare e inconscientemente provai per la prima – e ultima – volta nella mia vita la famigerata Dr. Pepper, la dolcissima bibita analcolica di cui vanno ghiotti gli americani (ne bevono a litrate). Non tavolate ma tavolini “volanti” – a parte il tempo materiale di mangiare, si vagava tra un tavolo e l’altro – ricordo ancora la luce di mezzogiorno, così forte a riflettersi sulle rocce aride dello Utah, così in contrasto con l’azzurro carico del cielo, sulle route deserte dell’Ovest.

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Sul Margorabbia, d’inverno, ci si siede a testa in giù. Pensieri congelati, azioni rarefatte: tanto freddo, e nessuno intorno. Un barchino arrugginito finge di salpare su pochi cumuli di neve, strisce di pneumatici incerte, a zig zag su quelle che erano piste ed ora sono solo bianco. Se ci fosse una direzione, a chi chiederla? Un vecchio con un berretto blu si allontana, trascinandosi dietro i suoi anni e – chissà perché – un lungo ramo secco. Senza senso, un profumo febbrile, come di violetta, si materializza vicino all’argine, per svanire senza lasciare alcuna traccia.

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Viva Cuba Libre? Tra autopiste e vicoli dell’Isla Grande

sfondo

L’Avana by night

C’è una calle in Centro Habana – si chiama Concordia – dove al numero 418 c’è un fascinoso palazzo coloniale del 1930 in rovina. Sul tetto, un ristorante di lusso, “il paladar de las estrellas”, reso famoso nel 1994 dal controverso film Fresa y Chocolate… per arrivarci, bisogna attraversare vicoli miseri, maleodoranti, pieni di detriti; poveri di luce ma pieni di musica ad ogni ora, affollati di cubani che si affacciano sulla soglia di casa. Una volta sul tetto, sembra di essere trasportati in Europa: i frequentatori sono solo ricchi europei o americani, quasi sempre arrivati in taxi o con auto parcheggiate appena sotto l’uscio, per non avventurarsi nei vicoli…

Lo scenario della Guarida rievoca le contraddizioni dell’Isla Grande. La miseria della gente a fianco dei piaceri esclusivi dei turisti, i fasti coloniali sgretolati dal tempo, una cultura troppo vivace per soccombere alla censura di regime. C’è chi si rassegna ma, maestro nell’arte dell’arrangiarsi, tira avanti, a suon di musica. Questa è la storia di un viaggio on the road a Cuba a fine 2015, prima che il disgelo commerciale con gli Usa cambi l’isola… con una breve appendice messicana, tra i reperti maya di Quintana Roo e Yucatan e il gioiellino di Valladolid.

Periodo: dal 12 al 26 dicembre 2015 (alta stagione, clima caldo, circa 30°, ma secco)
Costo totale Cuba/Messico: circa 2.200 euro (oltre al costo dei voli, a Cuba abbiamo cambiato in CUC/speso 800 euro)
Voli: 380 euro volo BluePanorama Malpensa-Habana, 150 USD volo Interjet Habana-Cancun, 550 euro volo Condor/Lufthansa 550 euro
Alloggi: costo medio di una camera per 2 in casa particular: 30 CUC a notte in alta stagione, in Messico circa 900 pesos per doppia.
Libri: Guida Modadori di Cuba; a Cuba di Danilo Manera.

All’Avana, tra fasti e contraddizioni

1cubaAtterriamo all’Avana il 12 pomeriggio, dopo un volo di 11 ore. All’aeroporto c’è già ad attenderci Josè, che ci porterà nella nostra prima casa particular cubana, Casa Caribe (vedi qui recensione). Primo incontro con i taxi dell’isola – scassati e senza cinture di sicurezza – e con i taxisti: ne conosceremo tantissimi, e con altrettanti chiacchiereremo del più e del meno, tra doppio sensi alla cubana e discorsi seri sulla situazione dell’isola. La mia parola d’ordine per Cuba è “Itagnolo”: un ibrido linguistico che mischia italiano, rudimenti di spagnolo e anche qualche inopportuna parola di dialetto lombardo, con cui comunque riusciamo bene o male a farci capire ovunque. Ci sistemiamo e in serata andiamo a cena alla vicina Guarida: atmosfera affascinante, prezzi alti e cibo nella media, ad uso di soli stranieri bianchi.2cuba
Il giorno dopo ci buttiamo sul Malencòn e andiamo verso Centro Habana: Paseo del Prado, Capitolio, Hotel Anglaterra e il Museo de la Revoluciòn, ex palazzo presidenziale del dittatore Fulgencio Batista, oggi esposizione interessante – ma molto autocelebrativa – che racconta eventi e personaggi della Rivoluzione, dove conosco meglio il buon Camilo Cienfuegos, eroe della rivoluzione morto a soli 27 anni, come le rockstar, in un incidente aereo mai chiarito. Il pomeriggio vaghiamo per la meravigliosa Habana Vieja: tra Plaza de la Cathedral (in foto) e il mercatino di libri di Plaza de las Armas, è un susseguirsi di gioielli coloniali ed edifici dai colori vivaci. Ceniamo alla famosa Bodeguita del Medio di Hemingway, e dopocena andiamo al cinema Yara per l’ultima serata di proiezioni del Festival del cinema latinoamericano, dove vedremo il discreto film cileno “El Club”.

