Japan Rail Tour 2015 – tra Yin e Yang

E fu così che dopo il Capodanno valenciano, le sorelle rurali della Valcuvia decisero di dribblare anche le festività 2014/2015, stavolta con il primo viaggio intercontinentale: destinazione Giappone, a caccia di contrasti tra la spiritualità dei templi e la folle ipertecnologia nipponica. Budget totale per 14 giorni (incluso tutto, volo Milano Malpensa/Tokyo Narita, tutte le accomodation alcune in camerata, Japan Railway Pass): 1.750 euro.

Tokyo (23, 24, 25 dicembre 2014)

ShibuyaFinalmente, dopo più di 12 ore di volo e uno scalo a Vienna, atterriamo con un volo Austrian Airlines a Tokyo Narita, e corriamo subito ad accaparrarci il mitico Japan Railway Pass, prenotato mesi prima, e con il Narita Express in 80 minuti siamo a Shinjuku. E’ il primo impatto con le forsennate stazioni di Tokyo: Shinjuku è la stazione più frequentata del mondo, con 3,5 milioni di persone in transito, ed è un crocevia assolutamente immenso di gente che corre per ogni dove, tra centinaia di indicazioni e di linee della JR e della metro (anche l’ultimo giorno faremo fatica a districarci). Il quartiere di Shinjuku sarà la base per le nostre esplorazioni, in un Vintage Hotel ovviamente piazzato nella zona meno raccomandabile di tutte, Kabuki cho, il quartiere a luci rosse che si dice sia gestito dalla Yakuza, pieno di pachinko e locali notturni (per la cronaca, noi abbiamo avuto zero problemi). Qui andiamo subito a cozzare contro il lato più tamarro del Giappone, tra grattacieli, centri commerciali e mega-insegne pubblicitarie, il tutto corollato da luci al neon e suoni robotici, persino il verde dell’attraversamento pedonale è accompagnato da un cinguettio elettronico assolutamente improponibile!
Dedichiamo la giornata al cazzeggio: ciotola di ramen al bancone di un locale (qui ci accorgiamo subito di essere moolto lente a mangiare rispetto agli efficientissimi giappo, che giuriamo aver visto sbirciare l’orologio mentre eravamo al tavolo) e via, passeggio nella zona est di Shinjuku e poi visita alla zona ovest, quella dei grattacieli e dei palazzi governativi, dove saliremo al piano 45F del Tokyo Metropolitan Government Offices per ammirare la metropoli dall’alto: nuvole e grattacieli che si riflettono su altri grattacieli. Serata a Shibuya (vedi foto), il quartiere della movida, dove salutiamo la statua del cane Hachiko, visitiamo l’immane centro commerciale Shibuya 109 (dove nascerà la mania di mia sorella: il vestitino “vittoriano” delle lolite giapponesi, che però troveremo solo a Tokyo) non prima di esserci buttate all’attraversamento del famosissimo incrocio di Shibuya, “la mischia”, l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, dove la gente attraversa a centinaia in tutte le direzioni riuscendo sempre a schivarsi. Cena con un sashimi mediocre, ci accorgiamo che il sushi non è ovunque e non è assolutamente il cibo più diffuso tra i giappo.
La mattina dopo si parte per Tsukiji, il mastodontico mercato ittico dove ogni giorno pare siano trasportate più di 2.400 tonnellate di pesce; andiamo con calma – d’inverno la famosissima quanto cruenta asta del maguro, dove di recente un tonno rosso di 342 chili è stato venduto per quasi 400mila dollari, è chiusa – e ci ritroviamo a vagare tra banchi di pesce freschissimo dribblando i pericolosissimi muletti del mercato, per poi mangiare in uno dei ristorantini del mercato, dove ci Santuario di Asakusamangiamo un chirashi paradisiaco. Svolta “spirituale” nel pomeriggio, con la visita al nostro primo vero e proprio tempio giappo importante, il Senso-ji di Asakusa, dove come tutti ci affumichiamo di incenso per ottenere la buona salute, in cambio di un’offerta consultiamo il nostro bigliettino della sorte (la mia, che sarà poi confermata a Nikko, è una “regular fortune”!) e ci diamo ai regalini nel Nakamise-dori, una strada tutta di bancarelle che porta dal portale Kaminari-mon al tempio vero e proprio. Come più intensamente a Kyoto, ci iniziamo a stupire per la commistione tra spiritualità e mondanità dei santuari nipponici: si va al tempio non solo per pregare ma anche comprare i dolcetti e i regali per gli amici, come in effetti si vede in manga tipo Proteggi la mia terra. Mordi e fuggi in altri due quartieri, con la passeggiata al parco Ueno-koen e una seratina al Pink Cow di Roppongi, “Californian café”, un po’ il locale radical chic della situazione, dove facciamo la conoscenza di baristi e clienti stranieri o mezzosangue, ma pochissimi veri giappo.
La mattina di Natale tuffo nel mondo degli anime con la visita al Museo Ghibli di Mitaka, tutto dedicato al mondo degli anime del maestro Miyazaki; i biglietti del museo vanno prenotati in anticipo decidendo già data e ora della visita, o comprandoli tramite agenzia (in Italia) oppure tramite uno dei terminali dei Lawson (come abbiamo fatto noi, bravissime ma aiutate da una commessa perché le scritte sono tutte in giappo!). Il museo, che raccoglie disegni tratti dai cartoni animati dello studio e ha una piccola sala di proiezione dove viene proiettato un corto di 20 minuti di Miyazaki, è carino anche se sinceramente mi aspettavo di più… punto forte per i bambini sicuramente il divertentissimo gattobus tratto dal cartone Il mio amico Totoro. Dal mondo della fantasia ci buttiamo nella follia iper-tecnologica della Eletric Town di Akihabara, Tokyo Towerche dopo la seconda guerra mondiale era diventata la zona del mercato nero di pezzi di radio ed oggi è una sequela infinita di centri commerciali che vendono videogiochi, manga e articoli per gli otaku (gli appassionati di manga giapponesi), vi si trova veramente di tutto e per tutti i gusti, senza farsi mancare una buona dose di erotismo (assurdo vedere riproduzioni di carri armati con sei collegiali discinte draiate sopra, supereroi crocifissi ma soprattutto che dire di Paperina in versione sexy vampira dark?!). Adiacente ad Akihabara c’è Jinbocho, un quartiere ben diverso, molto più “vintage”, dove si può spulciare tra gli scaffali di più di 100 librerie di libri usati. In serata mi dirigo da sola (mia sorella è in preda alla febbre e rientra alla base) verso la Tokyo Tower, dove faccio in tempo a vedere parte di un rito buddhista nello Zojo-ji e salgo (quasi) in cima alla Tokyo Tower, da cui di notte Tokyo è un meraviglioso tappeto di luci. Prima di ritornare a casa mi faccio un giretto nel Golden Gai: a due passi da Kabuki cho, è fatto da una serie di stradine dove si susseguono bar minuscoli, ciascuno dei quali può accogliere al massimo 4/5 persone (suggestivo ma anche un po’ “tourist trap”, visto che spesso il solo ingresso è di 1.000 yen! Oltretutto poco noto anche ai locali: la sera che siamo uscite con 2 ragazzi di Tokyo, nessuno di loro conosceva la zona, credendo che ci stessimo riferendo a “un tizio fatto d’oro” 😉 ).

