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Sono piccola come lo scricciolo, ho i capelli arditi come il riccio della castagna e gli occhi hanno il colore dello cherry che l’ospite lascia in fondo al bicchiere

Quartiere S. Luigi – Interno Notte

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(photo by Davide Gasparinetti)

Ascoltare una canzone d’amore anni ’50 è una passeggiata in un cimitero di campagna dimenticato: una rassicurante malinconia auto-distruttiva. C’è l’emozione, la gioia, la trepidante paura dei sentimenti delicati che si credono unici, subito smentiti dal pragmatismo del tempo.

In affitto anche con le illusioni, ad Antigone poco interessavano le dietrologie razionaliste: era bello e basta. Starsene in un luogo chiusissimo, quasi ermetico, due murales da parete – uno ancora in sogno – la luce rossastra della lampada di Amélie, con un maiale in vestaglia a righe che avrebbe anche potuto esser triste se non fosse stato così surreale. Dicono che a Milano quella zona fosse stata particolarmente presa di mira durante i bombardamenti, e palazzi sventrati sembrassero urlare di rabbia all’eleganza del corso. Oggi a far rumore c’erano solo macchine, ristoranti eleganti, tavolini d’aperitivo e, in sordina, i retaggi del quartiere: chiesa, sagrato, panetteria, persino una carto-tipografia storica sopravvissuta a tutto il Novecento ed oltre, che ancora vende con orgoglio i suoi pennini a qualche dodicenne brufoloso.

Sul tavolino all’ingresso occhieggia una Lonely Planet. Una sola scritta sul costone arancione (della copertina nulla si è più saputo): Atlantide.

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A spasso tra hippy, libri e fiere

“La psichedelia è un fiume carsico che sbuca sempre dove meno te l’aspetti” (M. Guarnaccia).

Il grande libro della psichedeliaUn fiume impetuoso, a tratti sotterraneo, che trova sempre il modo di ricordarti che gli Anni Sessanta sono esistiti e – ahimè – una volta sola. Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 a Milano i Sixties sono emersi da più di una fonte: dalla mostra Revolution alla Fabbrica del Vapore, un bel viaggio sinestetico tra suoni, colori e parole della Hippie Generation (carina l’idea di suggestionare i visitatori con un’audioguida che in realtà era una playlist di successi di quegli anni), all’uscita del Grande libro della Psichedelia curato da Matteo Guarnaccia, storico del costume e lui stesso artista.

Della psichedelia sapevo poco – poco più dell’esperienza di Woodstock e degli studi di Huxley culminati nelle “Porte della percezione”, il pretesto per saperne qualcosa di più è stato capitare un piovoso venerdì sera a Tempo di Libri, la Fiera internazionale dell’editoria a Fieramilanocity… che confermo non essere precisamente il luogo in cui andare quando ci si è ripromessi di comprare meno libri e più ebook, e solo una volta finiti quelli in corso (certo certo)!!! La presentazione del libro è stata un divertente incontro con l’autore, non solo memorie ma anche un bel momento musicale con Brunella Venturi (vedi qui il video artigianale fatto col cellulare), cantante italiana dalla potente e fighissima voce black (leggi qui un’intervista nel blog My Private Mind) e Ezio Guaitamacchi, giornalista, musicista country per l’occasione chitarrista, che è anche il curatore della pubblicazione.

Molte le case editrici e interessante il ventaglio proposte di eventi – un tema per ogni giornata, l’8 marzo era dedicato alle donne – anche se purtroppo pare che l’affluenza non sia stata all’altezza delle aspettative (vedi qui). IoMilano Tempo di Libri 2018 personalmente ho sguazzato con grande piacere tra le bancarelle, chiacchierando del più e del meno tra gli stand delle case più note e commerciali a quelle più “di nicchia” o regionali. Ne sono uscita con quattro libri che è un po’ il mio tabù (massimo 4 libri in una volta… poi non importa se il giorno dopo ne compri altri 🙂 ), mi ero detta: almeno un mainstream (stavo quasi per prendere un altro Dan Brown poi ho deciso di restare in Italia), uno ignoto, un classico e uno legato a un evento. Oltre al Grande libro della psichedelia (che oltretutto è bellissimo anche graficamente, colorato con le pubblicità e i manifesti dell’epoca), ho comprato:

  • Tempo da elfi di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, edito da Feltrinelli, un giallo ambientato nello sperduto paese di Casedisopra, dove il Poiana, ispettore della Forestale, dovrà indagare su un misterioso omicidio tra boschi, stranamente avvenuto proprio poco dopo l’arrivo di una comunità di ragazzi che hanno abbandonato la città per vivere dei prodotti della terra; loro, gli Elfi, sembrano essere i messaggeri di un mondo buono e giusto, ma chissà se tutto è davvero come sembra…
  • Umano troppo umano di Nietzsche (è da un po’ che avevo lasciato da parte lo zio Fred, tempo di riprenderlo in mano… oltretutto ho comprato un’edizione Newton a 3,99 euri che mi ha fatto regalare anche un poster a tema letterario con Shakespeare che sputa un aforisma non molto divertente a dire il vero)
  • Nelle stanze della soffitta, un libro di un’autrice iraniana sconosciuta (cioè, vedi il profilo Linkedin…), che racconta la storia di questa ragazza iraniana che si trasferisce a Parigi per studiare ma finisce per lavorare in un obitorio, oltre a convivere in un appartamento multi-etnico che non poteva che solleticare le mie curiosità interculturali.

