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Tavolate in mezzo al nulla

blog_2013_giu_italiani_in_tavolaAdoro le osterie, le tavolate in posti grezzi, i quadretti molto rossi e forse non più troppo bianchi. Le situazioni conviviali, magari e soprattutto se ricreate in un locale scovato per caso in mezzo al nulla. A random, tre dei miei posti grezzi preferiti all’estero, che non riuscirei – penso – nemmeno a ritrovare:

Locanda di Sokolac (Bosnia Erzegovina). Ecco un posto di cui non ricordo nemmeno il nome, e nessun motore di ricerca mi potrà aiutare. Era la primavera del 2016, e durante il Balkan Tour stavamo arrivando a Sarajevo da Belgrado; dopo un tortuoso percorso tutto a tornanti, il miraggio di un ristorante sulla destra, con tanto di camion parcheggiato sotto, ci fermiamo per una sosta a base di tè e birrette. Locale vuoto, quasi uno chalet: il soffitto con le travi di legno, la stufa di ghisa, le tendine traforate alle pareti, le riviste di gossip da parrucchiere sul tavolo. Non avevamo modo di farci capire dall’adorabile signora bosniaca, che non parlava né italiano né inglese, se non indicando le cose sul menù, o con i gesti: per avere un tè caldo, mi sono diretta verso il frigorifero, ho preso un Estathè e ho mimato di metterlo sulla stufa. Una sola cosa mi è certa: eravamo, al più tardi, negli anni ’80.

Ristorante di Tres Rios de Coronado Cortes (Costa Rica). Tres Rios è un piccolo paese in mezzo alla foresta non lontano dalla costa pacifica meridionale della Costa Rica. Nessun motivo per andarci, ma – durante il mio ultimo viaggio con Avventure nel Mondo – scendemmo a passare la notte fin qui di fatto per errore, non avendo poi il tempo di scendere e vedere la bella penisola di Osa. Sempre per errore ci siamo fermati al ristorante sbagliato, che non era quello consigliato dalla canadese new age che gestiva l’hotel dove pernottavamo. Stanchezza a gogo, autista incazzato perché avrebbbe dovuto partire prima quella sera per andare a dormire altrove: l’atmosfera che si è creata tra i 15 ha spazzato via tutto, una tavolata spettacolare tra Imperial (la birra nazionale) e casado a buon prezzo. Per concludere la serata, tornando indietro il nostro pullmino non ce l’ha fatta ad affrontare la salita sterrata che portava al nostro alloggio: siamo scesi e l’abbiamo fatta a piedi.

Olde Bridge Grill Cafe (USA). Forse un po’ più nella “civiltà” – è persino su TripAdvisor – il Bridge è un saloon arredato in stile cow-boy, bancone e tavolini di legno, biliardo e attrezzi da ranch appesi alle pareti. Gestito dai Navajo nel cuore di Mexican Hat, dove a parte la Route 163 c’è ben poco, ci mangiai un tacos spettacolare e inconscientemente provai per la prima – e ultima – volta nella mia vita la famigerata Dr. Pepper, la dolcissima bibita analcolica di cui vanno ghiotti gli americani (ne bevono a litrate). Non tavolate ma tavolini “volanti” – a parte il tempo materiale di mangiare, si vagava tra un tavolo e l’altro – ricordo ancora la luce di mezzogiorno, così forte a riflettersi sulle rocce aride dello Utah, così in contrasto con l’azzurro carico del cielo, sulle route deserte dell’Ovest.