Fuji-san (26 dicembre)
La mattina dopo partiamo verso il simbolo per eccellenza del Giappone: il Monte Fuji. D’inverno è impossibile scalarlo – del resto le rancesi in trasferta avevano tutt’altre intenzioni che scarpinare per 7 ore 🙂 – decidiamo invece di trascorrere un giorno alla stazione di Kawaguchi-ko, la quinta delle 10 stazioni per l’ascesa alla vetta. Arriviamo con la JR fino ad Otsuki, poi prendiamo  linea Fuji Kyuko, con un simpatico trenino con la faccia del Fuji che sorride Monte Fujiche ci porta fino a Kawaguchi-ko; qui abbiamo i primi incontri con le anime del luogo: il freddo (brrr…) e gli ottimi hoto, tagliolini in brodo simili ai ramen ma più spessi. Passiamo la giornata in relax, passeggiando lungo il lago e salendo sulla piattaforma panoramica del Fuji, premiandoci alla fine con un tè e dolcetti (dappertutto nei negozi troviamo biscotti, tortine e gadget di ogni genere con l’icona del mitico vulcano). Pernottiamo al K’s House Monte Fuji, ostello carino e molto economico ma davvero gelido… per scaldare la serata, non troviamo niente di meglio di un piccantissimo ristorante thai nei paraggi…