A breve commenti su questi schermi… (anzi, su questo 🙂 )

 

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Milano gotica: fantasmi di donne tra le guglie

Il Duomo di Milano avvolto dalla Nebbia

Donne fragili e delicate, oppure feroci e consapevoli. Vittime degli ingranaggi della Storia o motore immobile, “eminenza grigia” di cospirazioni e delitti. Quest’anno per sfuggire alle serate della Festa della Donna – e dello sciopero dei trasporti che non condividevo nelle modalità e che si è anche risolto in una bolla di sapone – mi sono finalmente decisa a sfidare il freddo e partecipare ad uno dei Ghost Tour di Valeria Celsi, storica d’arte ormai nota a Milano che propone visite guidate a tema. Dal “Ghost Tour” classico alla visita al Monumentale, passando per la nuova – ghiottissima e questa la farò di sicuro – visita ai Misteri di Porta Romana (in pratica, casa mia!). Dal Castello Sforzesco, base di partenza, fino a piazza Duomo: tra un fantasma e l’altro, godersi il fascino di una Milano notturna monumentale, che tra le guglie cela più di un’inquietudine gotica…

Ecco le tappe e i fantasmi, tutti rigorosamente al femminile:

  1. Castello Sforzesco. Ecco il “luogo più infestato” di Milano, centro del potere e degli intrighi. Nelle sale del Museo degli strumenti musicali, a volte di notte risuona la melodia malinconica di un’arpa: è Beatrice d’Este, moglie di Ludovico il Moro, morta di parto a soli 24 anni. Più inquietante la leggenda della “dama in nero” (ripresa anche da Dylan Dog), che narra di come in serate nebbiose molti incauti giovani che passeggiavano nel parco Sempione si siano imbattuti in una dama completamente velata di nero, che li avrebbe irretiti e condotti in una sua casa vicina; dopo una notte d’amore, cercavano di scoprire il viso alla misteriosa, che si rivelava essere un teschio… Non manca un fantasma più “moderno”, quello di una runner salutista che si dice appaia ai fumatori in giro per il parco Sempione, per spegnerne misteriosamente le sigarette.IMG_20180308_211332
  2. Al balcone del Piccolo Teatro si dice che nella Notte dei Morti si affacci un’ammiccante Cecilia Gallerani, la famosa “dama dell’ermellino” che rubò il cuore a Ludovico il Moro e la cui arte della seduzione sembra non volersi arrendere alla mortalità.
  3. Nelle sale della Pinacoteca Ambrosiana è davvero custodita una ciocca di capelli di Lucrezia Borgia, figlia illegittima di Papa Alessandro VI, famosa per le leggende di veleni e incesti con il fratello Cesare, che spesso lei torna a pettinare e si dice in quei giorni ritorni ad essere folta e vitale.
  4. In Piazza dei Mercanti fu decapitata la nobildonna del Trecento Margherita Pusterla (sulla cui storia Cesare Cantù scrisse il famoso romanzo storico Margherita Pusterla), colpevole di non aver ceduto alle avances del cugino Luchino Visconti, signore di Milano. Il suo fantasma è ironicamente conteso con Invorio, dove fu reclusa da Visconti e c’è chi dice vi morì.
  5. Dietro i sipari del Teatro alla Scala si dice vaghi ancora il fantasma di Maria Callas, che qui per una volta fu fischiata, mentre sul vicino Palazzo Marinogira ancora la voce della storia – inventata dalla vox populi – dell’amore di Tommaso Marino, corrotto banchiere genovese, per la popolana Arabella Cornari, per cui si dice abbia voluto costruire il bellissimo palazzo sede del Comune, abbattendo molte case dei dintorni e attirandosi così l’odio dei milanesi. Dalle filastrocche denigratorie a fosche leggende, il passo fu breve.
  6. Fonte di ispirazioni illustri è Palazzo Imbonati, infestata dal fantasma di una donna disperata obbligata a farsi suora, come spesso accadeva ai tempi: la leggenda ispirò Thomas De Quincey prima e Dario Argento poi: “Suspiria (de profundis)”
  7. Pochi sanno che in via Santa Radegonda in tempi antichi sorgeva un convento oggi distrutto: fu qui che fu murata viva Bernardina, figlia di Bernabò Visconti e da lui fatta sposare a un uomo che lei odiava. Innamoratasi di un cortigiano qualsiasi, fu condannata a morire senza rivedere più la luce del sole, e ancora oggi il suo spirito disperato si fa sentire tra le vie.
  8. Ultima tappa piazza Duomo, dove sposi felici a volte hanno un ospite sgradito nelle loro fotPiazza Duomoo del matrimonio, una donna inquietante vestita di nero. E’ la Carlina, una popolana di Schignano, un paese nel Comasco dove le giovani ragazze usavano camuffare l’abito del matrimonio vestendosi a lutto, per evitare che i feudatari esercitasse il loro ius primae noctis; quel giorno Carlina con il marito era venuta in gita a Milano, ed era salita a vedere la Madonnina… ma le nozze celavano un segreto: il figlio di cui lei era incinta in realtà era figlia di un altro uomo, con cui lei si era intrattenuta. Carlina, dilaniata dal senso di colpa, si gettò dalle guglie, e tuttora turba con i suoi occhi bianchi le nozze felici di cui è invidiosa.
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NY Chronicles – fluttuando nel melting pot (parte 1)

IMG_4007Il Mito della Grande Mela non è mai stato il mio mito. Sentire conoscenti parlare rapite della Quinta Avenue, rivedere i grattacieli in TV serie dopo serie, sentirsi addosso i riflessi dell’Empire State Building non mi hanno mai provocato quella sacra “febbre”. Ma come ogni volta, l’ispirazione per il prossimo viaggio mi è sempre venuta in viaggio… e stavolta, volando verso la Costarica, lo scalo all’aeroporto di Newark mi ha fatto intravedere la skyline di New York con altri occhi…
QUANDO: una settimana, dal 6 al 12 maggio (volo con scalo a Londra, a/r con scalo a Heathrow 460 euro
DOVE: ospiti da Rick, Uptown Manhattan, 762 euro 2 pax per 6 notti
BUDGET: Totale mio budget per una settimana 1.500 euro.

Sabato 6 maggio

east harlemAtterro sabato pomeriggio in solitudine – mia sorella aveva già prenotato e mi raggiunge in serata – e subito mi dirigo verso la nostra “casa” americana. Dopo aver guardato hotel e ostelli e sentito pareri di colleghi e amici, la decisione era stata unanime: Airbnb tutta la vita. E in effetti con Matt&Rick ci troveremo benissimo: coppia gay, entrambi lavorano nel settore medico, entrambi con origini esotiche (il tenebroso – e figo – Matt con nonna di Santander, mezzo indiano Rick, il tipico ragazzone americano che scoppia di salute), in un appartamento curatissimo con tre stanze in affitto con Airbnb, in quello che ormai è già un tranquillo East Harlem, sulla 102esima strada. Da brava abitante di Brenta/Corvetto, non potevo che capitare in “El Barrìo”, il quartiere ispanico, costellato di ristoranti e attività latine.