cuba3Lunedì escursione alla Valle di Vinales, che decidiamo di prenotare con Havanatur; la guida – piuttosto scorbutica – non sarà un granché, ma la zona ovest dell’isola è davvero affascinante, con una verdissima vegetazione tropicale e i tondeggianti mogotes, alture calcaree che svelano la natura carsica dell’area, e parecchie grotte, tra cui la Cueva dell’Indio, dove faremo una gita in barca prima di rientrare alla base facendo tappa al Mural de la Prehistoria (tamarrissimo, tanto quanto impagabile è la pina colada dei chioschetti…la mejor de mi vida :-)). Prima di Vinales visitiamo la fabbrica di sigari Francisco Donatien a Pinar del Rio, dove vediamo all’opera i torceadores e dove mi vien voglia di candidarmi come lector: per mezza giornata, infatti, in fabbrica c’è un lettore che legge libri ad alta voce per intrattenere gli operai durante il lavoro. Un’usanza diventata Patrimonio Culturale di Cuba, e non stupisce: negli anni ’60 erano gli stessi operai a pagare il salario del lettore, che formava la loro cultura intrattenendoli.

Martedì mattina abbiamo una missione: revoluciontrovare il modo di arrivare alla Laguna del Tesoro, dove ho prenotato un'(apparentemente) fantastica camera all’Hotel Villa Guamà, tutto fatto di bungalow su palafitta, come ricostruzione di un villaggio indio, e un modo di esplorare il parco naturale della Peninsula de Zapata. Tragicomica esperienza all’arcinoto terminal dei bus Viazul: fila infernale, stampanti ad aghi che sputano carta, bambini che piangono, gente disperata che telefona, e un’impiegata baffuta ci comunica con tono sadico che non c’è più posto sul Viazùl per Playa Giròn… l’unico non prenotato dall’Italia, volendo valutare anche l’opzione taxi. Dopo aver vagato per l’immancabile Plaza de la Revoluciòn (foto sopra) e le vie universitarie del Vedado, all’hotel Havana Libre una gentile impiegata di un tour operator ci avverte: ha sentito in radio e tv di cedimenti strutturali delle palafitte! Meglio controllare… dall’hotel confermano e annulliamo tutto, prenotando per l’indomani la spettacolare escursione Caribbean Day di Cubatur con ritorno all’Avana. Nel pomeriggio andiamo verso est e visitiamo il Castillo del Morro, una fortezza costruita dagli spagnoli alla fine del XVIII secolo, e dopo essere arrivate in taxi attraverso il tunnel una carretta del mare ci porta all’Habana Vieja.

cuba4Il Caribbean day: un simpatico ragazzo in jeep ci porta fino alla Cienaga de Zapata, dove dopo una tappa a Playa Larga visitiamo il villaggio taìno di Guamà, il Criadero con i cattivissimi coccodrilli, la Cueva de los Peces, per poi rilassarci e fare snorkeling a Caleta Buena. La mia prima volta in maschera e di sicuro la prima volta in mezzo a pesci di colori così spettacolari, che si lasciano avvicinare dalle molliche di pane e a volte ti mordicchiano pure. Abbiamo la possibilità di parlare del più e del meno (il ragazzo oltre allo spagnolo parla un ottimo inglese), e scopriamo che, da dipendente di un tour operator di Stato, guadagna circa 20 CUC al mese (meno di 20 euro)… peccato che una buona parte debba restituirle come “condivisione mance” con il personale che lavora negli uffici. Certo, nulla rispetto ai medici che, guadagnando trenta euro circa al mese, a volte devono trovarsi un secondo lavoro per arrotondare… ricordo di aver letto la storia di un primario che alle 17 staccava per fare il tassista. E’ questa una dicotomia paradossale e inquietante del sistema sociale cubano: da un lato chi lavora a guadagna i CUC del turismo, dall’altro i dipendenti statali, spesso estremamente qualificati e con un salario del tutto simbolico.

