I am Nobody, who are You?

digDi chi fossero Emily Dickinson, ma soprattutto Branwell Bronte, prima degli anni Novanta pochissimi avevano notizia. Riscoperta negli anni ’90 l’una, tuttora “the brother in the shadow” l’altro, due artisti totalmente ignorati in vita, per scelta o per destino – per dirla un po’ alla Guccini – sono stati i protagonisti di uno squisito intervento a Bookcity 2018 di Silvio Raffo, poeta e traduttore varesino, che scopro ora non insegnare più al Cairoli. Ha un anno meno di mio padre, e forse è normale; altrettanto normale, forse, il mio non riuscire a realizzarlo.

Emily nacque nel 1830 ad Amherst, in Massachussets, da una famiglia puritana il cui padre era avvocato impegnato in politica. La sua incredibile vita da reclusa volontaria nella casa paterna, spesso interpretata come una fuga dalla realtà, nascondeva altro; il focolaio di una malattia, forse (c’erano stati 3 casi di epilessia in famiglia, “le piccole morti” di cui parla erano questo?), un’aspirazione al metafisico, sicuramente; uno spirito indipendente e un po’ ribelle, anche: in pieno “revival” calvinista, rifiutò di unirsi ai “salvati” che andavano così di moda. Pubblicò solo 7 poesie in vita, tutte le altre furono ritrovate dalla sorella Vinnie in un quadernetto cucito a mano, dopo la sua morte: “il mio messaggio affido a mani che non vedo”, forse l’Amore non ancora nato, forse la Morte, la cui presenza aleggia in ogni sua poesia. Emily non piacque ai suoi contemporanei – troppo poco pomposa – né alle femministe – troppo remissiva – finché fu scoperta per il meraviglioso esempio di simbolista piena d’indipendenza e mistero.

Branwell Bronte era nientemeno che il quarto fratello, l’unico maschio, delle famosissime Emily, Charlotte ed Anne Bronte. Fu non solo poeta ma anche pittore: suo il famoso ritratto delle sorelle, in cui aveva dipinto anche se stesso, fino a cancellare misteriosamente il suo ritratto nottetempo. E’ probabile che il mitico Heathcliffe di Cime Tempestose fosse ispirato proprio a lui, il reietto, il maltrattato dalla vita, la cui morte fu così drammatica per la sorella Emily, da portarla forse ad abbandonarsi all’inedia dopo il suo funerale…

– “Il giardino della mente” di Emily Dickinson curato da S. Raffo
– “Poesie” di Branwell Brnte curato da S. Raffo

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Giorno 3 – Strani lieviti, ubriaconi e fantasmi

1A416681-4FA1-449C-8719-8B59CD00E9DEIl mio collega mi aveva avvertito. – Non mangiare il vegemite – diceva – se vuoi morire, meglio la stricnina… – Toni un po’ pittoreschi per un’innocua pseudoNutella aussie, che ho quindi ovviamente provato come prima cosa stamattina, fermandomi a colazione prima del free tour di Sydney. Solo una puntina. Mi è bastata. La vegemite è un’orrenda crema salata ricavata dallo lievito – pare che in Italia corrisponda ad un fortunatamente a me sconosciuto estratto Bovis, ed è stata inventata da un imprenditore nel settore birrario che si stava chiedendo che cosa fare degli scarti di lievito della lavorazione della birra. L’idea della crema spalmabile ha avuto un tale successo da essere inserita nelle razioni ufficiali dell’esercito australiano, perché ricca di vitamina B… un successo non proprio globale, visto che ne viene esportato solo il 2%. Dove… non si sa.

In tutte le città che visito cerco sempre di aggregarmi a un free tour. Le guide – che siano studenti, insegnanti, storici – sono sempre preparatissime, così lo era anche Hayden, giovane studentessa dell’uni di Sydney, che ci ha portato in giro per il centro, dalla Tower Hall alla Sydney Opera House, raccontandoci storia ed aneddoti della città.

Un insolito fil rouge alcolico accomuna un po’ tutte le vicende di Sydney, città fondata come colonia penale (nel suo simpatico libro Bill Bryson racconta che spesso i reati erano assolutamente ridicoli, in un caso era stato deportato un “criminale” colpevole di aver rubato delle angurie, un altro per essersi messo in tasca dei libretti). Per anni dalla fondazione l’ospedale era stato in realtà una struttura mobile all’imbocco di Sydney Cove, finché lo storico governatore Macquairie decise di chiedere all’Inghilterra fondi per la costruzione di un ospedale “vero”. Di fronte al rifiuto, decise di fare buon viso a cattivo gioco, e in cambio della costruzione dell’ospedale promise il monopolio delle importazioni di rum e alcolici a tre commercianti del settore. Un’altra divertente storia è quella della misteriosa scritta “eternity”, che per 35 anni è comparsa misteriosamente un po’ in tutta la città, finché si scoprì che l’autore di questo poetico graffito era un alcolizzato di nome Arthur Stace, che lo aveva scritto più o meno 500 mila volte svegliandosi prestissimo tutte le mattine. Oggi una è ancora conservata sulla campana del General Post Office (o meglio GPO, per dirla come gli australiani che battezzano qualsiasi cosa con il suo acronimo).