Fatto il check-in, mangio in un vicino scalcinato Mc Donald’s per avere il polso della situazione: squallore, porzioni enormi di bovino, clientela solo nera; intorno casermoni e campetti da basket per i ragazzini delle scuole. Buttandomi in centro la situazione si stravolge, tra le vetrate eleganti di Broadway, le insegne di Times Square e i negozi della Quinta. La mia vera scoperta è la metropolitana di New York, su cui è davvero possibile incontrare chiunque: afro-americani rappettari con le catene al collo, coppie di rispettabili americani di origine europea che leggono ciascuno il proprio libro fianco a fianco, un ebreo osservante con lo zuccotto, mandrie di madri ispaniche con figli al seguito. Altro che melting pot! high line
In attesa di mia sorella decido di dirigermi verso la High Line, un residuato post-industrial molto in tono con il tema di ValcuviaExpress (vedi foto); si tratta infatti di un parco verde ricavato da una sezione abbandonata della ferrovia West Side Line, costruita nei primi anni 30 e abbandonata negli anni 80, percorrendola al tramonto si ha un’affascinante vista dell’Hudson, tra i binari da cui spunta l’erba occhieggiano installazioni artistiche. Al ritorno ne approfitto per fare la mia prima spesa newyorkese e comprare un’enorme e ipercalorica New York Cheesecake, che ci farà compagnia nelle colazioni dei giorni successivi… La Bea arriverà tardissimo, trafelata dopo un viaggio in un taxi collettivo che però le sarebbe costato solo 25 USD (io, arrivata presto, avevo potuto scegliere AirTrain + metro).

Domenica 7 maggio

bethel-gospel-assemblyDomenica mattina andiamo a Messa in una chiesa di Harlem; dopo varie ricerche – vorremmo evitare le funzioni più turistiche, abbiamo letto di chiese in cui ti chiedono 20 USD per partecipare! – scegliamo la Bethel Gospel Assembly, dove ci fanno sedere dietro ma i fedeli ci coinvolgono per tutto il tempo nella sentitissima funzione, molto diversa dalle cerimonie cattoliche: canti corali sul palco (a un certo punto persino io mi commuovo), sermone, Eucarestia, con frammenti di cracker e bicchierini di mosto che passano tra i banchi. Pranzo da Subway e andiamo verso il memorabile attraversamento del Ponte di Brooklyn: freddo, pioggia e vento pazzeschi non ci fermano e dalle Brooklyn Heights – dove costeggiamo la casa di Truman Capote – ci avviciniamo sempre di più a Manhattan, godendoci il profilo della skyline del Financial District. Pare spiovere e quindi decidiamo di andare a scoprire un altro pezzo da novanta della Grande Mela, il mitico Central Park: immenso polmone verde della città, oltre ad essere il paradiso di chi fa sport o va a correre custodisce decine di curiose attrazioni come il Belvedere Castle, la Bethesda Terrace, il Bow Bridge. Noi ci facciamo una passeggiata nella parte centrale, in zona Belvedere, ma ci sarebbe da starci per giorni.

Lunedì 8 maggio

IMG_3951Lunedì è il nostro giorno da turiste europee con la macchina fotografica. Con il NY City Pass (abbiamo scelto quello da 76 euro per 3 attrazioni) saliamo sulla (quasi) cima dell’Empire State Building, da cui su tutti i lati abbiamo una vista incredibile di tutta la città e dove decido i miei grattacieli preferiti, del tutto agli antipodi: l’elegante Chrysler Building, con il suo profilo art-déco, e il modernissimo One World Trade Center, il quinto grattacielo più alto del mondo, costruito vicino a dove sorgevano le Torri Gemelle, tra le anse del fiume Hudson (che non riesco a guardare senza pensare all’aereo di Sully che si butta all’ammaraggio). Ci rilassiamo sui tavolini di Herald Square, passeggiamo sulla Broadway e dopo un salto a Times Square by day andiamo a visitare la spettacolare New York Library, dove le nuvole della Rose Main Reading Room sopra la nostra testa sembrano scoperchiare un cielo infinito. Quanto avrei voluto fermarmi a leggere, guardando ogni tanto il soffitto…
Per pranzo ci affidiamo ad un consiglio della Lonely Planet NY, che si rivelerà una vera e propria chicca: il Burger Joint è un minuscolo localino di hamburger, introvabile da chi non sa già dove andare a cercare… una volta entrati nell’hotel Le Parker Meridien, bisogna cercare dietro le tende della hall un’insegna luminosa a forma di hamburger. Di qui si varca la soglia di quello che sembra un vero e proprio speakeasy: luci basse, poster vintage sulle pareti firmate, hamburger deliziosi.

I musei a NY chiudono presto, perciò saltiamo con la metro verso il Guggenheim Museum, dove giriamo a spirale nell’architettura di Frank Lloyd Wright, ci guardiamo il nostro amico Chagall e i vari Kandinsky, Modigliani, Picasso, senza dimenticare il cesso d’oro di Cattelan, che (ci dicono) invita a dedicarsi ad un rapporto intimo con l’arte… infatti è in un bagno vero ed entra una persona per volta! Ritorniamo in centro e andiamo a vedere l’ormai mitologica Grand Central Terminal – la stazione ferroviaria più grande del mondo, teatro di innumerevoli addii cinematografici – e visitiamo la Saint Paul’s Cathedral. In serata seguiamo un altro azzeccatissimo consiglio gastronomico della Lonely – che, ribadisco, non sarà il massimo con le cartine ma con i locali sgarra raramente – e andiamo a mangiare all’Izakawa Mew, un ristorante giapponese anch’esso introvabile (l’insegna si perde tra i coreani circostanti, e dovremo chiedere più volte prima di trovarlo) dove mangeremo un sushi squisito circondate da moltissimi giapponesi e orientali (e io vivrò il mio primo esperimento – questo fallito – con la birra frozen, ovviamente una diavoleria inventaIMG_4147ta in Giappone). Estenuate, non possiamo esimerci dal fare due passi fino a Times Square, che vediamo per la prima volta di notte in tutta la sua chiassosa magnificenza: gente ovunque, insegne luminose di ogni tipo (sembra di stare a Tokyo), l’Hard Rock Café, passa un carro dei pompieri della FDNY… l’overload sensoriale è assicurato e ce ne torniamo a casa americanizzate.

