Giorno 3 – Strani lieviti, ubriaconi e fantasmi

IMG_6292Il mio collega mi aveva avvertito. – Non mangiare il vegemite – diceva – se vuoi morire, meglio la stricnina… – Toni un po’ pittoreschi per un’innocua pseudoNutella aussie, che ho quindi ovviamente provato come prima cosa stamattina, fermandomi a colazione prima del free tour di Sydney. Solo una puntina. Mi è bastata. La vegemite è un’orrenda crema salata ricavata dallo lievito – pare che in Italia corrisponda ad un fortunatamente a me sconosciuto estratto Bovis, ed è stata inventata da un imprenditore nel settore birrario che si stava chiedendo che cosa fare degli scarti di lievito della lavorazione della birra. L’idea della crema spalmabile ha avuto un tale successo da essere inserita nelle razioni ufficiali dell’esercito australiano, perché ricca di vitamina B… un successo non proprio globale, visto che ne viene esportato solo il 2%. Dove… non si sa.

In tutte le città che visito cerco sempre di aggregarmi a un free tour. Le guide – che siano studenti, insegnanti, storici – sono sempre preparatissime, così lo era anche Hayden, giovane studentessa dell’uni di Sydney, che ci ha portato in giro per il centro, dalla Tower Hall alla Sydney Opera House, raccontandoci storia ed aneddoti della città.

Un insolito fil rouge alcolico accomuna un po’ tutte le vicende di Sydney, città fondata come colonia penale (nel suo simpatico libro Bill Bryson racconta che spesso i reati erano assolutamente ridicoli, in un caso era stato deportato un “criminale” colpevole di aver rubato delle angurie, un altro per essersi messo in tasca dei libretti). Per anni dalla fondazione l’ospedale era stato in realtà una struttura mobile all’imbocco di Sydney Cove, finché lo storico governatore Macquairie decise di chiedere all’Inghilterra fondi per la costruzione di un ospedale “vero”. Di fronte al rifiuto, decise di fare buon viso a cattivo gioco, e in cambio della costruzione dell’ospedale promise il monopolio delle importazioni di rum e alcolici a tre commercianti del settore. Un’altra divertente storia è quella della misteriosa scritta “eternity”, che per 35 anni è comparsa misteriosamente un po’ in tutta la città, finché si scoprì che l’autore di questo poetico graffito era un alcolizzato di nome Arthur Stace, che lo aveva scritto più o meno 500 mila volte svegliandosi prestissimo tutte le mattine. Oggi una è ancora conservata sulla campana del General Post Office (o meglio GPO, per dirla come gli australiani che battezzano qualsiasi cosa con il suo acronimo).

Se c’è un luogo infestato dai fantasmi, quello è Cockatoo Island. Innocua isoletta al centro della baia, raggiungibile con una corsa di mezz’oretta da Circular Quay, è stata carcere, riformatorio, scuola, cantiere navale (vedi qui sotto a sinistra l’officina, in alto un’inquietante foto delle case degli operai). Buona parte di quello che si può vedere – dalle baracche alle officine, per non parlare dei lavori del cantiere navale che era1A416681-4FA1-449C-8719-8B59CD00E9DE un fiore all’occhiello del Governo australiano come i due dry dock – è il frutto del lavoro forzato dei reclusi, di cui si narrano le terribili condizioni di vita. Nel 2009 è stato ritrovato il cadavere di un prigioniero in una delle celle di isolamento, e sono in molti a credere che tra quelle mura si aggirino ancora gli spettri dei detenuti. L’impatto è stato assurdo, molto peggio di Alcatraz che già avevo visto in un giorno grigio e plumbeo. A Cockatoo Island ci si aggira tra relitti arrugginiti di una gloriosa archeologia industriale, si entra nel famigerato tunnel Leg-Dog, usato una via di trasporto dei materiali e poi rifugio antiaereo scavato nelle viscere della terra, si attraversano le officine abbandonate, mentre sopra la testa i gabbiani urlano feroci e sbattono le loro zampacce sulle lamiere il cui verde fa entrare una luce spettrale. Quando entro in una baracca, con i vetri rosso sangue del tramonto, la porta mi segue lentamente per poi sbattere all’improvviso con un rumore sordo…

Categorie: australia, dark stories, underground, viaggi | Lascia un commento

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