Se c’è un luogo infestato dai fantasmi, quello è Cockatoo Island. Innocua isoletta al centro della baia, raggiungibile con una corsa di mezz’oretta da Circular Quay, è stata carcere, riformatorio, scuola, cantiere navale. Buona parte di quello che si può vedere – dalle baracche alle officine, per non parlare dei lavori del cantiere navale che era un fiore all’occhiello del Governo australiano come i due dry dock – è il frutto del lavoro forzato dei reclusi, di cui si narrano le terribili condizioni di vita. Nel 2009 è stato ritrovato il cadavere di un prigioniero in una delle celle di isolamento, e sono in molti a credere che tra quelle mura si aggirino ancora gli spettri dei detenuti. L’impatto è stato assurdo, molto peggio di Alcatraz che già avevo visto in un giorno grigio e plumbeo. A Cockatoo Island ci si aggira tra relitti arrugginiti di una gloriosa archeologia industriale, si entra nel famigerato tunnel Leg-Dog, usato una via di trasporto dei materiali e poi rifugio antiaereo scavato nelle viscere della terra, si attraversano le officine abbandonate, mentre sopra la testa i gabbiani urlano feroci e sbattono le loro zampacce sulle lamiere il cui verde fa entrare una luce spettrale. Quando entro in una baracca, con i vetri rosso sangue del tramonto, la porta mi segue lentamente per poi sbattere all’improvviso con un rumore sordo…

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Giorni 1 e 2 – Down/Under, tra arcobaleni e incontri

E230087C-1EFF-4443-9366-161FAEB7CBAEIncontri a random. Condivisione di fatti ed esperienze casuali, solo perché a quell’angolo hai chiesto all’uno piuttosto che all’altro, hai preso il treno a quell’ora e non subito prima o subito dopo. Il volo. L’ostello. Da lì a scoprire connessioni e coincidenze surreali il passo è breve.

Atterro a Sydney l’8 settembre sera, dopo un giorno e mezzo dalla partenza e 2 fantastici voli Emirates: il primo un Boeing 777 clamorosamente semi-vuoto con una fila di 3 posti tutta mia. Scalo in un’opulentissimo aeroporto di Dubai, tra fontane cascate d’acqua, emiri biancovestiti e salatissimi conti (spendo i miei primi 13 AED per una bottiglietta d’acqua).

Sul secondo sono seduta tra Mathias, biondo ragazzino tedesco di Monaco in viaggio per il suo working holiday in Australia (quando mi chiede smarrito cosa avrebbe dovuto scrivere nel campo “usual occupation” avrei voluto abbracciarlo: Puoi scrivere qualsiasi cosa, per ora. Non c’è ancora nulla che sia diventato “usuale” nella tua vita), lui insicuro su tutto ma il primo a notare e fotografare gli arcobaleni sopra l’ala, e una ben più sgamata Ameena, studentessa di Dubai in viaggio per il suo master tra Singapore e Australia, che mi racconta dei suoi mesi sulla penisola ad insegnare inglese e imparare italiano.

Atterro a Sydney, prendo l’ascensore per l’AirLink e la prima cosa che noto è un simpatico backpaper con gli occhi azzurri. Scendo alla mia fermata: un altro incontro casuale mancato, penso. Ho prenotato al Sydney Harbour YHA e la baia di Sydney di notte è stupenda. Le istruzioni per raggiungere l’ostello sono chiarissime, a me non è chiarissimo dove mi trovi, chiedo ad una coppia seduta su una panchina se quella fosse davvero Alfred Street. Finiranno ad accompagnarmi fino all’ostello, e Dominic mi ha portato la valigia fino alla reception, mentre Trisha mi raccontava di sua figlia in vacanza sul lago di Como.

Arrivo in ostello, mi cambiano all’ultimo minuto la camera: da una sestupla a una quadrupla. Entro. Al tavolino chiacchierano amabilmente uno spagnolo di Pamplona e il ragazzo della navetta, ingegnere irlandese della contea di Sligo…

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On the Aussie road

Storia del mio viaggio di un mese in Australia, tra canguri, coccodrilli e città. Starting date il 7 settembre… ecco le tappe 🙂

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Sottomarini, rave e francesi alla fermata dell’autobus

Del come entrare furtivamente in un sottomarino nucleare sovietico, e altre facezie (to be continued, storia delle mie Notti bianche a San Pietroburgo)

