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Tolosa e Lione, décembre à travers les Alpes

Sarà perché sono (quasi) donna di lago, ma le città sull’acqua mi hanno sempre incantato. Un fascino che quest’anno per ben due week-end di fila ha parlato francese: prima Tolosa poi Lione, rispettivamente la quarta e la terza città di Francia dopo Parigi e Marsiglia, che del podio a questo punto è l’ultima a mancarmi. Se a Tolosa da Milano si vola con Easyjet, Lione la si può raggiungere anche con Flixbus o con 5 ore di macchina attraverso il traforo del Fréjus.

Tolosa è il mio gioiellino preferito nel cuore dell’Occitania: a meno di 200 km dai Pirenei e da Andorra, è ancora Francia ma con già un tocco spagnolo, a partire dagli accenti dell’occitano, oggi poco parlato ma che si ritrova sui nomi delle vie e nei mezzi pubblici. Deve il suo soprannome Le Ville Rose al bellissimo centro storico, tutto in mattoni rosati e con un patrimonio artistico di riguardo: dalla basilica di Saint Sernin, con la sua torre ottagonale, alla bizzarra Saint Etienne, una cattedrale incompiuta, mix di gotico e romanico che lascia di stucco chi entra per la sua asimmetria, frutto di costruzioni successive l’una sull’altra; bellissima anche la Chiesa dei Giacobini, Place du Capitol (che in dicembre è occupata dai mercatini natalizi, dove abbiamo assaggiato golosità come l’aligot e la tartiflette, vedi foto sotto) e i monumentali palazzi rinascimentali.

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Il pezzo forte resta sempre la Garonna: tra un ponte e l’altro (Pont Neuf è paradossalmente il più antico), bellissima la passeggiata sul lungofiume, con la sua teoria di luci notturne che in estate diventa luogo di ritrovo con locali, feste sull’acqua, spiagge artificiali. E’ patrimonio dell’Unesco il Canal du Midi, “il canale dei due mari”, un canale artificiale che collega per più di 200 km la Garonna al Mediterraneo, mentre a sud-est c’è la Cité de l’espace, un parco scientifico dedicato alla conquista dello spazio, un tema fortissimo nella sede di Airbus (vera e propria città nella città). Tolosa è una città vivacissima: universitaria, multiculturale – a tratti si sente parlare più spagnolo che francese – ha un panorama di locali minuscoli dove ogni sera si ascolta musica dal vivo, dopo aver cenato con un’abbondante cassoulet.

Lione ci ha accolto per la Fete de Lumière, il più grande spettacolo di luci al mondo che ogni anno richiama milioni di persone: la tradizione narra che la festa nacque come ringraziamento dei lionesi verso la Madonna, che li salvò dalla peste nel ‘600 e a cui promisero che tutti gli anni avrebbero acceso dei lumini. Lione è una città dalla storia antica e complessa, il cui nome deriva dal latino “Lugdunum”, fortezza del dio Lug (divinità dei Galli): sulla cima della collina di Fourvière, infatti, oltre alla magnifica basilica di Notre-Dame, la cui vista domina l’intera città, ci sono il teatro e l’anfiteatro gallo-romano, che testimoniano l’insediamento in età romana, strategico data la confluenza tra il Rodano e la Saona.

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Il centro storico rinascimentale, la Vieux Lyon, è un dedalo di stradine strette acciottolate e traboules, affascinanti passaggi coperti “segreti” tra le strade che furono usati anche durante la Resistenza; monumentali le piazze e le vie, place de Bellecour, Place des Terreaux, Re de la Republique, che nel week-end dell’Immacolata si trasformano in un immenso fondale a cielo aperto, con installazioni e giochi di luci che emozionano e fanno rivivere monumenti centenari. La mia installazione preferita del 2019 (alla Fete ero già andata tre anni fa) sicuramente quella in Place Bellecour, trasformata in un enorme fondale oceanico con una lussureggiante vegetazione di neon, su cui fluttuavano delle enormi balene colorate volanti (vedi il video).
Gustosissime – anche se non particolarmente “light” le specialità gastronomiche: la salade Lyonnaise, un’insalata con cipolle, fegato e crostini, l’andouillette (salsiccia di maiale), il sanguinaccio, i formaggi e la tarte aux pralines, tutti da gustare nei tipici bouchon del centro…

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Giorni 29, 30 e 31 – Il ritorno. L’erba nasconde, la pioggia cancella (V.H.)