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Viva Cuba Libre? Tra autopiste e vicoli dell’Isla Grande

sfondo

L’Avana by night

C’è una calle in Centro Habana – si chiama Concordia – dove al numero 418 c’è un fascinoso palazzo coloniale del 1930 in rovina. Sul tetto, un ristorante di lusso, “il paladar de las estrellas”, reso famoso nel 1994 dal controverso film Fresa y Chocolate… per arrivarci, bisogna attraversare vicoli miseri, maleodoranti, pieni di detriti; poveri di luce ma pieni di musica ad ogni ora, affollati di cubani che si affacciano sulla soglia di casa. Una volta sul tetto, sembra di essere trasportati in Europa: i frequentatori sono solo ricchi europei o americani, quasi sempre arrivati in taxi o con auto parcheggiate appena sotto l’uscio, per non avventurarsi nei vicoli…

Lo scenario della Guarida rievoca le contraddizioni dell’Isla Grande. La miseria della gente a fianco dei piaceri esclusivi dei turisti, i fasti coloniali sgretolati dal tempo, una cultura troppo vivace per soccombere alla censura di regime. C’è chi si rassegna ma, maestro nell’arte dell’arrangiarsi, tira avanti, a suon di musica. Questa è la storia di un viaggio on the road a Cuba a fine 2015, prima che il disgelo commerciale con gli Usa cambi l’isola… con una breve appendice messicana, tra i reperti maya di Quintana Roo e Yucatan e il gioiellino di Valladolid.

Periodo: dal 12 al 26 dicembre 2015 (alta stagione, clima caldo, circa 30°, ma secco)
Costo totale Cuba/Messico: circa 2.200 euro (oltre al costo dei voli, a Cuba abbiamo cambiato in CUC/speso 800 euro)
Voli: 380 euro volo BluePanorama Malpensa-Habana, 150 USD volo Interjet Habana-Cancun, 550 euro volo Condor/Lufthansa 550 euro
Alloggi: costo medio di una camera per 2 in casa particular: 30 CUC a notte in alta stagione, in Messico circa 900 pesos per doppia.
Libri: Guida Modadori di Cuba; a Cuba di Danilo Manera.

All’Avana, tra fasti e contraddizioni

1cubaAtterriamo all’Avana il 12 pomeriggio, dopo un volo di 11 ore. All’aeroporto c’è già ad attenderci Josè, che ci porterà nella nostra prima casa particular cubana, Casa Caribe (vedi qui recensione). Primo incontro con i taxi dell’isola – scassati e senza cinture di sicurezza – e con i taxisti: ne conosceremo tantissimi, e con altrettanti chiacchiereremo del più e del meno, tra doppio sensi alla cubana e discorsi seri sulla situazione dell’isola. La mia parola d’ordine per Cuba è “Itagnolo”: un ibrido linguistico che mischia italiano, rudimenti di spagnolo e anche qualche inopportuna parola di dialetto lombardo, con cui comunque riusciamo bene o male a farci capire ovunque. Ci sistemiamo e in serata andiamo a cena alla vicina Guarida: atmosfera affascinante, prezzi alti e cibo nella media, ad uso di soli stranieri bianchi.2cuba
Il giorno dopo ci buttiamo sul Malencòn e andiamo verso Centro Habana: Paseo del Prado, Capitolio, Hotel Anglaterra e il Museo de la Revoluciòn, ex palazzo presidenziale del dittatore Fulgencio Batista, oggi esposizione interessante – ma molto autocelebrativa – che racconta eventi e personaggi della Rivoluzione, dove conosco meglio il buon Camilo Cienfuegos, eroe della rivoluzione morto a soli 27 anni, come le rockstar, in un incidente aereo mai chiarito. Il pomeriggio vaghiamo per la meravigliosa Habana Vieja: tra Plaza de la Cathedral (in foto) e il mercatino di libri di Plaza de las Armas, è un susseguirsi di gioielli coloniali ed edifici dai colori vivaci. Ceniamo alla famosa Bodeguita del Medio di Hemingway, e dopocena andiamo al cinema Yara per l’ultima serata di proiezioni del Festival del cinema latinoamericano, dove vedremo il discreto film cileno “El Club”.