d-2-norodovolets-sumbarine-museum-in-st-petersburgIl pallino blu è lì, sullo schermo, che inizia a muoversi. E va esattamente nella direzione opposta in cui credevo: tra lettere in cirillico e verso l’azzurro dell’insenatura a nord, capovolta sulla mappa della Lonely Planet, di corsa verso il D-2, il sottomarino sovietico “Volontà del popolo”. Sale un controllore a cui sorridendo dò gli ultimi rubli: accetteranno la carta di credito? Con un sorriso cerco anche di capire dove scendere, impietosendo una ragazza. Prima di salire ho sommerso di domande disperate l’intero personale della stazione di un autobus, parlando in un mix di lingue che non comprendeva tecnicamente né l’inglese né il russo quanto una buona dose di mimica. Con un sospiro di sollievo il bus getta l’ancora proprio di fronte ad un veicolo verde, affusolato, curiosamente appoggiato su un piedistallo fuori dall’acqua della baia. Una fila di gente fuori dal museo, io trionfante cerco di entrare e vengo clamorosamente rimbalzata dalla guardia: mi dispiace, ingresso solo con visita guidata collettiva, i singoli non possono entrare. Peccato d’omissione della Lonely. Cerco di giocare la carta della pietà, ma né la guardia né la direttrice del museo, statali di ferro, si smuovono di un centimetro. Attacco bottone con l’intera fila nel suo complesso, che si rivela essere un gruppo di francesi la cui guida mi ascolta complice: entra e fai finta di niente… Ed è così che con una captatio benevolentiae mi ritrovo all’interno del Narodovolets D-2, il sottomarino nucleare Volontà del popolo, dalla sala macchine all’alloggio dei siluri, passando per le cuccette dei marinai e la stanza del comandante, come guida un arzillo vecchietto che parla in russo tradotto in francese dalla guida (non capisco nulla in entrambi i casi ma mi godo tutte le macchine). Mi eclisso tra mille ringraziamenti a francesi agée ammiccanti, all’esterno incrocio il vecchietto russo che pare indignato dalla mia fuga solitaria, ma che blandisco subito con un bel “Spasiba” cui risponde con la mano sul cuore.
Ma la vera sorpresa è sulla baia: gente a piccoli branchi, birrette in mano, musica da stereo portatili. Sembra un rave, un vero e proprio rave ai piedi di un sottomarino post-sovietico… l’esaltazione concettuale è incredibile. Finché il filo di fumo di un barbecue in lontananza mi suggerisce che la realtà è molto più “normale” (o ancora più assurda, dato il contesto): ci sono anche famiglie, bambini in pic-nic la domenica, fuori dalle viscere del temibile torpediniere arenato sull’isola Vasil’evskij.

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Polonia 2018: tra draghi e leggende, le cicatrici della Storia

 “In Polonia? Che cosa ci vai a fare in Polonia? Ma in Polonia che cosa c’è, ci sono fiumi, laghi…??? Ma vai ad Auschwitz, che tristezza…”

Torna con la primavera l’annuale, ormai direi tradizionale, viaggio in solitaria verso Est (leggi l’anno scorso il Montenegro), sempre più o meno incompreso da terzi (anche se in Polonia già ci era stata mia sorella, e un amico ci ha lavorato 2 anni) e proprio per questo ancor più ricco di sorprese. Complice il 1° maggio, mi sono costruita un tour “classico”: Varsavia, Cracovia, Auschwitz/Birkenau e miniere di sale di Wielicka.

27/28 aprile
IMG_20180428_091418Con un volo very low cost (30 euri) della Ryanair atterro in tarda serata a Varsavia Modlin. La mezzanotte è quasi scoccata ma non ci sono carrozze ad attendermi, perciò vado ad una delle macchinette che vendono i biglietti e per 19 zloty compro chiaramente il biglietto sbagliato. Prima avventura (divertente): invece dell’airbus affollato di turisti italiani e spagnoli mi ritrovo su un autobus con soli locali che porta alla stazione ferroviaria di Modlin, ma non mi agito più di tanto, avendo dalla mia il disponibilissimo autista che pur parlando solo polacco mi fa capire che dovrò prendere un treno al binario 2. Sul treno stesso una signora gentile mi spiega dove scendere, non prima di avermi chiesto se avessi fatto il biglietto… primo assaggio dello spirito del luogo, gentile ma ferreo nel rispetto delle regole.
Il Warsaw Downtown Hostel è vicino al Palazzo della Cultura e della Scienza, così il mio primo incontro con Varsavia è proprio con il “Mostro” (vedi foto qui sopra), come lo chiamano i polacchi, l’odioso regalo fatto da Stalin alla città negli anni Trenta. Lì accanto, un gioiellino che visiterò il giorno dopo: il Fotoplastikon, uno dei pochi rimasti al mondo, che ti permette di vedere foto tridimensionali d’epoca (io ho visto foto di città olandesi).

Il giorno dopo, l’unico del viaggio  dedicato a Varsavia, è un tour de force in unaIMG_20180428_134232 città implacabilmente risorta dalle sue ceneri e resa stupenda dal sole primaverile. Parto dalla Città Nuova, completamente distrutta e ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, e incrocio la prima cicatrice storica, il Monumento all’insurrezione di Varsavia, che commemora la tragica rivolta dell’Esercito Nazionale Polacco contro i tedeschi, fallita tragicamente nel ’44. Mi godo poi le sue moltissime chiese: dalla chiesa di san Casimiro in Piazza del Mercato, dove incrocio una scolaresca immersa in una lezione di disegno dal vero, alla Chiesa delle Suore del Santissimo Sacramento, che un bombardamento dei tedeschi il 31 agosto del ’44 rese un cimitero, uccidendo le suore e più di 1.000 civili che si erano rifugiati nella cripta. Un po’ di relax lungo la Vistola e arrivo al Parco delle Fontane, dove polacchi e non si rilassano  sull’erba (ci tornerò in serata per una birra e lo spettacolo delle fontane colorate). Attraverso il Barbacane ed eccomi in Stare Mesto, con il Castello e soprattutto la stupenda Rynek Starego Miasta (Piazza del Mercato della città vecchia), circondata dai caratteristici palazzi in stile rinascimentale e barocco, con al centro la statua della Sirenetta, che si dice sorella della sirenetta di Copenhagen. Da vedere anche la piazza del Castello Reale, al centro della quale si staglia la colonna di re Sigismondo, eretta in onore di Sigismondo III che ebbe un importante ruolo per la città, visto che spostò la capitale da Cracovia a Varsavia nel 1596. Bellissime le cripte della Cattedrale di san Giovanni, dove sono sepoliti i duchi di Masovia, presidenti e artisti, tra cui Sienkiewicz, l’autore di Quo Vadis.