La mattina del venerdì, poco prima di prendere la navetta per l’aeroporto di Airlie Beach, non so bene che cosa aspettarmi. Mentre trascino la mia valigiona intorno alla laguna, facendo foto e ascoltando Leslie Goran, è un po’ come dire addio al Queensland, all’oceano e al viaggio. Ma ho altri due giorni, Sydney è una città incredibile, non sono da sola. E sono ancora qui, dall’altra parte del mondo, dove tutto sembra ancora possibile perché in fondo nulla è ancora reale.

davAtterro per la seconda volta al Kingsford Smith nel primo pomeriggio. Stavolta il tempo è bruttissimo: grigio, freddo, sotto una pioggia insistente. Arrivo in città e mi rifugio da Sappho Books Cafe & Wine Bar, un carinissimo negozio di libri di seconda mano con un caffè e piccolo cortile colorato, dove bazzicano gruppi di sciure al tè e studenti in cerca di tranquillità. C’è anche una gattina, con la cuccia in una delle sale, che si aggira tra gli avventori affettuosa ma riservata, mentre io mi diverto a sfrucugliare tra racconti di Bill Bryson e simpatici quanto surreali libri sull’Italia scritti da autori inglesi, come “Italian ways”, in cui Tim Parks racconta la sua avventura sui binari italici da Milano a Palermo. Ci sono anche aperitivi, eventi e concerti, e probabilmente se abitassi qui il locale avrebbe anche direttamente le coordinate del mio IBAN…

In un pick-up a noleggio della Hertz, al riparo da freddo, pioggia e pensieri di ritorno, arrivo fino a Neutral Bay, a nord di Sydney. E’ il quartiere residenziale per eccellenza: Military Road, la via principale, pullula di caffè, e dopo un mese di transumanza mi passo tutta una mattina a leggere il Guardian, mangiare pasticcini francesi e bere un ottimo espresso. Per la prima volta vado all’estero e mi posso godere un caffè, la cui cultura e storia è stata portata nei decenni dai migranti italiani in cerca di fortuna. E’sdr così tutto un fiorire di coffee shop in cui degustare i classici espressi e cappuccini ma anche il flat white, una bevanda composta da un doppio caffè espresso e del latte montato con una crema molto liquida, un compromesso tra il gusto italiano del caffelatte e del cappuccino con i palati “americani” (eresia) di Down Under.

Durante l’epoca coloniale ciascuna baia di Sydney accoglieva solo le navi di determinate nazionalità, mentre a “Neutral Bay” ci si poteva ancorare liberamente, di qui la denominazione del quartiere, che nel week-end vive di facce rilassate, passeggini e tute da jogging, giù tra l’erba verde dei parchi fino al Neutral Bay Wharf. L’acqua, sempre, è l’ordito che costruisce la città, e a me non resta che perdermici per due giorni, in mezzo alla gente, ai suoi mattoni, ai suoi giardini. Alle sue lavatrici rovesciate.

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A volte ritornano. Il Demonio fa un salto tra Mosca e il Polesine

it_maestro-margherita-850-4_original.jpg“Ma dovrai rassegnarti a questo”, replicò Woland e un sorriso increspò la sua bocca, “sei appena apparso sul tetto e già hai fatto una sciocchezza e ti dirò quale: è il tuo tono. Hai pronunciato le parole come se non riconoscessi le tenebre e il male. Sii tanto cortese da riflettere su questa domanda: che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male, e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai per caso sbucciare tutto il globo terrestre buttando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere della tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco.”
(Il maestro e Margherita)