(… to be continued…)

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LIEBSTER Award – Discovering new blogs…

liebsterRitorno alla fase “social” del mio blog, quella che risale al lontano 2008, a splinder e alle cene dei blog dei blog varesotti, quando ancora c’era il mitologico gibbone ed io ero una sbarbata precaria statale.

Oggi ringrazio unisciipuntini78, che mi invita a questo simpatico giochino, e rispondo alle sue domande. Sotto trovate le mie nomination. Per partecipare si deve:
Pubblicare il logo del Liebster Award sul proprio blog. Ringraziare il blog che ti ha nominato e seguirlo. Rispondere alle sue 11 domande. Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers. Formulare altre 11 domande per i blogger nominati. Informare i blogger della nomination.

  1. Quando é nata la tua passione per la scrittura? Ho iniziato a leggere e scrivere prestissimo, prima di andare a scuola avrò avuto 5 anni. Ricordo ancora la prima cosa che ho scritto, su fogli a righe dei primi 3 anni delle elementari (quelli con lo spazio per bordare le “l” e le “g”): “I matrimoni di Gattina”, decine di pagine dedicate alla mia gattina di peluche, che aveva 3 mariti: un cagnolino s. Bernardo, un coniglio con il gilet e un terzo peluche che non mi ricordo 🙂
  2. Preferisci scrivere o leggere? Adoro entrambe le cose, ma se devo scegliere, è scrivere che mi dà più benessere.
  3. Come immagini la tua Vita tra 5 /10 anni? Tra 10 anni amo immaginarmi in un ecovillaggio.
  4. Vino o Birra? Birra, belga, in bottiglia, possibilmente ad un concerto rock 🙂
  5. Caldo o Freddo? Caldo. Sono freddolosissima – mi chiamano “montanara atipica”, perché pur venendo dalle valli del Varesotto soffro davvero il freddo.
  6. Unisci i tuoi puntini ogni tanto? E quando lo fai? Quando sei felice o triste? Di solito i miei puntini si uniscono quando sono felice, e trovo un senso a eventi e scelte passate… dicersamente restano un po’ a random!
  7. Fiction o Film – e perchè? Film, perché mi immergo totalmente in un sogno
  8. Sport di squadra o Sport individuali  – e perché? Sport individuale… faccio fatica a coordinarmi con altre persone, e per sfogarmi amo la bicicletta, un modo molto intimista per sfogarsi!
  9. Ti piace cucinare? Ho poco tempo e cucino pochissimo… quando riesco mi rilassa, ma non sono proprio una cuoca provetta
  10. Qual é il tuo cibo preferito? Maiale, cinghiale, cervo… purché sia salame!
  11. Shopping on line o in negozio? Preferisco in negozio… anche se per i libri ormai è diventato quasi indifferente.

NOMINATION

https://kansch.wordpress.com/
https://pascolovagante.wordpress.com/
http://lapazienzadelragno.iobloggo.com/
https://detersiviallaspina.wordpress.com/
http://varesecreativa.blogspot.it/
http://ignoranzadiritorno.blogspot.it/
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https://ilmondodelleparole.wordpress.com
https://downshiftingbaby.wordpress.com/
https://laviandante.com/blog/
https://viaggiamenteblog.wordpress.com

DOMANDE

1) La tua città preferita e quella che non sopporti
2) Libro cartaceo o ebook?
3) Quando hai aperto il blog e perché
4) Che cosa ne pensi dei social network?
5) Che cosa volevi diventare da piccolo?
6) Racconta una tua piccola mania
7) Hai animali?
8) Qual è il tuo soprannome?
9) (classico) Il rosso o il nero
10) Chi è il tuo eroe/la tua eroina di sempre?
11) Che cosa ti piacerebbe dire al web ora?

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On the road e on the railway in Crna Gora. Breve favola balcanica.

MontenegroQuesta è la storia di una solitaria di tre giorni nel misterioso Montenegro, anonimo Paese ben nascosto tra i ben più noti cugini serbi e croati, incastonato tra i Balcani e bagnato dal Mediterraneo. Una foresta ricca di perle che ora rischia di essere la “new destination” per le vacanze estive insieme all’Albania, come certa cementificazione a Budva sembra inquietantemente suggerire. Ecco qualche suggestione, prima che sia troppo tardi…

Црна Гора – Дан 1: Подгорица и Будва (Montenegro – giorno 1: Podgorica e Budva)

mercato

Atterro nel minuscolo aeroporto di Podgorica alle 9.30 circa. Vado in cerca del fantomatico shuttle della Montenegro Airlines, che secondo la guida Bradt e certe voci sui forum con 3 euro ti dovrebbe condurre diretto in Trg Republik: come già detto su alcuni forum, sappiate che tutti ne parlano ma NON ESISTE. Con 12 euri troverete dei taxi che vi porteranno diretti in centro. Parto con l’esplorazione: prima tappa il mercato (Velika Pijaca), dove compro delle deliziose fragoline. Mi sposto poi verso la Nova Varos (Città Nuova), attraverso il fiume Ribnica, costeggio l’Università del Montenegro con la statua di Pietro I e arrivo nell’opulenta Cattedrale della Resurrezione di Cristo (Hram Hristovog Vaskrsenja), dove partecipo clandestinamente a un matrimonio ortodosso: la cattedrale, modernissima, non mi fa impazzire con le sue arroganti dimensioni e l’oro esondante, colpisce però l’affresco dove vengono ritratti in mezzo alle fiamme dell’Inferno Tito, Marx ed Engels, tutti insieme appassionatamente.

cimitero podgorica

Attraverso il Millennium Bridge, simbolo della città, ed eccomi nella Stara Varos, la Città Vecchia: carino il Ponte Vecchio sul Ribnica, dove vedo dei ragazzi impegnati a ripulire la città dai rifiuti, ma il vero e proprio gioiellino è l’antica Chiesa di san Giorgio, la più antica – risale all’XI secolo – ai piedi della collina Gorica; proprio dietro alla chiesetta, un piccolo cimitero molto dark e infestato dalle erbacce nasconde un’inquietante leggenda… si dice che tutti i sarcofagi siano vuoti, perché i corpi dei cristiani sepolti sarebbero stati riesumati e ghigliottinati da un gruppo di musulmani che si stavano vendicando dell’omicidio di un mercante.
dajbabe manastirFermo un taxi e parto destinazione Dajbabe Manastir, un bellissimo monastero dell’Ottocento scavato nella roccia sotto la collina Dajbabska Gora – anche qui non perdo l’occasione per importunare i riti ortodossi e mi ritrovo a fotografare un battesmo, mentre i preti ne approfittano per chiedermi da dove vengo e strizzare l’occhio agli “Italianski”.