IMG_4412Ultima tappa della giornata il famoso quartiere ebraico di Varsavia (Muranow, così battezzato dal nome dell’isola di Murano a Venezia), che qui raccoglieva la più grande comunità ebraica d’Europa, più di 300.000 persone, il 30% della popolazione della città. Qui i nazisti stabilirono il Ghetto, separato da un muro alto 3 metri, e qui ebbe luogo la famosa rivolta del 1943, che si concluse con la totale distruzione del quartiere e massacro degli abitanti. Oggi resta solo un quartiere di stile sovietico, e lo stupefacente POLIN, il Museo della storia degli ebrei polacchi: un’esposizione enorme che racconta più di mille anni di storia ebraica in Polonia in modo del tutto interattivo (c’è addiritttura la ricostruzione a formato naturale di una via del quartiere con negozi, cinema e bar, questa in foto). E’ sabato, purtroppo devo rinunciare alla visita al cimitero.

29/30 aprile
Treno da Warszawa Centralna, e in 3 ore arrivo a Cracovia, dove per prima cosa approdo all’Hostel B Movie: centralissimo, attaccato al quartiere ebraico Kazimierz, è un po’ diroccato e rumoroso di notte (onestamente io con i tappi dormo benissimo). Mi fiondo sulla Vistola, ammiro il Castello dalla riva e per prima cosa salto su una barchetta e faccio un giretto panoramico di mezz’ora, cullata dall’incomprensibile spiegazione in polacco della barcaiola. Subito dopo prendo ulica Grodzka e inizio a visitare le più centrali della “Città delle cento chiese”, come a ragione è chiamata Cracovia, a partire dall’umile ma deliziosa Chiesa di sant’Andrea, antichissima (risale all’XI secolo), in umile stile romanico, con un fantastico pulpito a forma di barca, la Chiesa di san Pietro e Paolo e quelle di Santa Croce, di san Francesco e della Santa Trinità.

IMG_4452 (2).JPGApprodo infine all’immensa Rynek Główny, la piazza medievale più grande d’Europa. A differenza di Varsavia, Cracovia non è stata toccata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e la piazza conserva il Fondaco dei tessuti, la Torre dell’orologio e la Chiesa di Santa Maria, che custodisce due curiose leggende: una fa risalire ad un litigio mortale tra fratelli la diversa dimensione delle due torri, mentre l’altra racconta l’origine dell’ “hejnal mariacki”, il suono di tromba che risuona due volte al giorno nella piazza, e viene curiosamente interrotto a metà. La leggenda racconta che una sentinella della città, che vegliava sulla torre durante l’attacco dei tartari nel 1240, quando vide approssimarsi l’esercito dei tartari iniziò a suonare l’hejnal per avvertire tutti, ma fu trafitta da una freccia e morì interrompendo l’allarme a metà. Curiosamente, questa pare una leggenda inventata da una guida polacca esportata all’estero, e poi “rientrata” nel Paese dove ha ancora oggi avuto successo. In serata un salto al Luna Park sulla Vistola con la ruota panoramica e una birra all’Harris Jazz Café, uno dei suggestivi locali sottoterra di Cracovia.

La mattina successiva è dedicata alla magnifica Cattedrale e al Castello del Wavel, dove IMG_20180430_114913esploro anche la caverna del drago, teatro di un’altra gustosa leggenda medievale. Prima della fondazione di Cracovia, un drago viveva in una caverna sotto la collina del Wawel terrorizzando la popolazione, fino a quando il re Krak non promise sua figlia in sposa all’uomo che avrebbe ucciso il drago; l’unico a riuscire nell’impresa fu il povero ma astuto calzolaio Skuba, che offrì al mostro una pecora riempita di zolfo, che una volta divorata provocò una sete terribile al drago, che ingoiò troppa acqua per calmarla e finì per farsi scoppiare la pancia. Oggi fuori dalla caverna c’è anche la statua di un drago che ogni 5 minuti sputa fuoco ed è la gioia dei bambini. Pic nic sull’erba con un bigos e poi parto per quello che doveva essere un umbrella tour in italiano di Kazimierz ma che è diventato un tour in inglese della Città Vecchia con il simpatico Dima, che ci racconta la città e ci fa scoprire anche il Collegium Maius dove studiò Copernico e la “finestra del Papa”, dove Wojtyla parlava per tutta la notte con i suoi concittadini quando tornava a Cracovia.
Scopro che proprio in quei giorni a Cracovia si sta tenendo l’Off Camera Film Festival, il festival del cinema indipendente, che prevede anche proiezioni all’aperto: a quel punto diventa una testarda questione di principio scovare il famoso “kino nad wisla”, dove proiettano film sulla Vistola, e che nessuno sembra conoscere. Ci arrivo dopo lungo vagare e chiedere, e ne sarà valsa la pena: sdraiata sull’erba di fronte al fiume, mi godo in inglese “The Hurt Locker” con la gioventù polacca, mentre alla mia sinistra la luna piena sorge sul Castello.