Ed è così che un week-end di pioggia compulsiva non poteva che tradursi in letture compulsive e a volte affascinanti incontri déjà-vu un po’ dark….
Venerdì sera un grande classico, “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, uno dei miei libri del cuore, che tra l’altro anni fa ispirò a me e Kansch un delirante quanto originale (ok, sono di parte) cortometraggio, di cui ho parlato in questo post. La storia ormai è nota: il Diavolo piomba nella Mosca degli anni ’30 nelle vesti di Woland, esperto di magia nera, accompagnato da una cricca di stravaganti seguaci, mentre in un ospedale psichiatrico si dispera il Maestro, scrittore perseguitato dal regime sovietico e febbrilmente innamorato della sua Margherita. La vicenda si intreccia con quella di Ponzio Pilato e del suo conflitto nel lasciar condannare a morte un certo Jeshua Ha-Nozri, filosofo errabondo. Al Piccolo è andata in scena la rilettura dark di Andrea Baracco, una vera e propria bomba a partire dagli attori (grandissimo Michele Riondino, un Woland perfido e beffardo che non a caso è stato da molti accostato a Joker), la sceneggiatura e le musiche ipnotiche. Inquietantissimi Korovev, Behemoth e Azazello. Tutti claustrofobicamente rinchiusi tra quattro mura nere di lavagne, dove spicca la citazione di Goethe “Liberati dal Maligno, gli uomini sono rimasti maligni”, fino ad un tragico epilogo che si allontana dal libro: il Maestro e Margherita saranno sì ricongiunti, ma nella morte, cullata da Sympathy for the devil dei Rolling Stones.

locandina-la-casa-dalle-finestre-che-ridonoSabato me ne torno in valle e in serata vado ad un evento gratuito del Premio Chiara, al Cinema Sociale di Luino: protagonista il cult “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati, uno spettacolare horror anni ’70 che ho rivisto per la terza volta come se fosse la prima. Stefano è un restauratore che viene incaricato di restaurare un inquietante affresco in una chiesa di campagna di un paese della provincia ferrarese… e che subito si rende conto che l’incarico non è innocuo come sembra: telefonate anonime lo minacciano di andarsene, mentre un indizio dopo l’altro lo conducono a pericolose indagini sul misterioso pittore del quadro, ormai morto da anni, ma le cui macabre tendenze artistiche sembrano aver prodotto degli effetti che ancora oggi si aggirano tra i casolari.
Sarà l’ambientazione nelle campagne ferraresi, che mi ricorda un po’ il mio varesotto, saranno i segreti inconfessabili che traspaiono dagli sguardi della gente di paese e da ogni persiana socchiusa, o la personalità enigmatica del pittore scomparso… ma La casa resta nella mia top list 🙂 per non parlare dell’incredibile colpo di scena finale, che sembra derivi da un episodio di cronaca che aveva ispirato Pupi (se volete vedere il film non leggete tutta la pagina di Wikipedia!).
Qui trovate un’interessante recensione di Plutonia Publications.

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Giorni 26, 27 e 28 – Whitsundays Islands, il cuore dell’oceano

C’è un arcipelago nel Mar dei Coralli dove, tra le onde di un turchese abbacinante, si legge con chiarezza la forma di un cuore. E’ l’Heart Reef delle Whitsunday Island, un atollo remoto dove migliaia di piccoli polipi si sono sedimentati, generazione dopo generazione, fino a ricreare il simbolo più potente di tutti i tempi.

davUltimi giorni in Australia e poco tempo per godermi tutte le spiagge del Queensland (mia sorella farà un meraviglioso tour on the road della costa da Cairns a Brisbane, passando attraverso la Sunshine Coast e le isole), scelgo un tour di 2 giorni in barca alle Whitsundays, e volo da Cairns ad Airlie Beach, sonnolenta cittadina molto turistica che è la porta delle isole e del reef, dove nessuno va in spiaggia – troppo vento – e tutti si rilassano sulla Airlie Beach Lagoon, proprio di fronte al mio ostello. C’è poco da fare la sera, a parte andare a bersi una birra in uno dei locali dell’unica via, i miei compagni di stanza sono un gruppo di tedeschi poco collaborativi che parlano tra loro solo in germanico, per cui decido di giocarmi per la prima volta la carta Couchsurfing avviando un Hangout (n.b. Couchsurfing è, semplificando, un social network di viaggio). Come sempre conosco persone super interessanti: Maruly, 30enne indonesiano esperto di turismo e d’Australia in cerca del Paese in cui vivere, e una coppia di francesini cosmopoliti (lui di origini spagnole, lei un po’ francese un po’ colombiana) alle prese con i mille lavori del working holiday visa e notti spese a dormire in una jeep. Imparo a giocare a biliardo distruggendo una stecca contro un ventilatore e ci salutiamo riaggiornandoci al mio rientro dalle Whitsundays (chiaramente non ci vedremo mai più).