cuba5.jpgLa mattina seguente prendiamo il Viazùl all’alba e dopo un ottimo viaggio arriviamo a Trinidad (molto carina la casa particular di Guerrino, italiano di Ferrara trasferito a Cuba). La città è uno spettacolare gioiellino coloniale, sembra una cartolina con tutte le sue casette colorate, quasi tutto quello che c’è da visitare è in centro: Plaza Mayor, la Iglesia Parroquial de la Santisima Trinidad, il Palacio Brunet (purtroppo chiuso per restauro) e il Palacio Cantero, spettacolare palazzo neoclassico con una torre da cui si può vedere tutta Trinidad. Fuori dal centro, al tramonto andiamo a vedere l’evitabile Ermita de Nuestra Senora de la Candelaria, e il Cabildo de los Congos Reales de San Antonio, dove alle statue di Sant’Antonio fa compagnia l’effigie di Oggùn, il suo corrispondente nel culto del Palo Monte: a Cuba sono ancora diffuse le fedi animiste (vedi qui info sulla famosa santerìa), e per proteggersi gli orishos nei secoli hanno preso le forme dei santi cristiani. Dopocena andiamo a sentire un po’ di musica alla Casa de la Musica, dove troviamo uno spettacolo tribale dal vivo, salsa e tanti stranieri.

Dopo tutto questo viaggiare arriva la tanto sospirata due giorni di spiagge caraibiche. Scegliamo come base la città di Remedios, per vedere qualche scampolo di preparativi delle Parrandas, la scatenata festa pre-natalizia della cittadina, per il resto molto tranquilla  e rilassata, fuori dai circuiti turistici di massa, si sviluppa intorno alla piazza principale con le due chiese; pernottiamo all’ostello Casa Richard, che prende il nome dall’arzillo Ricardo, un nonno cubano intraprendente che ci affitta una bellissima e ampia stanza con tutti i comfort. Per 50 CUC cuba6andata/ritorno il tassista Alexì ci accompagna per due giorni alle due spiagge di Cayo Santa Maria che abbiamo scelto: Playa Las Salinas (gratuita) e Playa Las Cabiotas (4 CUC a testa), due fantastiche spiagge tropicali con la sabbia bianchissima e il mare di 3 spettacolari sfumature di azzurro. Pochissima gente in spiaggia, nessun bar, più cubani che turisti: un angolo di Eden ancora al riparo dal turismo di Varadero, che però si avvicina sempre di più (da Las Salinas vedevamo le ruspe in azione per i nuovi resort di Santa Maria: ancora qualche anno, e la spiaggia libera non sarà più tale…).

cuba7L’ultimo giorno a Cuba lo passiamo a Santa Clara, dove il Che combattè la famosa battaglia, catturando un treno carico di armi inviato dal dittatore Batista, conquistando la città e preparando la vittoria per la rivoluzione. In città in realtà c’è poco o nulla da vedere: oltre ai palazzi del centro, dietro al complesso scultoreo dedicato al Che c’è un museo che mi sarebbe piaciuto molto visitare, peccato fosse stato appena chiuso per la pioggia (!). Qui incontriamo due simpatiche ragazze australiane, impegnate in un anno sabbatico intorno al mondo (invidia), e mi premio con le ultime Pina Colada, prima di prendere il taxi per l’Avana e volare verso il Messico.

Mi sono ammalata di Cubanite? Non lo so. Quello che è certo, è il gusto agrodolce di un Paese meraviglioso, pieno di contraddizioni, una natura lussureggiante e un’arretratezza tecnologica fuori dal tempo, un popolo caldo e vivace, colto, ma costretto dalla miseria ad avere un occhio fisso sull’utile (uno spagnolo conosciuto a Vinales, per la decima volta sull’isola, ci diceva che per lui è impossibile per un occidentale avere amici cubani, sempre interessati).