1 maggio
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Volendo capire qualcosa della Polonia, non avrei potuto venire a Cracovia senza visitare Auschwitz-Birkenau (Oświęcim è a 50 km dalla città). Andarci? Non andarci? Credo che non ci possa permettere di consigliare o meno una visita del genere, troppo dipende dalla sensibilità di ciascuno. Io sono una che ha bisogno di vedere e toccare con mano, e ho voluto esserci: esserci per me è significato tentare di comprendere la portata di tutto quell’orrore. Innanzitutto non sapevo che i campi fossero in realtà due, anzi tre (contando il terzo campo di Monowitz, dove passò Eli Wiesel), distanti 3 km l’uno dall’altro; dal punto di vista logistico è fattibilissimo organizzare la visita da soli, arrivando in treno a Oświęcim  e poi spostandosi da un campo all’altro con una navetta, se si è in gruppo c’è il vincolo di noleggiare una guida. Io purtroppo non mi sono mossa in tempo (si parla di almeno un mese prima!) e non c’erano più guide né in italiano né in inglese, perciò ho comprato un tour di una giornata con Getyourguide, con al mattino la visita ai campi e al pomeriggio la visita alle miniere di Wielicka.salone-miniera-sale-cracovia
Auschwitz, con la sua scritta tragicamente ironica Arbeit macht frei e i suoi block di mattoni, mi ha messo in contatto con la contabilità dello sterminio: un’organizzazione e una burocrazia ossessiva, iper-razionalizzata di un assurdo morale, liste infinite di persone ed istruzioni fisicamente impossibili da negare e cancellare. Lo sterminato campo di Birkenau, con un orizzonte sterminato così brullo da perdere di senso, mi ha messo in contatto con l’orrore.
Nel pomeriggio, la bellezza delle miniere di Wielicka è stata una boccata d’ossigeno: una tra le più antiche miniere di sale al mondo, è profonda più di 300 metri ed è costellata di laghi e sculture di sale, che culminano nella incredibile Cappella di Santa Cunegonda, una vera e propria chiesa sotterranea completamente realizzata in sale dai minatori, di cui è la patrona.

2 maggio
5sBy8dFc8VJiUlLc_5ra3oQnqthUgCWvoyCg9NbYD6EpX92IBTocca rientrare in Italia, non prima di aver fatto visita al quartiere ebraico Kazimierz: ad ovest la parte cristiana con le chiese gotiche, ad est lo spirito yiddish con le facciate con le scritte delle botteghe di una volta, il malinconico piccolo cimitero, le sinagoghe. Un tempo vivo ed affollato, con più di 65.000 abitanti, poi dimenticato, poi riscoperto anche grazie le riprese di Schindler’s List (la fabbrica di Schindler è poco lontano), oggi quartiere dallo spirito un po’ “alternativo” ed etnico. Mi piace ricordarlo, e ricordare il tempo ritrovato di questo viaggio, con una massima dipinta sulle pareti della Izaak Synagogue: “Man worries about the loss of his money, but fails to worry about the loss of his days. His money cannot help him, his days will never return”.

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Quartiere S. Luigi – Interno Notte

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(photo by Davide Gasparinetti)

Ascoltare una canzone d’amore anni ’50 è una passeggiata in un cimitero di campagna dimenticato: una rassicurante malinconia auto-distruttiva. C’è l’emozione, la gioia, la trepidante paura dei sentimenti delicati che si credono unici, subito smentiti dal pragmatismo del tempo.

In affitto anche con le illusioni, ad Antigone poco interessavano le dietrologie razionaliste: era bello e basta. Starsene in un luogo chiusissimo, quasi ermetico, due murales da parete – uno ancora in sogno – la luce rossastra della lampada di Amélie, con un maiale in vestaglia a righe che avrebbe anche potuto esser triste se non fosse stato così surreale. Dicono che a Milano quella zona fosse stata particolarmente presa di mira durante i bombardamenti, e palazzi sventrati sembrassero urlare di rabbia all’eleganza del corso. Oggi a far rumore c’erano solo macchine, ristoranti eleganti, tavolini d’aperitivo e, in sordina, i retaggi del quartiere: chiesa, sagrato, panetteria, persino una carto-tipografia storica sopravvissuta a tutto il Novecento ed oltre, che ancora vende con orgoglio i suoi pennini a qualche dodicenne brufoloso.

Sul tavolino all’ingresso occhieggia una Lonely Planet. Una sola scritta sul costone arancione (della copertina nulla si è più saputo): Atlantide.

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A spasso tra hippy, libri e fiere

“La psichedelia è un fiume carsico che sbuca sempre dove meno te l’aspetti” (M. Guarnaccia).

Il grande libro della psichedeliaUn fiume impetuoso, a tratti sotterraneo, che trova sempre il modo di ricordarti che gli Anni Sessanta sono esistiti e – ahimè – una volta sola. Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 a Milano i Sixties sono emersi da più di una fonte: dalla mostra Revolution alla Fabbrica del Vapore, un bel viaggio sinestetico tra suoni, colori e parole della Hippie Generation (carina l’idea di suggestionare i visitatori con un’audioguida che in realtà era una playlist di successi di quegli anni), all’uscita del Grande libro della Psichedelia curato da Matteo Guarnaccia, storico del costume e lui stesso artista.