davIl giorno dopo c’è il mondo all’imbarco del Matador, la barca a vela che sarà la nostra casa per due giorni: due brasiliane, due polacche, un cinese, due olandesi, un inglese, tedeschi e francesi quanto basta, con un equipaggio aussie super simpatico che ci farà sentire a casa sia a bordo sia nelle escursioni. Ci sono poche parole che possono descrivere le Whitsundays, un arcipelago di 77 isole la cui spiaggia principale, Whitehaven Beach, è considerata la spiaggia più bella del mondo, con una sabbia candida, quasi irreale, fatta com’è quasi solo di silice bianchissima. Non credevo quasi alle foto su Google Images, e invece è tutto vero: ci spostiamo tra un’isola e l’altra, fino ad arrivare a Whitehaven e poi ormeggiarci per la cena e una notte sotto le stelle dell’emisfero australe. Il secondo giorno facciamo snorkelling prima a Tongue Bay – è incredibile vedere il corallo che sembra quasi respirare – e poi nel passaggio di Hook, dove incontreremo centinaia di pesci di ogni specie, tra cui il fantastico George, un gigantesco labro che ama le molliche di pane e farsi accarezzare, come i cagnolini.

In serata un po’ tutti i tour si incontrano in un pub per festeggiare il rientro sulla terraferma, e qui tutti noi morigerati europei verremo shockati dalle serate Aussie dopo un certo tasso alcolico (anche il british non riesce a credere ai suoi occhi)… Dopo innocui giochi come “Sasso, carta e forbici”, certo giocati sul palco e con veemenza competitiva notevole, la situazione degenera in una simulazione di lotta a coppie tra australiani grandi e grossi che a coppie dovranno fingere di essere di volta in volta canguri, koala o dingo, simulando il comportamento di questi simpatici animaletti dall’alto di 1.90 m e con litri di birra in corpo. Giriamo un paio di altri locali e torniamo a casa: il giorno dopo ritorno a Sydney…

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Giorni 23, 24 e 25 – Cairns, autonoleggiatori sportivi e spiagge da cartolina

Pianificare la visita della Daintree Forest, su su fino al Nord del Queensland, con tanto di tour on the road con macchina a noleggio e notte nella foresta pluviale in una cabina sospesa su un albero, è cosa buona. Prenotare tutto prima è cosa ottima. Forse, sarebbe stata cosa eccellente anche avere credito sulla Mastercard…

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Atterro a Cairns e qui ho il primo imprevisto del viaggio. Macchina prenotata per due giorni di Daintree Forest, ma Budget in aeroporto mi chiede la carta di credito per la pre-autorizzazione. Ho dollari in contanti, carta di debito, euro, ma purtroppo sono gli ultimi giorni del mese e sono arrivata al plafond della carta di credito, che è proprio l’unica cosa che vogliono… Tragedia. Imploro invano tutte le agenzie di noleggio in aeroporto finché su internet trovo questi fantastici guasconi di All Day Car Rentals, sul cui sito web risulta accettino anche contante. Hanno una sola sede in città che chiude in 20 minuti, perciò il tizio al telefono una volta scoperto che sono italiana (capisco vagamente che c’è una capa italiana) si offre di venirmi a prendere in aeroporto per poi chiarire di persona il noleggio. Le recensioni online di All Day Car Rentals non sono semplicemente pessime, sono millenaristiche, e si parla di una cauzione di 3.000 dollari per il noleggio… ma a questo punto non posso fare altro che accettare, a meno di voler imitare Tom Hanks in The Terminal. Si presenta un tizio con probabili ascendenze aborigene, che stavolta non mi colpiscono, dell’apparente peso di 120 kg, su una Seat rossa anni ‘80 la cui mobilità invece mi colpisce parecchio. Arriviamo in sede dove un nervosissimo impiegato tenta di noleggiarmi un’auto in qualche modo venendomi incontro, ma per qualche motivo non riesco a prelevare altri contanti per pagare la cauzione, e sono condannata a rimanere lì. Resto triste per 35 secondi: A CAIRNS C’È IL MARE E CI SONO LE SPIAGGE!!!