Nikko (27 dicembre)
Dal Fuji con una complessa serie di cambi arriviamo a Nikko, purtroppo già nel pomeriggio, quando le ombre iniziano a calare. Ma dopo essersi lasciati alle spalle il famoso ponte vermiglio Shinkyo, che rappresenta uno dei due serpenti con cui secondo la leggenda l’eremita fondatore di Nikko attraversò il fiume, ecco il santuario: attraverso la monumentale porta Yomeimon entriamo nel Toshogu, costruito nel 1636 in memoria dello shogun Ieyasu Tokugawa, un immenso parco dove una foresta di criptomerie incornicia più di una dozzina di edifici shintoisti e buddisti, dichiarati patrimonio dell’umanità, che fu definito “un’opera praticamente perfetta” dal Nikkofisico Richard Feynman, che apprezzò in particolare la simmetria di uno dei portali. Interessanti tra gli altri la pagoda a 5 piani, il luogo di sepoltura di Ieyasu e diversi dettagli artistici come:
le famose tre scimmie intagliate sulla sacra stalla, che rappresentano i tre principi del Buddhismo Tendai, ovvero “non sentire il male, non vedere il male, non parlare il male”
la scultura del “gatto dormiente”
il dipinto di akiryu (Drago che ruggisce) nella sala Yakushi-do, di cui i monaci danno anche una dimostrazione delle particolari proprietà acustiche battendo due bastoni di legno: quando i bastoni vengono battuti vicino alla bocca del drago, il suono sembra una specie di ruggito. Non ci accontentiamo della visita al parco e al calr delle tenebre andiamo alla ricerca dei “Bake jizo” (jizo fantasma): 70 statuette al di là del fiume, vicino al Kanmangafuchi Abyss, ciascuna addobbata con un berretto e un bavaglino rossi e che si dice si scambino di posizione non viste… in coerenza con la leggenda, non siamo riuscite a tenerne il conto, in compenso sceso il buio ci siamo perse l’un l’altra per un po’ nelle tenebre…
In serata ci fermiamo a mangiare all’Hippari dako, minuscolo localino ormai istituzione del luogo, la cui particolarità sono le migliaia di bigliettini attaccati su pareti e soffitto, lasciati dai viaggiatori da tutto il mondo che hanno voluto lasciare un segno del proprio passaggio; ceneremo a poco prezzo conoscendo un viaggiatore solitario messicano e io scoprirò l’opinabile gusto della yuba, pellicola di tofu ricavata dalla bollitura del latte di soia tipica di Nikko. Notte al Nikko Park Lodge Tobu Station.

Nagano (28-29 dicembre)
Saltiamo sullo shinkansen e dopo circa 3 ore e un paio di cambi arriviamo a Nagano, la regina deSnow Monkey Naganolle nevi, dove nel ’98 si sono svolte le XVIII Olimpiadi invernali. E’ tempo di trattarci bene: in città abbiamo prenotato una notte nella Kamesei Ryokan. La ryokan è la tipica locanda giapponese: tatami, futon, onsen, giardino giapponese, tutto è curato fino al minimo dettaglio. La nostra ryokan è gestita dal simpatico Tyler, altissimo americanone di Seattle, che insieme alla moglie giapponese ha salvato l’attività della famiglia di lei dalla chiusura e che ci vizierà con tè, biscottini e attenzioni, mentre noi ci scialliamo nell’onsen femminile (dove è abitudine immergersi completamente nude). Dato lo scarso budget decidiamo di non scegliere la cena in ryokan (esperienza da fare prima o poi però), e ci dirigiamo in un ristorantino vicino dove mangeremo il sushi più buono del viaggio dopo quello del mercato di Tokyo, e dove con la nostra pronuncia delle due parole giappo che conosciamo diventeremo lo zimbello del locale e del giapponesissimo chef. Il giorno dopo affrontiamo la neve e in bus ci dirigiamo verso il Jigokudani Wild Monkey Park, dove attraverso un sentiero nel bosco andiamo a fotografare i famosi macachi delle nevi: circa 200 scimmiette che passano tutta la loro giornata nelle onsen del parco, giocando e spulciandosi l’un l’altra… ma con un certo caratterino, visto che mia sorella, avvicinatasi troppo ad una di loro per una foto, si vedrà “schiaffeggiata” per benino.