Della psichedelia sapevo poco – poco più dell’esperienza di Woodstock e degli studi di Huxley culminati nelle “Porte della percezione”, il pretesto per saperne qualcosa di più è stato capitare un piovoso venerdì sera a Tempo di Libri, la Fiera internazionale dell’editoria a Fieramilanocity… che confermo non essere precisamente il luogo in cui andare quando ci si è ripromessi di comprare meno libri e più ebook, e solo una volta finiti quelli in corso (certo certo)!!! La presentazione del libro è stata un divertente incontro con l’autore, non solo memorie ma anche un bel momento musicale con Brunella Venturi (vedi qui il video artigianale fatto col cellulare), cantante italiana dalla potente e fighissima voce black (leggi qui un’intervista nel blog My Private Mind) e Ezio Guaitamacchi, giornalista, musicista country per l’occasione chitarrista, che è anche il curatore della pubblicazione.

Molte le case editrici e interessante il ventaglio proposte di eventi – un tema per ogni giornata, l’8 marzo era dedicato alle donne – anche se purtroppo pare che l’affluenza non sia stata all’altezza delle aspettative (vedi qui). IoMilano Tempo di Libri 2018 personalmente ho sguazzato con grande piacere tra le bancarelle, chiacchierando del più e del meno tra gli stand delle case più note e commerciali a quelle più “di nicchia” o regionali. Ne sono uscita con quattro libri che è un po’ il mio tabù (massimo 4 libri in una volta… poi non importa se il giorno dopo ne compri altri 🙂 ), mi ero detta: almeno un mainstream (stavo quasi per prendere un altro Dan Brown poi ho deciso di restare in Italia), uno ignoto, un classico e uno legato a un evento. Oltre al Grande libro della psichedelia (che oltretutto è bellissimo anche graficamente, colorato con le pubblicità e i manifesti dell’epoca), ho comprato:

  • Tempo da elfi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, edito da Feltrinelli, un giallo ambientato nello sperduto paese di Casedisopra, dove il Poiana, ispettore della Forestale, dovrà indagare su un misterioso omicidio tra boschi, stranamente avvenuto proprio poco dopo l’arrivo di una comunità di ragazzi che hanno abbandonato la città per vivere dei prodotti della terra; loro, gli Elfi, sembrano essere i messaggeri di un mondo buono e giusto, ma chissà se tutto è davvero come sembra…
  • Umano troppo umano di Nietzsche (è da un po’ che avevo lasciato da parte lo zio Fred, tempo di riprenderlo in mano… oltretutto ho comprato un’edizione Newton a 3,99 euri che mi ha fatto regalare anche un poster a tema letterario con Shakespeare che sputa un aforisma non molto divertente a dire il vero)
  • Nelle stanze della soffitta, un libro di un’autrice iraniana sconosciuta (cioè, vedi il profilo Linkedin…), che racconta la storia di questa ragazza iraniana che si trasferisce a Parigi per studiare ma finisce per lavorare in un obitorio, oltre a convivere in un appartamento multi-etnico che non poteva che solleticare le mie curiosità interculturali.

A breve commenti su questi schermi… (anzi, su questo 🙂 )

 

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Milano gotica: fantasmi di donne tra le guglie

Il Duomo di Milano avvolto dalla Nebbia

Donne fragili e delicate, oppure feroci e consapevoli. Vittime degli ingranaggi della Storia o motore immobile, “eminenza grigia” di cospirazioni e delitti. Quest’anno per sfuggire alle serate della Festa della Donna – e dello sciopero dei trasporti che non condividevo nelle modalità e che si è anche risolto in una bolla di sapone – mi sono finalmente decisa a sfidare il freddo e partecipare ad uno dei Ghost Tour di Valeria Celsi, storica d’arte ormai nota a Milano che propone visite guidate a tema. Dal “Ghost Tour” classico alla visita al Monumentale, passando per la nuova – ghiottissima e questa la farò di sicuro – visita ai Misteri di Porta Romana (in pratica, casa mia!). Dal Castello Sforzesco, base di partenza, fino a piazza Duomo: tra un fantasma e l’altro, godersi il fascino di una Milano notturna monumentale, che tra le guglie cela più di un’inquietudine gotica…

Ecco le tappe e i fantasmi, tutti rigorosamente al femminile:

  1. Castello Sforzesco. Ecco il “luogo più infestato” di Milano, centro del potere e degli intrighi. Nelle sale del Museo degli strumenti musicali, a volte di notte risuona la melodia malinconica di un’arpa: è Beatrice d’Este, moglie di Ludovico il Moro, morta di parto a soli 24 anni. Più inquietante la leggenda della “dama in nero” (ripresa anche da Dylan Dog), che narra di come in serate nebbiose molti incauti giovani che passeggiavano nel parco Sempione si siano imbattuti in una dama completamente velata di nero, che li avrebbe irretiti e condotti in una sua casa vicina; dopo una notte d’amore, cercavano di scoprire il viso alla misteriosa, che si rivelava essere un teschio… Non manca un fantasma più “moderno”, quello di una runner salutista che si dice appaia ai fumatori in giro per il parco Sempione, per spegnerne misteriosamente le sigarette.IMG_20180308_211332
  2. Al balcone del Piccolo Teatro si dice che nella Notte dei Morti si affacci un’ammiccante Cecilia Gallerani, la famosa “dama dell’ermellino” che rubò il cuore a Ludovico il Moro e la cui arte della seduzione sembra non volersi arrendere alla mortalità.
  3. Nelle sale della Pinacoteca Ambrosiana è davvero custodita una ciocca di capelli di Lucrezia Borgia, figlia illegittima di Papa Alessandro VI, famosa per le leggende di veleni e incesti con il fratello Cesare, che spesso lei torna a pettinare e si dice in quei giorni ritorni ad essere folta e vitale.
  4. In Piazza dei Mercanti fu decapitata la nobildonna del Trecento Margherita Pusterla (sulla cui storia Cesare Cantù scrisse il famoso romanzo storico Margherita Pusterla), colpevole di non aver ceduto alle avances del cugino Luchino Visconti, signore di Milano. Il suo fantasma è ironicamente conteso con Invorio, dove fu reclusa da Visconti e c’è chi dice vi morì.
  5. Dietro i sipari del Teatro alla Scala si dice vaghi ancora il fantasma di Maria Callas, che qui per una volta fu fischiata, mentre sul vicino Palazzo Marinogira ancora la voce della storia – inventata dalla vox populi – dell’amore di Tommaso Marino, corrotto banchiere genovese, per la popolana Arabella Cornari, per cui si dice abbia voluto costruire il bellissimo palazzo sede del Comune, abbattendo molte case dei dintorni e attirandosi così l’odio dei milanesi. Dalle filastrocche denigratorie a fosche leggende, il passo fu breve.
  6. Fonte di ispirazioni illustri è Palazzo Imbonati, infestata dal fantasma di una donna disperata obbligata a farsi suora, come spesso accadeva ai tempi: la leggenda ispirò Thomas De Quincey prima e Dario Argento poi: “Suspiria (de profundis)”
  7. Pochi sanno che in via Santa Radegonda in tempi antichi sorgeva un convento oggi distrutto: fu qui che fu murata viva Bernardina, figlia di Bernabò Visconti e da lui fatta sposare a un uomo che lei odiava. Innamoratasi di un cortigiano qualsiasi, fu condannata a morire senza rivedere più la luce del sole, e ancora oggi il suo spirito disperato si fa sentire tra le vie.
  8. Ultima tappa piazza Duomo, dove sposi felici a volte hanno un ospite sgradito nelle loro fotPiazza Duomoo del matrimonio, una donna inquietante vestita di nero. E’ la Carlina, una popolana di Schignano, un paese nel Comasco dove le giovani ragazze usavano camuffare l’abito del matrimonio vestendosi a lutto, per evitare che i feudatari esercitasse il loro ius primae noctis; quel giorno Carlina con il marito era venuta in gita a Milano, ed era salita a vedere la Madonnina… ma le nozze celavano un segreto: il figlio di cui lei era incinta in realtà era figlia di un altro uomo, con cui lei si era intrattenuta. Carlina, dilaniata dal senso di colpa, si gettò dalle guglie, e tuttora turba con i suoi occhi bianchi le nozze felici di cui è invidiosa.
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NY Chronicles – fluttuando nel melting pot (parte 1)

IMG_4007Il Mito della Grande Mela non è mai stato il mio mito. Sentire conoscenti parlare rapite della Quinta Avenue, rivedere i grattacieli in TV serie dopo serie, sentirsi addosso i riflessi dell’Empire State Building non mi hanno mai provocato quella sacra “febbre”. Ma come ogni volta, l’ispirazione per il prossimo viaggio mi è sempre venuta in viaggio… e stavolta, volando verso la Costarica, lo scalo all’aeroporto di Newark mi ha fatto intravedere la skyline di New York con altri occhi…
QUANDO: una settimana, dal 6 al 12 maggio (volo con scalo a Londra, a/r con scalo a Heathrow 460 euro
DOVE: ospiti da Rick, Uptown Manhattan, 762 euro 2 pax per 6 notti
BUDGET: Totale mio budget per una settimana 1.500 euro.

Sabato 6 maggio

east harlemAtterro sabato pomeriggio in solitudine – mia sorella aveva già prenotato e mi raggiunge in serata – e subito mi dirigo verso la nostra “casa” americana. Dopo aver guardato hotel e ostelli e sentito pareri di colleghi e amici, la decisione era stata unanime: Airbnb tutta la vita. E in effetti con Matt&Rick ci troveremo benissimo: coppia gay, entrambi lavorano nel settore medico, entrambi con origini esotiche (il tenebroso – e figo – Matt con nonna di Santander, mezzo indiano Rick, il tipico ragazzone americano che scoppia di salute), in un appartamento curatissimo con tre stanze in affitto con Airbnb, in quello che ormai è già un tranquillo East Harlem, sulla 102esima strada. Da brava abitante di Brenta/Corvetto, non potevo che capitare in “El Barrìo”, il quartiere ispanico, costellato di ristoranti e attività latine.

Fatto il check-in, mangio in un vicino scalcinato Mc Donald’s per avere il polso della situazione: squallore, porzioni enormi di bovino, clientela solo nera; intorno casermoni e campetti da basket per i ragazzini delle scuole. Buttandomi in centro la situazione si stravolge, tra le vetrate eleganti di Broadway, le insegne di Times Square e i negozi della Quinta. La mia vera scoperta è la metropolitana di New York, su cui è davvero possibile incontrare chiunque: afro-americani rappettari con le catene al collo, coppie di rispettabili americani di origine europea che leggono ciascuno il proprio libro fianco a fianco, un ebreo osservante con lo zuccotto, mandrie di madri ispaniche con figli al seguito. Altro che melting pot! high line
In attesa di mia sorella decido di dirigermi verso la High Line, un residuato post-industrial molto in tono con il tema di ValcuviaExpress (vedi foto); si tratta infatti di un parco verde ricavato da una sezione abbandonata della ferrovia West Side Line, costruita nei primi anni 30 e abbandonata negli anni 80, percorrendola al tramonto si ha un’affascinante vista dell’Hudson, tra i binari da cui spunta l’erba occhieggiano installazioni artistiche. Al ritorno ne approfitto per fare la mia prima spesa newyorkese e comprare un’enorme e ipercalorica New York Cheesecake, che ci farà compagnia nelle colazioni dei giorni successivi… La Bea arriverà tardissimo, trafelata dopo un viaggio in un taxi collettivo che però le sarebbe costato solo 25 USD (io, arrivata presto, avevo potuto scegliere AirTrain + metro).