Il tizio dell’autonoleggio, incredibilmente collaborativo, attraverso un cul de sac mi fa entrare dal retro di un ostello in ristrutturazione – qualità/prezzo inaudita, penso di aver pagato le notti più economiche della mia vita circa 7 euro a notte, era persino pulito – e mi dice di parlare con Sidney (ormai non faccio più domande, mi sembra di essere in un film). Da lì rientro nella normalità, e pagando giorno per giorno mi pianifico due giorni di spiaggia e relax…

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Trinity Beach, Kewarra Beach, Clifton Beach (omonima di una spiaggia sudafricana dichiarata dal National Geographic come la seconda spiaggia più bella al mondo… e la scelgo proprio per quello): poche parole per lunghissime lingue di sabbia circondate da palme, bagnate da onde potenti, ognuna col suo bravo alert per coccodrilli & meduse. Ci vado in autobus, come le ragazzine di Cairns con lo zaino e l’asciugamano in spalla, tornando a casa quando fa buio, con i pipistrelli che volteggiano sopra la fermata e le casette tutte uguali dei suburbi che si accendono per la cena.

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Giorni 21 e 22 – Kakadu e Litchfield National Parks

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Hey bros what happens if I lose my son in Kakadu?”
“He may get eaten by crocs”.
Cit. Google Maps Q&A, primo risultato.

È difficile riuscire ad abbracciare realmente le proporzioni di un parco naturale che ha le stesse dimensioni di metà della superficie della Svizzera. Con i suoi 20mila km quadrati, il Kakadu è il principe del Northern Territory: impossibile riuscire a vederlo tutto, altrettanto impossibile non provare un assaggio del territorio, caratterizzato da una biodiversità infinita – dalle foreste agli altipiani rocciosi, passando per la savana, le mangrovie e i corsi d’acqua – e dalle “six seasons” dei Bininj e Mungguy, gli aborigeni del luogo, che le hanno definite sulla base delle temperature e della piovosità (io capito in Gurrung, la stagione calda e secca, anche se qualche avvisaglia del Wet c’è già).

La mia sportiva idea originaria era di fare altri tre giorni di tour con due notti all’aperto, idea che poi è dovuta soccombere per vari motivi – non da ultimo gli effetti dell’età anagrafica – in favore di due più tranquille gite in giornata, una al Kakadu e una al Litchfield, una piccola gemma di 1.500 km quadrati famosa per cascate e corsi d’acqua. Mi lascio consigliare da un’efficientissima impiegata del Tourist Office di Darwin, che parla un inglese talmente perfetto da suscitarmi quasi le lacrime (da Sydney in poi è tutto un tirare a indovinare sul tremendo accento Aussie, con tanto di lessico proprio) e mi prenota un tour Offroad Dreaming per il Kakadu il giovedì e per il Litchfield il venerdì.

IMG_8027Giovedì mattina sveglia all’alba e pick-up di un driver buontempone e compagnone, apparentemente aborigeno misto (mi esalto) in realtà Norman, in Australia da 40 anni ma di origini cingalesi (va bene lo stesso). Divento la sua pupilla, un po’ perché viaggio da sola e in questi casi gli Aussie ti prendono sotto l’ala, un po’ perché lui sarà la guida anche del tour dell’indomani, nel frattempo lui si diverte a mescolare nazionalità e stereotipi intanto che ci racconta la storia del Kakadu, che si intreccia con quella della Ranger Uranium Mine. Uno tra i giacimenti di uranio più ricchi al mondo (non lo sapevo ma la sola Australia esporta il 24% dell’uranio al mondo), è esattamente al centro del parco, il suo sfruttamento è da anni controverso per il rischio di contaminazione dell’ambiente e delle acque. Esploreremo la parte nord-est del Kakadu, da Ubirr – con le incredibili pitture rupestri vecchie migliaia di anni – fino ad un giro in barca sull’East Alligator, fiume infestato dai coccodrilli ai confini con Arnhem Land. Divertente l’origine del nome (qui c’è di tutto tranne alligatori): l’esploratore Philip Parker King, abile navigatore e studioso che quando però vide tre coccodrilli li scambiò per alligatori e mistificò l’intera geografia del parco. In serata mi faccio lasciare a Mindil Beach per vedere i famosi mercatini notturni del giovedì, e ci scappa l’hamburger di coccodrillo (purtroppo sarò poco originale ma effettivamente ha il sapore di pollo e la consistenza del pesce come dicon tutti quanti).