A Cuba tutti stanno bene, e tutti vogliono andarsene…

(continua in Mexico…)

 

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Japan Rail Tour 2015 – tra Yin e Yang

E fu così che dopo il Capodanno valenciano, le sorelle rurali della Valcuvia decisero di dribblare anche le festività 2014/2015, stavolta con il primo viaggio intercontinentale: destinazione Giappone, a caccia di contrasti tra la spiritualità dei templi e la folle ipertecnologia nipponica. Budget totale per 14 giorni (incluso tutto, volo Milano Malpensa/Tokyo Narita, tutte le accomodation alcune in camerata, Japan Railway Pass): 1.750 euro.

Tokyo (23, 24, 25 dicembre 2014)

ShibuyaFinalmente, dopo più di 12 ore di volo e uno scalo a Vienna, atterriamo con un volo Austrian Airlines a Tokyo Narita, e corriamo subito ad accaparrarci il mitico Japan Railway Pass, prenotato mesi prima, e con il Narita Express in 80 minuti siamo a Shinjuku. E’ il primo impatto con le forsennate stazioni di Tokyo: Shinjuku è la stazione più frequentata del mondo, con 3,5 milioni di persone in transito, ed è un crocevia assolutamente immenso di gente che corre per ogni dove, tra centinaia di indicazioni e di linee della JR e della metro (anche l’ultimo giorno faremo fatica a districarci). Il quartiere di Shinjuku sarà la base per le nostre esplorazioni, in un Vintage Hotel ovviamente piazzato nella zona meno raccomandabile di tutte, Kabuki cho, il quartiere a luci rosse che si dice sia gestito dalla Yakuza, pieno di pachinko e locali notturni (per la cronaca, noi abbiamo avuto zero problemi). Qui andiamo subito a cozzare contro il lato più tamarro del Giappone, tra grattacieli, centri commerciali e mega-insegne pubblicitarie, il tutto corollato da luci al neon e suoni robotici, persino il verde dell’attraversamento pedonale è accompagnato da un cinguettio elettronico assolutamente improponibile!
Dedichiamo la giornata al cazzeggio: ciotola di ramen al bancone di un locale (qui ci accorgiamo subito di essere moolto lente a mangiare rispetto agli efficientissimi giappo, che giuriamo aver visto sbirciare l’orologio mentre eravamo al tavolo) e via, passeggio nella zona est di Shinjuku e poi visita alla zona ovest, quella dei grattacieli e dei palazzi governativi, dove saliremo al piano 45F del Tokyo Metropolitan Government Offices per ammirare la metropoli dall’alto: nuvole e grattacieli che si riflettono su altri grattacieli. Serata a Shibuya (vedi foto), il quartiere della movida, dove salutiamo la statua del cane Hachiko, visitiamo l’immane centro commerciale Shibuya 109 (dove nascerà la mania di mia sorella: il vestitino “vittoriano” delle lolite giapponesi, che però troveremo solo a Tokyo) non prima di esserci buttate all’attraversamento del famosissimo incrocio di Shibuya, “la mischia”, l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, dove la gente attraversa a centinaia in tutte le direzioni riuscendo sempre a schivarsi. Cena con un sashimi mediocre, ci accorgiamo che il sushi non è ovunque e non è assolutamente il cibo più diffuso tra i giappo.
La mattina dopo si parte per Tsukiji, il mastodontico mercato ittico dove ogni giorno pare siano trasportate più di 2.400 tonnellate di pesce; andiamo con calma – d’inverno la famosissima quanto cruenta asta del maguro, dove di recente un tonno rosso di 342 chili è stato venduto per quasi 400mila dollari, è chiusa – e ci ritroviamo a vagare tra banchi di pesce freschissimo dribblando i pericolosissimi muletti del mercato, per poi mangiare in uno dei ristorantini del mercato, dove ci Santuario di Asakusamangiamo un chirashi paradisiaco. Svolta “spirituale” nel pomeriggio, con la visita al nostro primo vero e proprio tempio giappo importante, il Senso-ji di Asakusa, dove come tutti ci affumichiamo di incenso per ottenere la buona salute, in cambio di un’offerta consultiamo il nostro bigliettino della sorte (la mia, che sarà poi confermata a Nikko, è una “regular fortune”!) e ci diamo ai regalini nel Nakamise-dori, una strada tutta di bancarelle che porta dal portale Kaminari-mon al tempio vero e proprio. Come più intensamente a Kyoto, ci iniziamo a stupire per la commistione tra spiritualità e mondanità dei santuari nipponici: si va al tempio non solo per pregare ma anche comprare i dolcetti e i regali per gli amici, come in effetti si vede in manga tipo Proteggi la mia terra. Mordi e fuggi in altri due quartieri, con la passeggiata al parco Ueno-koen e una seratina al Pink Cow di Roppongi, “Californian café”, un po’ il locale radical chic della situazione, dove facciamo la conoscenza di baristi e clienti stranieri o mezzosangue, ma pochissimi veri giappo.
La mattina di Natale tuffo nel mondo degli anime con la visita al Museo Ghibli di Mitaka, tutto dedicato al mondo degli anime del maestro Miyazaki; i biglietti del museo vanno prenotati in anticipo decidendo già data e ora della visita, o comprandoli tramite agenzia (in Italia) oppure tramite uno dei terminali dei Lawson (come abbiamo fatto noi, bravissime ma aiutate da una commessa perché le scritte sono tutte in giappo!). Il museo, che raccoglie disegni tratti dai cartoni animati dello studio e ha una piccola sala di proiezione dove viene proiettato un corto di 20 minuti di Miyazaki, è carino anche se sinceramente mi aspettavo di più… punto forte per i bambini sicuramente il divertentissimo gattobus tratto dal cartone Il mio amico Totoro. Dal mondo della fantasia ci buttiamo nella follia iper-tecnologica della Eletric Town di Akihabara, Tokyo Towerche dopo la seconda guerra mondiale era diventata la zona del mercato nero di pezzi di radio ed oggi è una sequela infinita di centri commerciali che vendono videogiochi, manga e articoli per gli otaku (gli appassionati di manga giapponesi), vi si trova veramente di tutto e per tutti i gusti, senza farsi mancare una buona dose di erotismo (assurdo vedere riproduzioni di carri armati con sei collegiali discinte draiate sopra, supereroi crocifissi ma soprattutto che dire di Paperina in versione sexy vampira dark?!). Adiacente ad Akihabara c’è Jinbocho, un quartiere ben diverso, molto più “vintage”, dove si può spulciare tra gli scaffali di più di 100 librerie di libri usati. In serata mi dirigo da sola (mia sorella è in preda alla febbre e rientra alla base) verso la Tokyo Tower, dove faccio in tempo a vedere parte di un rito buddhista nello Zojo-ji e salgo (quasi) in cima alla Tokyo Tower, da cui di notte Tokyo è un meraviglioso tappeto di luci. Prima di ritornare a casa mi faccio un giretto nel Golden Gai: a due passi da Kabuki cho, è fatto da una serie di stradine dove si susseguono bar minuscoli, ciascuno dei quali può accogliere al massimo 4/5 persone (suggestivo ma anche un po’ “tourist trap”, visto che spesso il solo ingresso è di 1.000 yen! Oltretutto poco noto anche ai locali: la sera che siamo uscite con 2 ragazzi di Tokyo, nessuno di loro conosceva la zona, credendo che ci stessimo riferendo a “un tizio fatto d’oro” 😉 ).