Rientro in città ed eccomi sull’autobus per Budva. Dopo un’ora e mezza di saliscendi tra montagne boscose, la costa è quasi un miraggio. Budva è una città antichissima, di origini greco-romane, secondo la leggenda fondata da Cadmo e Armonia durante la loro ricerca di Europa rapita da Zeus, circondata dalle mura medievali del XV secolo e che ancora conserva le strette stradine medievali. Bellissima da girare di giorno e di sera, da visitare la Citadela, la Chiesa di s. Ivan e la Chiesa s. Sava. Mi godo una birretta sulla spiaggia – la scoperta bellezza delle spiagge sarà la rovina di Budva, che già porta tracce di cementificazione selvaggia – cena con cevapcici e ostello (Freedom Budva), dove il simpatico Milos mi spiega vita morte e miracoli della cittadina.

Црна Гора – Дан 2 – Котору (Montenegro – Giorno 2 – Cattaro)

kotorTre quarti d’ora di bus ed eccomi a Kotor, l’antica città marittima di Cattaro, in posizione storicamente strategica a dominare le Bocche di Cattaro, l’unico fiordo naturale del Mediterraneo. Kotor, fondata da Roma, per chiedere protezione contro i Turchi nel 1420 si sottomise liberamente ai Veneziani, che diedero alla città la sua attuale impronta architettonica e urbanistica che le hanno valso il titolo di Patrimonio dell’Unesco. Il centro è un dedalo di viuzze medievali ricchissime di gioielli: la Cattedrale di san Trifone, la Piazza d’Armi con la torre dell’orologio, le chiese e gli eleganti palazzi barocchi. Passeggiare per le vie di Kotor significa anche incontrare decine di gatti, il simbolo della città: qui c’è anche un simpatico Cats Museum, con un’esposizione in due sale di cartoline, francobolli, documenti e articoli di giornali di tutto il mondo. Divertente arrivare nel cuore del Montenegro per ritrovare un articolo illustrato della Domenica del Corriere, che racconta la storia di un cane che salva un vecchio gatto sordo che rischiava di essere investito da una macchina, in Valcuvia!

Impegnativa ma imperdibile la salita fino alla Fortezza di san Ivan: 1.350 scalini per godere di una panoramica spettacolare sul fiordo; a metà strada, la suggestiva Chiesa di Nostra Signora della Salute, secondo la leggenda costruita dai reduci di una delle pestilenze che hanno colpito la città. Un altro mistero legato alle chiese della città è laIMG_20170423_112747 presenza dei Templari, di recente rilanciato su un blog per una croce patente fotografata sull’architrave della Chiesa di S. Maria. Devo purtroppo rinunciare alla gita in barca sul fiordo (le fanno solo in estate), perciò riprendo il bus e torno a Podgorica, dove alloggerò in una camera della guesthouse Feels like home (comoda, low cost, vicino alla stazione dei bus, ma alquanto fredda). Domenica sera la città è sonnolenta, locali chiusi e poco o nulla da fare: con il buon Zarko, conosciuto su CS, beviamo una birra locale e facciamo un giro per la città, dando un’occhiata anche al Karver, un bookshop café alternativo sul fiume, di cui avevo letto su internet e in cui non mi sarebbe dispiaciuta una puntatina. Zarko mi svela anche il mistero del maltempo primaverile: si dice che quando la Pasqua ortodossa cade lo stesso giorno di quella cattolica, sarà pioggia a catinelle!

Црна Гора Дан 3 – Од Подгорице до прије Поље на пруге Бар-Београд и манастира Милешева (Montenegro giorno 3 – Da Podgorica a Prije Polje sulla ferrovia Bar-Belgrado e il Monastero di Mileseva)

viadotto di mala rijekaEd ecco il piatto forte del viaggio: gita su un tratto della mitica ferrovia Bar-Belgrado, una tra le linee più belle d’Europa, con una spettacolare panoramica tra le montagne che culmina con il passaggio sul viadotto sul Mala Rijeka, il più alto del mondo con i suoi  200 m di altezza. Prendo il treno delle 8.10 da Podgorica (anche solo chiedere da che binario parta il treno è un’impresa: nessuno parla inglese o italiano, e mi affido a un mitico conversation book per turisti inglesi) e mi immergo nello spettacolo: viadotti, gallerie, montagne, villaggi isolati che man mano che si sale si spruzzano di neve, più o meno all’altezza di Obluska, fino alla stazione di Kolašin, la più alta della tratta. Sconfino in Serbia a Bijelo Polje – dovce ci fermiamo un po’ per dogana, polizia e controllo documenti – e arrivo verso la 1 a Prije Polje, dove ho deciso di scendere per visitare il Mileseva Manastir, con il suo famoso Angelo Bianco. Ho solo 3 ore ma grazie a un fido tassista serbo riesco a godermi il monastero (a circa 6 km dalla stazione) e a fermarmi a leggere un po’ di Moby Dick sul ciglio di un canale nei pressi… sembra quasi di stare sulla Martesana.

Il ritorno è destinato agli incontri, conoscenze sul treno o sguardi sulla vita che corre ai lati dei binari. A Vrbnica una donna fa passeggiare il suo cagnolino, mentre nei pressi su un tavolo sotto un alberello in fiore si tiene un conciliabolo di maschi alfa serbi. Sul treno conosco un signore australiano di cui non saprò kolasinmai il nome, che si sta facendo l’Eurail per 2 mesi e mi racconta le sue avventure sulla Transiberiana. A Bijelo Polje due ragazzi si abbracciano sui binari, incuranti di qualsiasi cosa stia accadendo intorno, mentre sale una signora con la figlia e offre a tutto lo scompartimento caramelle alla menta.  E’ un’immagine bellissima che per me chiude il viaggio: mentre fotografo la stazione di Kolašin, innamorata del vintage di queste rotaie balcaniche, un anziano signore vestito di nero, col suo berretto d’altri tempi, alza la mano in un gesto di saluto. E subito ripartiamo.

