Viale Bligny 42 – Trip to the Casbah

Ovvero quando la ricerca di un monolocale diventa sociologia esperienziale

The Trip’s Backstage

bacheca on line annunciCapita talvolta che volendosi divincolare dalle spire del coinquilismo – tipico morbo sociale meneghino – si vada a sbirciare sulle pagine degli appartamenti in affitto di Bakeca.it. Clima pre-feriale, Milano in fase di desertificazione agostana, l’occasione potrebbe essere dietro l’angolo: e così, tra le schiere di monolocali a 600 euri più spese condominiali, non è poi così strano imbattersi in un monolocale in affitto in viale Bligny a 450 euri, escluse solo utenze. La sottoscritta, sussultando su letto in sub-appalto in zona Brenta, si compiace delle belle fotine del monolocale – minuscolo, 23 mq ma proprio bellino e per di più soppalcato come la mini-casetta dei miei sogni – e chiama immediatamente il numero dell’annuncio per accordarsi con la tipa. Gentilissima, un’unica precisazione: “Ti devo premettere che è un palazzo pieno di stranieri”. Prendo atto, del resto Milano è ormai ovunque multietnica, e ci si accorda per vederlo la sera dopo.

Il giorno dopo in ufficio chiedo consiglio a collega milanese DOC: “Interessante, poi costa davvero poco per la zona… basta che non sia il numero 42!”; uno sguardo all’Ipad che occhieggia dalla scrivania ed è giocoforza notare che – ovviamente – si tratta del famigerato numero. Un search su Google e si spalanca un mondo, fatto di titoli come “Quella volta in viale Bligny 42”, “Il mondo di viale Bligny 42”, “Il fortino della droga di viale Bligny 42”… e si scopre così che non parliamo di un qualunque stabile low cost popolato di stranieri, ma di molto di più: un universo parallelo di droga, spaccio, immigrazione clandestina, retate notturne nel cuore della Milano bene. Una leggenda per i milanesi: tutti ne parlano, in pochi vi si sono avventurati.

Ovviamente la curiosità è più forte della paura, e in serata son lì – in anticipo – davanti al 42. Di fronte, il quadristellato Hotel D’Este, la Bocconi a due passi, ma sbirciando dentro il portone la prima cosa che vedo è un gruppo di maghrebini panzuti in canotta, che mi sogguardano con fare losco. Gente che entra ed esce – per lo più arabi o giovani alternativi, di donne non v’è traccia – e a un certo punto si affaccia quella che riconosco subito come la Pia, la portinaia dello stabile citata in diversi blog: donnone occhialuto, scende sul marciapiede con le mani sui fianchi e un evidente cipiglio dittatoriale… come mi verrà confermato in seguito, lei è la Legge di viale Bligny 42, quella che si fa rispettare da tutti e mantiene l’ordine nel caos. E poi, ecco la ragazza con cui dovevo incontrarmi: più giovane di me, molto alternativa ed estroversa, mi saluta con un bacio sulla guancia e mi conduce subito tra i labirinti del palazzo.

Welcome to the Casbah

Quattro piani senza ascensore di un vecchio edificio più simile alla Tacheles di Berlino che ad un condominio, e ad ogni rampa esterna si iniziano a intravedere pezzi della vita che brulica al numero 42: tappeti e panni stesi, finestre aperte, TV ad alto volume: “è questo il mio balcone, mi metto qui e guardo…” mi confida orgogliosa la tipa. Arriviamo al quarto, giriamo a destra di un cumulo di masserizie indistinte e ci avventuriamo in un corridoio buissimo, a metà A. si ferma davanti ad una porta su cui c’è una scritta in giapponese: “C’è scritto Sbirri alla larga… sai com’è, di notte capita che qualcuno fatto cerchi per sbaglio di entrarti in casa, ma basta che metti un tuo segno distintivo e nessuno ti darà fastidio… giapponesi e arabi non si possono vedere, e qui son tutti arabi”… claro.

Entriamo nel monolocale – bianco e carino come in foto, anche se incasinatissimo – e qui ha luogo l’”iniziazione”. “Non ti devi preoccupare di niente, qui se ti fai gli affari tuoi nessuno ti farà niente: a loro non conviene, stando qui tu sai tutto di loro…” Ed ecco chi sono, almeno al quarto piano, “loro”: i due trans nell’appartamento di fronte, il gay italiano, il ragazzo arabo della porta accanto, la famiglia di sudamericani che A. aveva avuto la fortuna di conoscere subito e che l’aveva quasi adottata come una famiglia, e in fondo al corridoio Lui, “il nonno”: arabo, rispettato da tutti, è il vecchio saggio della Casbah, quello che tutti ascoltano. Qualche domanda pratica: “C’è qualche wireless da scavallare?” (cerco di essere pertinente…) “No ce n’era una ma hanno cambiato la password… però c’è un egiziano che vorrebbe metterla ma non può perché non ha i documenti, potresti metterla a tuo nome e fare a metà con lui… non ti preoccupare che i soldi te li dà, non gli conviene non darteli…”.