Fuji-san (26 dicembre)
La mattina dopo partiamo verso il simbolo per eccellenza del Giappone: il Monte Fuji. D’inverno è impossibile scalarlo – del resto le rancesi in trasferta avevano tutt’altre intenzioni che scarpinare per 7 ore 🙂 – decidiamo invece di trascorrere un giorno alla stazione di Kawaguchi-ko, la quinta delle 10 stazioni per l’ascesa alla vetta. Arriviamo con la JR fino ad Otsuki, poi prendiamo  linea Fuji Kyuko, con un simpatico trenino con la faccia del Fuji che sorride Monte Fujiche ci porta fino a Kawaguchi-ko; qui abbiamo i primi incontri con le anime del luogo: il freddo (brrr…) e gli ottimi hoto, tagliolini in brodo simili ai ramen ma più spessi. Passiamo la giornata in relax, passeggiando lungo il lago e salendo sulla piattaforma panoramica del Fuji, premiandoci alla fine con un tè e dolcetti (dappertutto nei negozi troviamo biscotti, tortine e gadget di ogni genere con l’icona del mitico vulcano). Pernottiamo al K’s House Monte Fuji, ostello carino e molto economico ma davvero gelido… per scaldare la serata, non troviamo niente di meglio di un piccantissimo ristorante thai nei paraggi…