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Fa’ la cosa giusta 2017

Fa' la cosa giusta 2017E così anche quest’anno sono andata a sbirciare a Fieramilanocity tra gli stand di Fa’ la cosa giusta. Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, è arrivata alla 14esima edizione ed ormai anche per me è un appuntamento annuale (per qualche tempo, quando abitavo in Bicocca, ho frequentato i simpatici ragazzi dell’associazione Insieme nelle terre di mezzo, che organizza il programma culturale della fiera).

Nel 2017 le presenze registrate tra il 10 e il 12 marzo sono state 70.000, con un forte exploit la domenica; io dovendo ritornare a casa per il week-end mi sono accontentata di una toccata e fuga il venerdì pomeriggio, che però mi ha dato le solite soddisfazioni, con qualche novità inFa' la cosa giusta 2017 più: nella sezione “Mangia come parli”, dedicata al biologico, c’erano sempre più stand di aziende vegan, con tanto di mini corsi di cucina con la FunnyVeg Academy (qui lo dico e qui lo nego… ma io della carne non posso fare a meno!); in anteprima europea è stato presentato il progetto di mobilità sostenibile Ecowatch-Intelligent Seed di Sharengo, che introdurrà a Milano dei veicoli elettrici in car sharing che potranno monitorare e trasmettere in wi-fi dati ambientali come il livello di inquinamento dell’aria; la Scuola delle buone pratiche, organizzata da LegAutonomie e Terre di mezzo, in collaborazione con l’Associazione Borghi Autentici d’Italia, con sessioni di lavoro dedicate al tema della bellezza come strumento di rigenerazione del tessuto sociale ed economico.

Bombetta di AlberobelloTra le piccole curiosità che mi porto a casa, a random:
la mia bellissima borsa Gazpacho fatta di telone di camion con stampa digitale 🙂
la realtà dell’albergo diffuso: vera e proria struttura alberghiera a tutti gli effetti, mette in rete “camere” che sono in realtà vere e proprie case autonome, sparse in borghi di pregio (per essere riconosciuti, infatti, devono sorgere in borghi che abbiano caratteristiche ben precise); è un modello di ospitalità che si basa su sostenibilità e valorizzazione del territorio, infatti tra i fornitori ci sono sempre aziende agricole del luogo; a Varese aderisce all’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi il Borgo di Mustonate;
– lo street food de noantri, tra cui la mitica bombetta di Alberobello (vedi qui a sinistra la foto): uno spettacolare involtino di carne di capocollo di maiale, farcita di formaggio, sale e pepe, che ti servono in coni di carta e con una fetta di pane d’Altamura
– la birra al carciofo della birreria artigianale Gruit di Brindisi. Ho trotterellato intorno allo stand con diffidenza, finché non ce l’ho fatta e me ne sono presa una bottiglia, che devo ancora assaggiare… devo dire che la chiara cruda che sono riuscita a scroccare alla spina era spettacolare!
– il Camino di Santiago in salsa italica: la Magna Via Francigena, da poco recuperata, lungo l’asse Agrigento-Palermo, per millenni percorsa da pellegrini e viaggiatori che collega la Balarm araba alla rocca di Agrigentum, attraverso antiche vie storiche e paesaggi mediterranei.

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26/12/2016

non importa. sarebbe stato bello, fossero state cose vere, solo per poterle guardare nel loro esistere

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Tavolate in mezzo al nulla

blog_2013_giu_italiani_in_tavolaAdoro le osterie, le tavolate in posti grezzi, i quadretti molto rossi e forse non più troppo bianchi. Le situazioni conviviali, magari e soprattutto se ricreate in un locale scovato per caso in mezzo al nulla. A random, tre dei miei posti grezzi preferiti all’estero, che non riuscirei – penso – nemmeno a ritrovare:

Locanda di Sokolac (Bosnia Erzegovina). Ecco un posto di cui non ricordo nemmeno il nome, e nessun motore di ricerca mi potrà aiutare. Era la primavera del 2016, e durante il Balkan Tour stavamo arrivando a Sarajevo da Belgrado; dopo un tortuoso percorso tutto a tornanti, il miraggio di un ristorante sulla destra, con tanto di camion parcheggiato sotto, ci fermiamo per una sosta a base di tè e birrette. Locale vuoto, quasi uno chalet: il soffitto con le travi di legno, la stufa di ghisa, le tendine traforate alle pareti, le riviste di gossip da parrucchiere sul tavolo. Non avevamo modo di farci capire dall’adorabile signora bosniaca, che non parlava né italiano né inglese, se non indicando le cose sul menù, o con i gesti: per avere un tè caldo, mi sono diretta verso il frigorifero, ho preso un Estathè e ho mimato di metterlo sulla stufa. Una sola cosa mi è certa: eravamo, al più tardi, negli anni ’80.

Ristorante di Tres Rios de Coronado Cortes (Costa Rica). Tres Rios è un piccolo paese in mezzo alla foresta non lontano dalla costa pacifica meridionale della Costa Rica. Nessun motivo per andarci, ma – durante il mio ultimo viaggio con Avventure nel Mondo – scendemmo a passare la notte fin qui di fatto per errore, non avendo poi il tempo di scendere e vedere la bella penisola di Osa. Sempre per errore ci siamo fermati al ristorante sbagliato, che non era quello consigliato dalla canadese new age che gestiva l’hotel dove pernottavamo. Stanchezza a gogo, autista incazzato perché avrebbbe dovuto partire prima quella sera per andare a dormire altrove: l’atmosfera che si è creata tra i 15 ha spazzato via tutto, una tavolata spettacolare tra Imperial (la birra nazionale) e casado a buon prezzo. Per concludere la serata, tornando indietro il nostro pullmino non ce l’ha fatta ad affrontare la salita sterrata che portava al nostro alloggio: siamo scesi e l’abbiamo fatta a piedi.