Su di tutto, è evidente una cosa: la tipa – visibilmente borderline – è perfettamente inserita nel sottobosco sociale di viale Bligny 42 (“non ho mai vissuto in un posto che mi desse così tanti stimoli”), ed è per questo che riesce a viverci bene: è diventata una di loro. “Una sera, io torno a casa tardi dal lavoro al locale, qualcuno ha provato a darmi fastidio in strada… ma una cordata di miei amici del palazzo li ha mandati via”. Quasi mi sconvolgo a sentir parlare di contratto regolare registrato, “sai com’è, con tutte le retate di sbirri che ci sono qui… ma non ti preoccupare, basta che tieni il tuo contratto nel cassetto”, mentre il nemico è un altro, e molto più infido, “questa polverina bianca è per le blatte… non ti preoccupare, non sono quelle grosse, sono quelle piccole normali in un vecchio palazzo… il secondo giorno che ero qui, meno male che non avevo ancora tolto le mie cose da scatole & valigie, rientro in casa e mi trovo il pavimento tappezzato da blatte ovunque…”

Abbozzo un “ti faccio sapere”, e usciamo. A., dopo aver pestato gli escrementi del cane del ragazzo arabo, si fa “prestare” un cagnolino da un crocchio di ragazzi maghrebini al portone, e mentre si allontana verso il parco la vedo invitare un conoscente qualsiasi per strada con loro al parco. La verità è dura: sono troppo piccolo-borghese per viale Bligny 42. E dire che avrei potuto avere spacciatori come guardie del corpo, e un esercito di blatte al mio servizio…

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Categorie: coinquilismo, milano, underground | 1 commento

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Un pensiero su “Viale Bligny 42 – Trip to the Casbah

  1. Gone West

    Un vero e proprio studio sociale nella forma di visita ad un appartamento!
    Devo dire anche di enorme interesse, perchè fin dall’antefatto tutto quanto assume quelle tinte a metà strada tra leggenda metropolitana e vita vissuta che rendono avvincente una situazione.
    Il fatto è proprio che questo famigerato edifico al 42 di Viale Bligny sembra quasi uno scrigno che pochi hanno il coraggio e il senso della realtà di aprire, un vaso di pandora urbano, dove si nascondono i personaggi che costituiscono in realtà la vera fauna endemica della metropoli moderna!
    In mezzo a simboli evidenti della società dell’apparenza e del capitalismo (l’hotel d’este, la bocconi, il centro di milano) si apre un ancronistico universo parallelo che appartiene alla stessa realtà di quei simboli ma nessuno vede. Come se ci fosse un filtro di percezione, uomini e donne bene vanno per la loro via e non si curano di questa realtà. Ma anche gente “normale”, gente come noi, passando di lì non si renderebbe comunque conto di quella cosa, pur avendocela davanti al naso.
    Eppure quando hai varcato la soglia, ti sei ritrovata pur sempre tra uomini, non alieni.
    Gente che li ci sta, ci vive, ne trae stimoli e probabilmente non riuscirebbe a cambiare quella consapevolezza, quell’adattamento al marciume della vita e quella ignoranza dell’apparenza. Sembrano quasi eroici i difensori della ragazza quando la proteggono alle due di notte dai pericoli del Mondo esterno, chissà, magari era stata insidiata da bocconiani in libera uscita che si erano fatti troppe strisce (ah ah, sarebbe stato fantastico). E poi la portiera tirannica che gestisce tutto, la figura mistica del Nonno, il grande vecchio, il saggio… Davvero, a tratti ho l’impressione che lì dentro sia come in Matrix, quando scegli la pillola rossa. Una piccola Zion che invece di stare nel sottosuolo, sta nel centro di Milano, con questi uomini consapevoli che vivono vite scomode, in vece di una esistenza simulata e fasulla, creata ad hoc dal programma madre.
    Oppure più semplicemente mi viene un’altra immagine, Dorian Grey che guarda il quadro che invecchia al suo posto.
    Quel non luogo e i “disadattati” che lo abitano sono il quadro.
    La gente “normale”, i “borghesi”, i “milanesi”, la “bella” gente sono Dorian Grey.
    La domanda che mi viene è “Ma una via d’uscita ci sarà? Un terza via, che non sia conformismo o anticonformismo?”
    Chissà, forse la consapevolezza potrà guidarci verso una possibile risposta…
    Nel frattempo… peccato per l’esercito di blatte che avresti potuto avere 🙂 sarebbe stata una milizia davvero devastante per affrontare la battaglia!

    Gone West

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