Venerdì ci addentriamo nel Litchfield, più piccolino (per modo di dire) ma per me più divertente. Prima tappa i mould – tumuli – delle termiti, impressionanti cattedrali alte diversi metri, imprese immobiliari che testimoniano un incredibile e fedelissimo orientamento al lungo termine: una termite vive qualche mese, ma lavora tutta la vita per costruire un termitaio che cresce alla velocità di un metro ogni dieci anni. Poi, le cascate: Wangi Falls, Florence Falls, Buley Rockhole, tutti spot incantevoli dove fare bagnetti incantevoli proprio accanto al cartello che avverte della presenza sicura di coccodrilli d’acqua dolce e possibile di coccodrilli di acqua salata.

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Il piatto forte del Litchfield arriva per ultimo: la crociera sull’Adelaide River con i coccodrilli, in piena mating season. Ma stavolta non li guardiamo da lontano come nel Kakadu. Jack, l’improbabile crocodile dundee scalzo, capello e barba selvaggio, con tanto di coltellaccio e pistola (…) alla cintola, dopo averci un poco terrorizzato avvicinerà e nutrirà coccodrilli di vario genere e dimensione, tra cui un immenso maschio alpha particolarmente incline a grandi sorrisi e particolarmente amante della carne bianca (il pollo, suppongo?)………

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La leggenda degli Umiliati nelle campagne milanesi

filo infinitoE come spesso accade, è un libro ad aprirmi tutto un mondo semi-nascosto proprio dietro l’angolo. Avevo appena iniziato Il filo infinito, un bellissimo libro di Paolo Rumiz – giornalista triestino che adoro, perennemente alle prese con inediti viaggi come Trieste-Istanbul in bici o il giro dell’Italia in seconda classe, e mi lasciavo affascinare dalle atmosfere quiete e solide dei chiostri benedettini, salvatori della prima Europa durante il Medioevo, quando tessevano reti di comunità là dove c’era solo il caos delle invasioni barbariche.
Da qui a pensare di andare a fare un sopralluogo in qualche abbazia il passo è breve, e che sorpresa scoprire che proprio uno dei primi monasteri, l’abbazia femminile di Viboldone, è a San Giuliano Milanese, a due passi da dove lavoro e quattro da dove abito… si prende il treno da Rogoredo e via.

E’ il primo sabato del mese e l’Associazione Amici dell’Abbazia di Viboldone organizza una visita guidata gratuita della stupenda chiesa dell’abbazia: scopro un tesoro di affreschi (il maestro non è nient’altro che Giusto de’ Menabuoi, allievo di Giotto scappato dalla Firenze del Trecento tormentata dalla peste) e un sistema di potere tentacolare che fa capo ai famosi Umiliati, un Ordine nato nel XII secolo da un gruppo di aristocratici che voleva predicare un radicale ritorno alla povertà. La leggenda racconta di un gruppo di lombardi affreschifatti prigionieri da Enrico II, che durante la prigionia in Germania si ingegnarono a sopravvivere con l’arte della lavorazione della lana e così “umiliati” poterono ritornare in patria.

A Milano oltre Viboldone sono molte le ex “grange” dell’Ordine, come l’Abbazia di Mirasole e quella di Monluè, persino il primo nucleo del complesso di Brera era umiliato, sorto su una “braida” (terreno incolto… di qui il nome della Biblioteca Braidense) donata da un tal Algiso Guercio. I monaci, così come i cistercensi a Chiaravalle, fecero miracoli nelle campagne milanesi: introdussero sistemi di irrigazione all’avanguardia, come il sistema delle marcite, bonificarono aree malsane, avviarono fiorenti attività di tessitura. In realtà in tutto il Nord erano capillarmente presenti: dell’infanzia, ricordo ancora lo stupore di entrare nell’enorme cortile dove abitava la Valeria, la maestra dell’asilo, chiostro proprio di un ex convento degli Umiliati del ‘500 nel cuore di Rancio Valcuvia. 

viboldoneUn sistema condannato a collassare su se stesso: accusati più e più volte di collusione con l’eresia – furono sciolti una prima volta addirittura nel 1184, poi riabilitati – erano infine diventati potentissimi e molto ricchi per le loro attività tessili e finanziarie. A ripetute raccomandazioni di modestia anche da parte di San Carlo Borromeo, avevano replicato tentando di assassinarlo nel 1569 con un colpo di archibugio… l’Ordine fu sciolto, le proprietà confiscate (Viboldone andò ai più miti Olivetani), e la leggenda delle campagna svanì nell’oblio.