Nikko (27 dicembre)
Dal Fuji con una complessa serie di cambi arriviamo a Nikko, purtroppo già nel pomeriggio, quando le ombre iniziano a calare. Ma dopo essersi lasciati alle spalle il famoso ponte vermiglio Shinkyo, che rappresenta uno dei due serpenti con cui secondo la leggenda l’eremita fondatore di Nikko attraversò il fiume, ecco il santuario: attraverso la monumentale porta Yomeimon entriamo nel Toshogu, costruito nel 1636 in memoria dello shogun Ieyasu Tokugawa, un immenso parco dove una foresta di criptomerie incornicia più di una dozzina di edifici shintoisti e buddisti, dichiarati patrimonio dell’umanità, che fu definito “un’opera praticamente perfetta” dal Nikkofisico Richard Feynman, che apprezzò in particolare la simmetria di uno dei portali. Interessanti tra gli altri la pagoda a 5 piani, il luogo di sepoltura di Ieyasu e diversi dettagli artistici come:
le famose tre scimmie intagliate sulla sacra stalla, che rappresentano i tre principi del Buddhismo Tendai, ovvero “non sentire il male, non vedere il male, non parlare il male”
la scultura del “gatto dormiente”
il dipinto di akiryu (Drago che ruggisce) nella sala Yakushi-do, di cui i monaci danno anche una dimostrazione delle particolari proprietà acustiche battendo due bastoni di legno: quando i bastoni vengono battuti vicino alla bocca del drago, il suono sembra una specie di ruggito. Non ci accontentiamo della visita al parco e al calr delle tenebre andiamo alla ricerca dei “Bake jizo” (jizo fantasma): 70 statuette al di là del fiume, vicino al Kanmangafuchi Abyss, ciascuna addobbata con un berretto e un bavaglino rossi e che si dice si scambino di posizione non viste… in coerenza con la leggenda, non siamo riuscite a tenerne il conto, in compenso sceso il buio ci siamo perse l’un l’altra per un po’ nelle tenebre…
In serata ci fermiamo a mangiare all’Hippari dako, minuscolo localino ormai istituzione del luogo, la cui particolarità sono le migliaia di bigliettini attaccati su pareti e soffitto, lasciati dai viaggiatori da tutto il mondo che hanno voluto lasciare un segno del proprio passaggio; ceneremo a poco prezzo conoscendo un viaggiatore solitario messicano e io scoprirò l’opinabile gusto della yuba, pellicola di tofu ricavata dalla bollitura del latte di soia tipica di Nikko. Notte al Nikko Park Lodge Tobu Station.

Nagano (28-29 dicembre)
Saltiamo sullo shinkansen e dopo circa 3 ore e un paio di cambi arriviamo a Nagano, la regina deSnow Monkey Naganolle nevi, dove nel ’98 si sono svolte le XVIII Olimpiadi invernali. E’ tempo di trattarci bene: in città abbiamo prenotato una notte nella Kamesei Ryokan. La ryokan è la tipica locanda giapponese: tatami, futon, onsen, giardino giapponese, tutto è curato fino al minimo dettaglio. La nostra ryokan è gestita dal simpatico Tyler, altissimo americanone di Seattle, che insieme alla moglie giapponese ha salvato l’attività della famiglia di lei dalla chiusura e che ci vizierà con tè, biscottini e attenzioni, mentre noi ci scialliamo nell’onsen femminile (dove è abitudine immergersi completamente nude). Dato lo scarso budget decidiamo di non scegliere la cena in ryokan (esperienza da fare prima o poi però), e ci dirigiamo in un ristorantino vicino dove mangeremo il sushi più buono del viaggio dopo quello del mercato di Tokyo, e dove con la nostra pronuncia delle due parole giappo che conosciamo diventeremo lo zimbello del locale e del giapponesissimo chef. Il giorno dopo affrontiamo la neve e in bus ci dirigiamo verso il Jigokudani Wild Monkey Park, dove attraverso un sentiero nel bosco andiamo a fotografare i famosi macachi delle nevi: circa 200 scimmiette che passano tutta la loro giornata nelle onsen del parco, giocando e spulciandosi l’un l’altra… ma con un certo caratterino, visto che mia sorella, avvicinatasi troppo ad una di loro per una foto, si vedrà “schiaffeggiata” per benino.