Kyoto – Nara (30-31 dicembre, 1-2 gennaio)

img_0711E’ tempo di esplorare la dimensione spirituale del Giappone: sempre in treno raggiungiamo la mitica Kyoto, la città dai mille templi. Antichissima capitale per più di un millennio, dal 794 al 1868, Kyoto ha un patrimonio culturale ricchissimo, tanto da essere stata dichiarata sito protetto dall’Unesco.
Per prima cosa ci sistemiamo nell’ottima e organizzatissima Capsule Ryokan, nei pressi della stazione, spazio minimo massima tecnologia (dalla maxi-doccia all’ormai proverbiale futuristico WC giapponese).
Il primo tempio che visitiamo è il complesso di Nishi-Honganji e Higashi Honganji (rispettivamente il tempio occidentale e orientale del voto loriginale), a due passi dall’ostello, dove per la prima volta dei sardonici ragazzi visto il nostro aspetto occidentale ci fermano per farsi fotografare con noi (e chissà che cosa millanteranno…). E’ la volta del img_0741pezzo forte, il meraviglioso santuario shintoista di Fushimi Inari: raggiungibile con la JR direzione Nara (fermata Inari), è uno spettacolare snodarsi di torii vermigli che per 4 km si inerpicano sulla collina; è dedicato a Inarii, la dea del riso, per questo oltre alle grandi statue all’ingresso del santuario ci sono centinaia di statuette di volpi, messaggere della dea, che tengono in bocca una chiave (la chiave delle riserve di riso). Tantissimi i fedeli che salendo il percorso lasciano offerte, accendono candele oppure scrivendo la propria tavoletta ema. In serata ci diamo alla pazza gioia e ci regaliamo un menù al costosissimo Itoh Dining, dove con l’acquolina alla bocca mangeremo l’arcinoto manzo di Kobe.

Il giorno dopo si va verso la foresta di bambù di Arashiyama: suggestiva e molto delicata, niente a che vedere però con una foresta (la passeggiata è breve e i turisti troppi, merita però una visita). Poi il Kinkaku-ji, il tempio del padiglione d’oro, dove ammiriamo una pagoda di tre piani completamente ricoperta di oro puro che si specchia su un lago, e dove passeggiando nel giardino zen avverrà l’incontro più surreale di sempre, con un collega in viaggio con la fidanzata. Il momento è esilarante: io lo guardo, lui mi guarda, non ci salutiamo per qualche secondo colpiti dall’improbabilità della cosa… e il bello è che non è il primo incontro in terra nipponica, visto che nell’estate dello stesso anno altre due colleghe si sono incontrate nello stesso assurdo modo a Nikko.

In serata decidiamo di festeggiare il Capodanno alla giapponese e di metterci in fila ad un tempio per il tradizionale Hatsumōde, la prima visita dell’anno al tempio. L’attesa è lunghissima e dura ore, avevamo in previsione di incontrare conoscenti che in realtà non troveremo mai, in compenso dopo aver suonato la campana all’ingresso del santuario varcandone la soglia entriamo nel vivo della spiritualità giapponese… che non è affatto solo meditazione, silenzio e offerte, ma al contrario si compenetra strettamente con la vita quotidiana. Così capita di bruciare incensi e formulare preghiere al profumo delle frittelle, subito prima di comprare souvenir e regalini per gli amici alla bancarella accanto.

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Il 1 gennaio ci svegliamo tardi e avvolte da un’abbondante nevicata decidiamo di scattare qualche foto ai torii e ai templi della città innevati per poi rifugiarci in un centro commerciale, dove oltre allo shopping passeremo il pomeriggio come i teen-ager giappo, tra videogames e le famose purikura, cabine fotografiche che permettono di applicare filtri alle foto per farle diventare più attraenti, più divertenti, più trendy… o più occidentali, visto che oltre all’aggiunta di cuoricini e frasi stucchevoli una tra le modifiche più gettonate è l’ingrandimento degli occhi.