Olde Bridge Grill Cafe (USA). Forse un po’ più nella “civiltà” – è persino su TripAdvisor – il Bridge è un saloon arredato in stile cow-boy, bancone e tavolini di legno, biliardo e attrezzi da ranch appesi alle pareti. Gestito dai Navajo nel cuore di Mexican Hat, dove a parte la Route 163 c’è ben poco, ci mangiai un tacos spettacolare e inconscientemente provai per la prima – e ultima – volta nella mia vita la famigerata Dr. Pepper, la dolcissima bibita analcolica di cui vanno ghiotti gli americani (ne bevono a litrate). Non tavolate ma tavolini “volanti” – a parte il tempo materiale di mangiare, si vagava tra un tavolo e l’altro – ricordo ancora la luce di mezzogiorno, così forte a riflettersi sulle rocce aride dello Utah, così in contrasto con l’azzurro carico del cielo, sulle route deserte dell’Ovest.

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Viva Cuba Libre? Tra autopiste e vicoli dell’Isla Grande

sfondo

L’Avana by night

C’è una calle in Centro Habana – si chiama Concordia – dove al numero 418 c’è un fascinoso palazzo coloniale del 1930 in rovina. Sul tetto, un ristorante di lusso, “il paladar de las estrellas”, reso famoso nel 1994 dal controverso film Fresa y Chocolate… per arrivarci, bisogna attraversare vicoli miseri, maleodoranti, pieni di detriti; poveri di luce ma pieni di musica ad ogni ora, affollati di cubani che si affacciano sulla soglia di casa. Una volta sul tetto, sembra di essere trasportati in Europa: i frequentatori sono solo ricchi europei o americani, quasi sempre arrivati in taxi o con auto parcheggiate appena sotto l’uscio, per non avventurarsi nei vicoli…

Lo scenario della Guarida rievoca le contraddizioni dell’Isla Grande. La miseria della gente a fianco dei piaceri esclusivi dei turisti, i fasti coloniali sgretolati dal tempo, una cultura troppo vivace per soccombere alla censura di regime. C’è chi si rassegna ma, maestro nell’arte dell’arrangiarsi, tira avanti, a suon di musica. Questa è la storia di un viaggio on the road a Cuba a fine 2015, prima che il disgelo commerciale con gli Usa cambi l’isola… con una breve appendice messicana, tra i reperti maya di Quintana Roo e Yucatan e il gioiellino di Valladolid.

Periodo: dal 12 al 26 dicembre 2015 (alta stagione, clima caldo, circa 30°, ma secco)
Costo totale Cuba/Messico: circa 2.200 euro (oltre al costo dei voli, a Cuba abbiamo cambiato in CUC/speso 800 euro)
Voli: 380 euro volo BluePanorama Malpensa-Habana, 150 USD volo Interjet Habana-Cancun, 550 euro volo Condor/Lufthansa 550 euro
Alloggi: costo medio di una camera per 2 in casa particular: 30 CUC a notte in alta stagione, in Messico circa 900 pesos per doppia.
Libri: Guida Modadori di Cuba; a Cuba di Danilo Manera.

All’Avana, tra fasti e contraddizioni

1cubaAtterriamo all’Avana il 12 pomeriggio, dopo un volo di 11 ore. All’aeroporto c’è già ad attenderci Josè, che ci porterà nella nostra prima casa particular cubana, Casa Caribe (vedi qui recensione). Primo incontro con i taxi dell’isola – scassati e senza cinture di sicurezza – e con i taxisti: ne conosceremo tantissimi, e con altrettanti chiacchiereremo del più e del meno, tra doppio sensi alla cubana e discorsi seri sulla situazione dell’isola. La mia parola d’ordine per Cuba è “Itagnolo”: un ibrido linguistico che mischia italiano, rudimenti di spagnolo e anche qualche inopportuna parola di dialetto lombardo, con cui comunque riusciamo bene o male a farci capire ovunque. Ci sistemiamo e in serata andiamo a cena alla vicina Guarida: atmosfera affascinante, prezzi alti e cibo nella media, ad uso di soli stranieri bianchi.2cuba
Il giorno dopo ci buttiamo sul Malencòn e andiamo verso Centro Habana: Paseo del Prado, Capitolio, Hotel Anglaterra e il Museo de la Revoluciòn, ex palazzo presidenziale del dittatore Fulgencio Batista, oggi esposizione interessante – ma molto autocelebrativa – che racconta eventi e personaggi della Rivoluzione, dove conosco meglio il buon Camilo Cienfuegos, eroe della rivoluzione morto a soli 27 anni, come le rockstar, in un incidente aereo mai chiarito. Il pomeriggio vaghiamo per la meravigliosa Habana Vieja: tra Plaza de la Cathedral (in foto) e il mercatino di libri di Plaza de las Armas, è un susseguirsi di gioielli coloniali ed edifici dai colori vivaci. Ceniamo alla famosa Bodeguita del Medio di Hemingway, e dopocena andiamo al cinema Yara per l’ultima serata di proiezioni del Festival del cinema latinoamericano, dove vedremo il discreto film cileno “El Club”.

cuba3Lunedì escursione alla Valle di Vinales, che decidiamo di prenotare con Havanatur; la guida – piuttosto scorbutica – non sarà un granché, ma la zona ovest dell’isola è davvero affascinante, con una verdissima vegetazione tropicale e i tondeggianti mogotes, alture calcaree che svelano la natura carsica dell’area, e parecchie grotte, tra cui la Cueva dell’Indio, dove faremo una gita in barca prima di rientrare alla base facendo tappa al Mural de la Prehistoria (tamarrissimo, tanto quanto impagabile è la pina colada dei chioschetti…la mejor de mi vida :-)). Prima di Vinales visitiamo la fabbrica di sigari Francisco Donatien a Pinar del Rio, dove vediamo all’opera i torceadores e dove mi vien voglia di candidarmi come lector: per mezza giornata, infatti, in fabbrica c’è un lettore che legge libri ad alta voce per intrattenere gli operai durante il lavoro. Un’usanza diventata Patrimonio Culturale di Cuba, e non stupisce: negli anni ’60 erano gli stessi operai a pagare il salario del lettore, che formava la loro cultura intrattenendoli.