Kyoto – Nara (30-31 dicembre, 1-2 gennaio)

img_0711E’ tempo di esplorare la dimensione spirituale del Giappone: sempre in treno raggiungiamo la mitica Kyoto, la città dai mille templi. Antichissima capitale per più di un millennio, dal 794 al 1868, Kyoto ha un patrimonio culturale ricchissimo, tanto da essere stata dichiarata sito protetto dall’Unesco.
Per prima cosa ci sistemiamo nell’ottima e organizzatissima Capsule Ryokan, nei pressi della stazione, spazio minimo massima tecnologia (dalla maxi-doccia all’ormai proverbiale futuristico WC giapponese).
Il primo tempio che visitiamo è il complesso di Nishi-Honganji e Higashi Honganji (rispettivamente il tempio occidentale e orientale del voto loriginale), a due passi dall’ostello, dove per la prima volta dei sardonici ragazzi visto il nostro aspetto occidentale ci fermano per farsi fotografare con noi (e chissà che cosa millanteranno…). E’ la volta del img_0741pezzo forte, il meraviglioso santuario shintoista di Fushimi Inari: raggiungibile con la JR direzione Nara (fermata Inari), è uno spettacolare snodarsi di torii vermigli che per 4 km si inerpicano sulla collina; è dedicato a Inarii, la dea del riso, per questo oltre alle grandi statue all’ingresso del santuario ci sono centinaia di statuette di volpi, messaggere della dea, che tengono in bocca una chiave (la chiave delle riserve di riso). Tantissimi i fedeli che salendo il percorso lasciano offerte, accendono candele oppure scrivendo la propria tavoletta ema. In serata ci diamo alla pazza gioia e ci regaliamo un menù al costosissimo Itoh Dining, dove con l’acquolina alla bocca mangeremo l’arcinoto manzo di Kobe.

Il giorno dopo si va verso la foresta di bambù di Arashiyama: suggestiva e molto delicata, niente a che vedere però con una foresta (la passeggiata è breve e i turisti troppi, merita però una visita). Poi il Kinkaku-ji, il tempio del padiglione d’oro, dove ammiriamo una pagoda di tre piani completamente ricoperta di oro puro che si specchia su un lago, e dove passeggiando nel giardino zen avverrà l’incontro più surreale di sempre, con un collega in viaggio con la fidanzata. Il momento è esilarante: io lo guardo, lui mi guarda, non ci salutiamo per qualche secondo colpiti dall’improbabilità della cosa… e il bello è che non è il primo incontro in terra nipponica, visto che nell’estate dello stesso anno altre due colleghe si sono incontrate nello stesso assurdo modo a Nikko.

In serata decidiamo di festeggiare il Capodanno alla giapponese e di metterci in fila ad un tempio per il tradizionale Hatsumōde, la prima visita dell’anno al tempio. L’attesa è lunghissima e dura ore, avevamo in previsione di incontrare conoscenti che in realtà non troveremo mai, in compenso dopo aver suonato la campana all’ingresso del santuario varcandone la soglia entriamo nel vivo della spiritualità giapponese… che non è affatto solo meditazione, silenzio e offerte, ma al contrario si compenetra strettamente con la vita quotidiana. Così capita di bruciare incensi e formulare preghiere al profumo delle frittelle, subito prima di comprare souvenir e regalini per gli amici alla bancarella accanto.

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Il 1 gennaio ci svegliamo tardi e avvolte da un’abbondante nevicata decidiamo di scattare qualche foto ai torii e ai templi della città innevati per poi rifugiarci in un centro commerciale, dove oltre allo shopping passeremo il pomeriggio come i teen-ager giappo, tra videogames e le famose purikura, cabine fotografiche che permettono di applicare filtri alle foto per farle diventare più attraenti, più divertenti, più trendy… o più occidentali, visto che oltre all’aggiunta di cuoricini e frasi stucchevoli una tra le modifiche più gettonate è l’ingrandimento degli occhi.

Il 2 gennaio gita a Nara, per visitare la famosa statua del Buddha gigante, custodita nel più grande edificio di legno al mondo, il Todai-ji. Il tempio è in realtà solo uno degli spettacolari monumenti del parco di Nara, dove dribblando tra i famosi belllissimi cervi in libertà (ce ne sono almeno 1.200 esemplari, tutti con le corna arrotondate, considerati sacri perché messaggeri dei kami) è possibile visitare anche il Giardino Usuien (giardino giapponese sull’acqua), il Kasuga Taisha e il Kofukuji. Qui per una volta cedo alle tentazioni e mi compro una bellissima vestaglia giapponese, fucsia con decorazioni di aironi.