Il 2 gennaio gita a Nara, per visitare la famosa statua del Buddha gigante, custodita nel più grande edificio di legno al mondo, il Todai-ji. Il tempio è in realtà solo uno degli spettacolari monumenti del parco di Nara, dove dribblando tra i famosi belllissimi cervi in libertà (ce ne sono almeno 1.200 esemplari, tutti con le corna arrotondate, considerati sacri perché messaggeri dei kami) è possibile visitare anche il Giardino Usuien (giardino giapponese sull’acqua), il Kasuga Taisha e il Kofukuji. Qui per una volta cedo alle tentazioni e mi compro una bellissima vestaglia giapponese, fucsia con decorazioni di aironi.

Hiroshima – Isola di Miyajima (3-4 gennaio)
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Andiamo incontro alla storia scendendo con la JR in treno fino a Hiroshima. La città nel suo complesso è brutta, industriale, completamente ricostruita a palazzoni dopo la guerra, ma sono due gli elementi che ne legittimano ampiamentela visita: lo scheletro della Genbuku Dome, unico edificio sopravvissuto vicino all’ipocentro della bomba atomica (a soli 150 m), e il Museo della pace. Qui, in mezzo a giapponesi in lacrime, faremo fatica a trattenere le nostre: ad una contestualizzazione storica iniziale segue un percorso tutto dedicato alle vite delle vittime, quelle morte durante l’esplosione e quelle sopravvissute alla bomba che ne subirono le conseguenze solo dopo molti anni, come la piccola Sadako Sasaki, che morì di leucemia cercando di realizzare mille gru di carta, che secondo la leggenda le avrebbero permesso di esaudire un desiderio. Le più terribili sono state le storie degli studenti delle scuole: il 6 agosto 1945 era festività nazionale, e migliaia di img_1018studenti avevano raggiunta la città per dare una mano nei campi di lavoro. Molti di loro sarebbero tornati a casa solo per morire poco dopo.
Di fronte a Hiroshima sorge “l’isola in cui convivono uomini e dei”: l’isola di Miyajima – dove secondo la leggenda è vietato nascere e morire – è sacra dalla costruzione del santuario Itsukushima. E’ la porta di Ootorii – il famoso torii fluttuante, che con l’alta marea sembra fluttuare sulle onde – l’ingresso al santuario, che i visitatori esplorano camminando sopra le acque dell’oceano.

Tokyo (4-5 gennaio)
img_1056E’ tempo di tornare. Dopo un fantozziano viaggio in JR Hiroshima-Tokyo (non abbiamo prenotato i posti a sedere e stiamo in piedi per 4 ore pigiate come sardine, probabilmente mischiate ai pendolari che rientrano in metropoli la domenica sera) ritorniamo nella metropoli. L’ultima notte cogliamo l’occasione per dormire in un capsule-hotel, il Shinjuku Kuyakusho-mae Capsule Hotel: soluzione geniale per città con una densità abitativa a dir poco selvaggia, ospita i viaggiatori in veri e propri “loculi” ipertecnologici chiusi da una tendina, e qui incontriamo non solo viaggiatori zaino in spalla ma anche rispettabili sciure che si rifanno l’acconciatura nei bagni in comune (del resto si dice spesso anche che vengano utilizzati dagli impiegati reduci dagli straordinari, che abbiano perso l’ultimo treno per casa). L’ultima sera usciamo per la prima volta con due giapponesi conosciuti su Couchsurfing: il sito è pochissimo usato nel Paese, in cui gli stranieri difficilmente riescono a integrarsi davvero, in effetti entrambi i ragazzi hanno vissuto per un periodo di studio/lavoro in Canada e negli USA. E così, con una birra occidentale in un pub inglese nel cuore della giapponesissima Shinjuku, salutiamo un Paese che ti strega con le sue contraddizioni… ormai malate di mal di Giappone, sappiamo che torneremo, destinazione? Forse il Festival della neve di Sapporo

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Categorie: viaggi | Lascia un commento

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