Martedì mattina abbiamo una missione: revoluciontrovare il modo di arrivare alla Laguna del Tesoro, dove ho prenotato un'(apparentemente) fantastica camera all’Hotel Villa Guamà, tutto fatto di bungalow su palafitta, come ricostruzione di un villaggio indio, e un modo di esplorare il parco naturale della Peninsula de Zapata. Tragicomica esperienza all’arcinoto terminal dei bus Viazul: fila infernale, stampanti ad aghi che sputano carta, bambini che piangono, gente disperata che telefona, e un’impiegata baffuta ci comunica con tono sadico che non c’è più posto sul Viazùl per Playa Giròn… l’unico non prenotato dall’Italia, volendo valutare anche l’opzione taxi. Dopo aver vagato per l’immancabile Plaza de la Revoluciòn (foto sopra) e le vie universitarie del Vedado, all’hotel Havana Libre una gentile impiegata di un tour operator ci avverte: ha sentito in radio e tv di cedimenti strutturali delle palafitte! Meglio controllare… dall’hotel confermano e annulliamo tutto, prenotando per l’indomani la spettacolare escursione Caribbean Day di Cubatur con ritorno all’Avana. Nel pomeriggio andiamo verso est e visitiamo il Castillo del Morro, una fortezza costruita dagli spagnoli alla fine del XVIII secolo, e dopo essere arrivate in taxi attraverso il tunnel una carretta del mare ci porta all’Habana Vieja.

cuba4Il Caribbean day: un simpatico ragazzo in jeep ci porta fino alla Cienaga de Zapata, dove dopo una tappa a Playa Larga visitiamo il villaggio taìno di Guamà, il Criadero con i cattivissimi coccodrilli, la Cueva de los Peces, per poi rilassarci e fare snorkeling a Caleta Buena. La mia prima volta in maschera e di sicuro la prima volta in mezzo a pesci di colori così spettacolari, che si lasciano avvicinare dalle molliche di pane e a volte ti mordicchiano pure. Abbiamo la possibilità di parlare del più e del meno (il ragazzo oltre allo spagnolo parla un ottimo inglese), e scopriamo che, da dipendente di un tour operator di Stato, guadagna circa 20 CUC al mese (meno di 20 euro)… peccato che una buona parte debba restituirle come “condivisione mance” con il personale che lavora negli uffici. Certo, nulla rispetto ai medici che, guadagnando trenta euro circa al mese, a volte devono trovarsi un secondo lavoro per arrotondare… ricordo di aver letto la storia di un primario che alle 17 staccava per fare il tassista. E’ questa una dicotomia paradossale e inquietante del sistema sociale cubano: da un lato chi lavora a guadagna i CUC del turismo, dall’altro i dipendenti statali, spesso estremamente qualificati e con un salario del tutto simbolico.

cuba5.jpgLa mattina seguente prendiamo il Viazùl all’alba e dopo un ottimo viaggio arriviamo a Trinidad (molto carina la casa particular di Guerrino, italiano di Ferrara trasferito a Cuba). La città è uno spettacolare gioiellino coloniale, sembra una cartolina con tutte le sue casette colorate, quasi tutto quello che c’è da visitare è in centro: Plaza Mayor, la Iglesia Parroquial de la Santisima Trinidad, il Palacio Brunet (purtroppo chiuso per restauro) e il Palacio Cantero, spettacolare palazzo neoclassico con una torre da cui si può vedere tutta Trinidad. Fuori dal centro, al tramonto andiamo a vedere l’evitabile Ermita de Nuestra Senora de la Candelaria, e il Cabildo de los Congos Reales de San Antonio, dove alle statue di Sant’Antonio fa compagnia l’effigie di Oggùn, il suo corrispondente nel culto del Palo Monte: a Cuba sono ancora diffuse le fedi animiste (vedi qui info sulla famosa santerìa), e per proteggersi gli orishos nei secoli hanno preso le forme dei santi cristiani. Dopocena andiamo a sentire un po’ di musica alla Casa de la Musica, dove troviamo uno spettacolo tribale dal vivo, salsa e tanti stranieri.

Dopo tutto questo viaggiare arriva la tanto sospirata due giorni di spiagge caraibiche. Scegliamo come base la città di Remedios, per vedere qualche scampolo di preparativi delle Parrandas, la scatenata festa pre-natalizia della cittadina, per il resto molto tranquilla  e rilassata, fuori dai circuiti turistici di massa, si sviluppa intorno alla piazza principale con le due chiese; pernottiamo all’ostello Casa Richard, che prende il nome dall’arzillo Ricardo, un nonno cubano intraprendente che ci affitta una bellissima e ampia stanza con tutti i comfort. Per 50 CUC cuba6andata/ritorno il tassista Alexì ci accompagna per due giorni alle due spiagge di Cayo Santa Maria che abbiamo scelto: Playa Las Salinas (gratuita) e Playa Las Cabiotas (4 CUC a testa), due fantastiche spiagge tropicali con la sabbia bianchissima e il mare di 3 spettacolari sfumature di azzurro. Pochissima gente in spiaggia, nessun bar, più cubani che turisti: un angolo di Eden ancora al riparo dal turismo di Varadero, che però si avvicina sempre di più (da Las Salinas vedevamo le ruspe in azione per i nuovi resort di Santa Maria: ancora qualche anno, e la spiaggia libera non sarà più tale…).

cuba7L’ultimo giorno a Cuba lo passiamo a Santa Clara, dove il Che combattè la famosa battaglia, catturando un treno carico di armi inviato dal dittatore Batista, conquistando la città e preparando la vittoria per la rivoluzione. In città in realtà c’è poco o nulla da vedere: oltre ai palazzi del centro, dietro al complesso scultoreo dedicato al Che c’è un museo che mi sarebbe piaciuto molto visitare, peccato fosse stato appena chiuso per la pioggia (!). Qui incontriamo due simpatiche ragazze australiane, impegnate in un anno sabbatico intorno al mondo (invidia), e mi premio con le ultime Pina Colada, prima di prendere il taxi per l’Avana e volare verso il Messico.

Mi sono ammalata di Cubanite? Non lo so. Quello che è certo, è il gusto agrodolce di un Paese meraviglioso, pieno di contraddizioni, una natura lussureggiante e un’arretratezza tecnologica fuori dal tempo, un popolo caldo e vivace, colto, ma costretto dalla miseria ad avere un occhio fisso sull’utile (uno spagnolo conosciuto a Vinales, per la decima volta sull’isola, ci diceva che per lui è impossibile per un occidentale avere amici cubani, sempre interessati).

A Cuba tutti stanno bene, e tutti vogliono andarsene…

(continua in Mexico…)

 

Categorie: viaggi | 2 commenti

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