Hiroshima – Isola di Miyajima (3-4 gennaio)
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Andiamo incontro alla storia scendendo con la JR in treno fino a Hiroshima. La città nel suo complesso è brutta, industriale, completamente ricostruita a palazzoni dopo la guerra, ma sono due gli elementi che ne legittimano ampiamentela visita: lo scheletro della Genbuku Dome, unico edificio sopravvissuto vicino all’ipocentro della bomba atomica (a soli 150 m), e il Museo della pace. Qui, in mezzo a giapponesi in lacrime, faremo fatica a trattenere le nostre: ad una contestualizzazione storica iniziale segue un percorso tutto dedicato alle vite delle vittime, quelle morte durante l’esplosione e quelle sopravvissute alla bomba che ne subirono le conseguenze solo dopo molti anni, come la piccola Sadako Sasaki, che morì di leucemia cercando di realizzare mille gru di carta, che secondo la leggenda le avrebbero permesso di esaudire un desiderio. Le più terribili sono state le storie degli studenti delle scuole: il 6 agosto 1945 era festività nazionale, e migliaia di img_1018studenti avevano raggiunta la città per dare una mano nei campi di lavoro. Molti di loro sarebbero tornati a casa solo per morire poco dopo.
Di fronte a Hiroshima sorge “l’isola in cui convivono uomini e dei”: l’isola di Miyajima – dove secondo la leggenda è vietato nascere e morire – è sacra dalla costruzione del santuario Itsukushima. E’ la porta di Ootorii – il famoso torii fluttuante, che con l’alta marea sembra fluttuare sulle onde – l’ingresso al santuario, che i visitatori esplorano camminando sopra le acque dell’oceano.

Tokyo (4-5 gennaio)
img_1056E’ tempo di tornare. Dopo un fantozziano viaggio in JR Hiroshima-Tokyo (non abbiamo prenotato i posti a sedere e stiamo in piedi per 4 ore pigiate come sardine, probabilmente mischiate ai pendolari che rientrano in metropoli la domenica sera) ritorniamo nella metropoli. L’ultima notte cogliamo l’occasione per dormire in un capsule-hotel, il Shinjuku Kuyakusho-mae Capsule Hotel: soluzione geniale per città con una densità abitativa a dir poco selvaggia, ospita i viaggiatori in veri e propri “loculi” ipertecnologici chiusi da una tendina, e qui incontriamo non solo viaggiatori zaino in spalla ma anche rispettabili sciure che si rifanno l’acconciatura nei bagni in comune (del resto si dice spesso anche che vengano utilizzati dagli impiegati reduci dagli straordinari, che abbiano perso l’ultimo treno per casa). L’ultima sera usciamo per la prima volta con due giapponesi conosciuti su Couchsurfing: il sito è pochissimo usato nel Paese, in cui gli stranieri difficilmente riescono a integrarsi davvero, in effetti entrambi i ragazzi hanno vissuto per un periodo di studio/lavoro in Canada e negli USA. E così, con una birra occidentale in un pub inglese nel cuore della giapponesissima Shinjuku, salutiamo un Paese che ti strega con le sue contraddizioni… ormai malate di mal di Giappone, sappiamo che torneremo, destinazione? Forse il Festival della neve di Sapporo

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Treno in partenza dal binario 5

stazione_desertaVorrei che tutti gli attimi fossero come ora, sospesi in un non luogo dove l’essere nessuno sfuma nell’ombra dell’indistinto. Non vedo, non sento, non parlo. Senziente ma non cosciente, vedo ma non afferro, ascolto ma non capisco, mi muovo a tentoni con un senso di perenne stupore che mi rende lenta, goffa, inadeguata all’esistere. Esisto in una forma che non ho scelto, meglio sarebbe forse fingere di plasmarne una, con un autocompiacimento unidimensionale che gira a vuoto ma – pare – dia una direzione. Capitombolo nel vuoto e mi involtolo nella fanghiglia del sottosuolo. Serro le mascelle, con determinazione: sono fatta dell’implosione dell’urlo cui vorrei dare forma.

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