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Giorni 19 e 20 – WWW – Welcome to Wild Wet

sdrIl pilota del volo QF1936 di Qantas è pazzo. Sarà un matto dell’Outback, un megalomane afflitto da insolazione, un pilota di caccia mancato… ma la sportività della virata di decollo, insieme al tonfo all’atterraggio, mi hanno tolto più anni di vita che tutti gli altri (innumerevoli) mezzi di trasporto del mio viaggio Down/Under. Piombo (è il caso di dirlo) in un’umidissima Darwin il 25 settembre: dal deserto del Red Center ai Tropici in 2 ore. Darwin è la capitale del Northern Territory, più vicina a Singapore e Jakarta che e a Sydney e Melbourne, si affaccia sull’Oceano Indiano ed è la porta australiana all’Asia; che sia Dry o Wet Season (la Wet apparentemente decide di iniziare esattamente dopo la fine di una mia cena sul porto), la temperatura non scende mai sotto 20 meravigliosi gradi, salendo fino a 30/32.

mdeIl giorno dopo esco di casa con un libro ed un telo e mi avventuro sul Bicentennial Park, un parco che costeggia l’oceano dedicato ai caduti durante il bombardamento di Darwin da parte dei giapponesi nel 1942, l’unico subito dall’Australia. Scopro i tunnel che furono costruiti subito dopo l’attacco, e che non furono mai terminati, fino a raggiungere il Deckchair Cinema, il cinema all’aperto che ha preso il posto dello storico Star, nato ai primi del ‘900 e gestito dai coniugi Harris (la moglie Heather era una simpatica ragazza anticonformista, tra le prime a guidare un’Harley Davidson). A Darwin andare al cinema era un evento sociale unico, un rumoroso crocevia di razze e classi sociali, tanto da portare a cambiamenti nelle leggi: il mercoledì al cinema c’erano film di cowboy, che piacevano così tanto agli aborigeni da farli venire da Melville Island o Garden Point con le loro canoe, solo per vedere il film. Fu così che fu modificata l’Aboriginals Ordinance che impediva agli aborigeni di essere in città dopo le 8 di sera, permettendo loro di aggirare il coprifuoco almeno il mercoledì.

Non voglio essere da meno, visto che è mercoledì, e appena scende il tramonto – un tramonto rossissimo, inaspettatamente il più bello del viaggio – entro anche io a guardarmi un bellissimo film spagnolo (1993) con una bottiglietta di “bubbly”, che scopro essere vino bianco frizzante, come mi spiega una trIMG_7942a le tantissime ragazze asiatiche che lavorano a Darwin. Mai come in Australia mi mancheranno le birrette da passeggio, vietate dal Liquor Act che impedisce di consumare alcolici per strada (nel Northern Territory le regole sono anche più strette: è impedita la vendita di alcool agli aborigeni e ci sono cartelli che invitano a segnalare ad un numero dedicato eventuali trasgressioni alla regola. In compenso di birra nei locali ce n’è a fiumi: finisco la serata con una scoona (birra piccola) ad un tavolo Irish-Indian-Italo-Aussie, dove il tema caldo è sempre quello del visto con cui restare nel Paese dei sogni…

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Giorni 16, 17 e 18 – Walking on Mars. Il cuore rosso dell’Australia esoterica.

mde“Palya!” “Palya!” “Ragazzi, vi presento mio zio…” Il dialogo è surreale: che cosa può avere in comune Connor, ragazzone australiano bianco, biondo e con gli occhi azzurri, con l’aborigeno scurissimo che saluta con un abbraccio, di fronte a una pompa della benzina in mezzo al nulla dell’Outback? Eppure è davvero suo zio, alla lontana – visto che la madre è scozzese ed il padre ha solo indirette ascendenze australiane – ma con una sfumatura aborigena che impareremo a riconoscere durante i 3 giorni di tour nel deserto, alla scoperta di Kings Canyon, Kata Tjuta e Uluru.