Domenica 7 maggio

bethel-gospel-assemblyDomenica mattina andiamo a Messa in una chiesa di Harlem; dopo varie ricerche – vorremmo evitare le funzioni più turistiche, abbiamo letto di chiese in cui ti chiedono 20 USD per partecipare! – scegliamo la Bethel Gospel Assembly, dove ci fanno sedere dietro ma i fedeli ci coinvolgono per tutto il tempo nella sentitissima funzione, molto diversa dalle cerimonie cattoliche: canti corali sul palco (a un certo punto persino io mi commuovo), sermone, Eucarestia, con frammenti di cracker e bicchierini di mosto che passano tra i banchi. Pranzo da Subway e andiamo verso il memorabile attraversamento del Ponte di Brooklyn: freddo, pioggia e vento pazzeschi non ci fermano e dalle Brooklyn Heights – dove costeggiamo la casa di Truman Capote – ci avviciniamo sempre di più a Manhattan, godendoci il profilo della skyline del Financial District. Pare spiovere e quindi decidiamo di andare a scoprire un altro pezzo da novanta della Grande Mela, il mitico Central Park: immenso polmone verde della città, oltre ad essere il paradiso di chi fa sport o va a correre custodisce decine di curiose attrazioni come il Belvedere Castle, la Bethesda Terrace, il Bow Bridge. Noi ci facciamo una passeggiata nella parte centrale, in zona Belvedere, ma ci sarebbe da starci per giorni.

Lunedì 8 maggio

IMG_3951Lunedì è il nostro giorno da turiste europee con la macchina fotografica. Con il NY City Pass (abbiamo scelto quello da 76 euro per 3 attrazioni) saliamo sulla (quasi) cima dell’Empire State Building, da cui su tutti i lati abbiamo una vista incredibile di tutta la città e dove decido i miei grattacieli preferiti, del tutto agli antipodi: l’elegante Chrysler Building, con il suo profilo art-déco, e il modernissimo One World Trade Center, il quinto grattacielo più alto del mondo, costruito vicino a dove sorgevano le Torri Gemelle, tra le anse del fiume Hudson (che non riesco a guardare senza pensare all’aereo di Sully che si butta all’ammaraggio). Ci rilassiamo sui tavolini di Herald Square, passeggiamo sulla Broadway e dopo un salto a Times Square by day andiamo a visitare la spettacolare New York Library, dove le nuvole della Rose Main Reading Room sopra la nostra testa sembrano scoperchiare un cielo infinito. Quanto avrei voluto fermarmi a leggere, guardando ogni tanto il soffitto…
Per pranzo ci affidiamo ad un consiglio della Lonely Planet NY, che si rivelerà una vera e propria chicca: il Burger Joint è un minuscolo localino di hamburger, introvabile da chi non sa già dove andare a cercare… una volta entrati nell’hotel Le Parker Meridien, bisogna cercare dietro le tende della hall un’insegna luminosa a forma di hamburger. Di qui si varca la soglia di quello che sembra un vero e proprio speakeasy: luci basse, poster vintage sulle pareti firmate, hamburger deliziosi.

I musei a NY chiudono presto, perciò saltiamo con la metro verso il Guggenheim Museum, dove giriamo a spirale nell’architettura di Frank Lloyd Wright, ci guardiamo il nostro amico Chagall e i vari Kandinsky, Modigliani, Picasso, senza dimenticare il cesso d’oro di Cattelan, che (ci dicono) invita a dedicarsi ad un rapporto intimo con l’arte… infatti è in un bagno vero ed entra una persona per volta! Ritorniamo in centro e andiamo a vedere l’ormai mitologica Grand Central Terminal – la stazione ferroviaria più grande del mondo, teatro di innumerevoli addii cinematografici – e visitiamo la Saint Paul’s Cathedral. In serata seguiamo un altro azzeccatissimo consiglio gastronomico della Lonely – che, ribadisco, non sarà il massimo con le cartine ma con i locali sgarra raramente – e andiamo a mangiare all’Izakawa Mew, un ristorante giapponese anch’esso introvabile (l’insegna si perde tra i coreani circostanti, e dovremo chiedere più volte prima di trovarlo) dove mangeremo un sushi squisito circondate da moltissimi giapponesi e orientali (e io vivrò il mio primo esperimento – questo fallito – con la birra frozen, ovviamente una diavoleria inventaIMG_4147ta in Giappone). Estenuate, non possiamo esimerci dal fare due passi fino a Times Square, che vediamo per la prima volta di notte in tutta la sua chiassosa magnificenza: gente ovunque, insegne luminose di ogni tipo (sembra di stare a Tokyo), l’Hard Rock Café, passa un carro dei pompieri della FDNY… l’overload sensoriale è assicurato e ce ne torniamo a casa americanizzate.

(… to be continued…)

Categorie: viaggi | 1 commento

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