Kata Tjuta e Uluru sono i luoghi più sacri per la spiritualità degli aborigeni, una sorta di Gerusalemme rossa in mezzo al bush. Originatisi 500 milioni di anni fa, fanno parte di un unico, enorme massiccio di arenaria di cui è visibile solo una minima parte: Uluru (o Ayers Rock, come ribattezzato dagli esploratori occidentali) è alta 350 metri, la cupola più alta di Kata Tjuta (o Monti Olgas) 200 metri in più. Ma è solo la punta dell’iceberg: almeno 7 altri incredibili km di roccia giacciono sotto la superficie del suolo, e insieme al monte Conner formano un’unica immenso agglomerato di roccia, che secondo alcuni scienziati è quello che resta di una luna terrestre precipitata 3 miliardi e mezzo di anni fa. Circa 500 milioni di anni fa, un oceano avrebbe sommerso tutta l’area, depositando sedimenti su sedimenti, finché le rocce, finalmente esposte, si sarebbero lentamente e inesorabilmente erose agli agenti atmosferici.

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Vista da lontano, Uluru appare come un’immensa monolito levigato. In realtà è una roccia piena di fessure, caverne, sorgenti, misteriosi anfratti, per ciascuno dei quali gli anangu, gli aborigeni del luogo, hanno una leggenda che tramandano oralmente di padre in figlio; alcuni luoghi, particolarmente sacri, non sono fotografabili: imprimere su una foto il dettaglio di una grotta o di un’asperità raccontata da una leggenda significherebbe cancellare per sempre quella storia. È la legge di Tjukurpa, il Dreaming: uomini e donne – in separata sede e senza mai voler sapere gli uni i segreti degli altri – tramandano ai giovani e alle giovani men’s business e women’s business, i segreti della terra, delle piante e degli animali con cui sopravvivere in un ambiente duro e ostile, dove le temperature possono salire oltre i 40 gradi di giorno e scendere sottozero di notte. Anziani aborigeni sono in grado di identificare i membri del loro clan semplicemente osservandone le impronte sulla sabbia.

Alcuni dei segreti di Tjukurpa vengono raccontati ancIMG_7901he ai bianchi, le leggende più elementari che si raccontano ai bambini. Molte di queste storie oltre a creare una “mappa” orale dei luoghi sacri in cui sono fiorite nascondono un intento morale: la leggenda di Kuniya, la donna pitone, che si vendicò del serpente velenoso Liru, ricorda l’importanza di ascoltare l’intuito delle donne e di prendersi cura degli altri membri della tribù; la leggenda delle Sette Sorelle narra dei tabù sulle unioni di tribù diverse, oltre ad essere un affascinante racconto sulla nascita delle Pleiadi.

Oggi gli aborigeni gestiscono il parco insieme ai bianchi dal 1985, data del memorabile “Handback”, che ironicamente restituì la proprietà della terra al popolo che l’aveva abitata da almeno 20.000 anni. Unico vincolo la cogestione con “National Park and Wildlife” per 99 anni, lasciando la possibilità ai turisti di scalare la roccia, atto sacrilego ma che ogni anno richiama orde di turisti – soprattutto giapponesi.

digUluru, Kata Tjuta, ma anche il Kings Canyon con la sua suggestiva Valley of the Winds, e il segreto del Garden of Eden: l’escursione di 3 giorni è stata un’occasione unica anche per il bushcamping, dormendo 2 notti sotto le stelle dell’emisfero australe in una swag (una sorta di sacco a pelo/tenda individuale) con persone che venivano dagli USA, dall’Europa, dalla Corea e da Taiwan. Tutti intorno al fuoco, un po’ come gli antichi aborigeni, per cui un esploratore ebbe un giorno a dire, affascinato: “The natives were about burning… Burning ever burning: one would think were the fabled salamander race and lived on fire instead of water”.

Categorie: animali, australia, incontri, viaggi | Lascia un commento

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