cuba3Lunedì escursione alla Valle di Vinales, che decidiamo di prenotare con Havanatur; la guida – piuttosto scorbutica – non sarà un granché, ma la zona ovest dell’isola è davvero affascinante, con una verdissima vegetazione tropicale e i tondeggianti mogotes, alture calcaree che svelano la natura carsica dell’area, e parecchie grotte, tra cui la Cueva dell’Indio, dove faremo una gita in barca prima di rientrare alla base facendo tappa al Mural de la Prehistoria (tamarrissimo, tanto quanto impagabile è la pina colada dei chioschetti…la mejor de mi vida :-)). Prima di Vinales visitiamo la fabbrica di sigari Francisco Donatien a Pinar del Rio, dove vediamo all’opera i torceadores e dove mi vien voglia di candidarmi come lector: per mezza giornata, infatti, in fabbrica c’è un lettore che legge libri ad alta voce per intrattenere gli operai durante il lavoro. Un’usanza diventata Patrimonio Culturale di Cuba, e non stupisce: negli anni ’60 erano gli stessi operai a pagare il salario del lettore, che formava la loro cultura intrattenendoli.

Martedì mattina abbiamo una missione: revoluciontrovare il modo di arrivare alla Laguna del Tesoro, dove ho prenotato un'(apparentemente) fantastica camera all’Hotel Villa Guamà, tutto fatto di bungalow su palafitta, come ricostruzione di un villaggio indio, e un modo di esplorare il parco naturale della Peninsula de Zapata. Tragicomica esperienza all’arcinoto terminal dei bus Viazul: fila infernale, stampanti ad aghi che sputano carta, bambini che piangono, gente disperata che telefona, e un’impiegata baffuta ci comunica con tono sadico che non c’è più posto sul Viazùl per Playa Giròn… l’unico non prenotato dall’Italia, volendo valutare anche l’opzione taxi. Dopo aver vagato per l’immancabile Plaza de la Revoluciòn (foto sopra) e le vie universitarie del Vedado, all’hotel Havana Libre una gentile impiegata di un tour operator ci avverte: ha sentito in radio e tv di cedimenti strutturali delle palafitte! Meglio controllare… dall’hotel confermano e annulliamo tutto, prenotando per l’indomani la spettacolare escursione Caribbean Day di Cubatur con ritorno all’Avana. Nel pomeriggio andiamo verso est e visitiamo il Castillo del Morro, una fortezza costruita dagli spagnoli alla fine del XVIII secolo, e dopo essere arrivate in taxi attraverso il tunnel una carretta del mare ci porta all’Habana Vieja.

cuba4Il Caribbean day: un simpatico ragazzo in jeep ci porta fino alla Cienaga de Zapata, dove dopo una tappa a Playa Larga visitiamo il villaggio taìno di Guamà, il Criadero con i cattivissimi coccodrilli, la Cueva de los Peces, per poi rilassarci e fare snorkeling a Caleta Buena. La mia prima volta in maschera e di sicuro la prima volta in mezzo a pesci di colori così spettacolari, che si lasciano avvicinare dalle molliche di pane e a volte ti mordicchiano pure. Abbiamo la possibilità di parlare del più e del meno (il ragazzo oltre allo spagnolo parla un ottimo inglese), e scopriamo che, da dipendente di un tour operator di Stato, guadagna circa 20 CUC al mese (meno di 20 euro)… peccato che una buona parte debba restituirle come “condivisione mance” con il personale che lavora negli uffici. Certo, nulla rispetto ai medici che, guadagnando trenta euro circa al mese, a volte devono trovarsi un secondo lavoro per arrotondare… ricordo di aver letto la storia di un primario che alle 17 staccava per fare il tassista. E’ questa una dicotomia paradossale e inquietante del sistema sociale cubano: da un lato chi lavora a guadagna i CUC del turismo, dall’altro i dipendenti statali, spesso estremamente qualificati e con un salario del tutto simbolico.

cuba5.jpgLa mattina seguente prendiamo il Viazùl all’alba e dopo un ottimo viaggio arriviamo a Trinidad (molto carina la casa particular di Guerrino, italiano di Ferrara trasferito a Cuba). La città è uno spettacolare gioiellino coloniale, sembra una cartolina con tutte le sue casette colorate, quasi tutto quello che c’è da visitare è in centro: Plaza Mayor, la Iglesia Parroquial de la Santisima Trinidad, il Palacio Brunet (purtroppo chiuso per restauro) e il Palacio Cantero, spettacolare palazzo neoclassico con una torre da cui si può vedere tutta Trinidad. Fuori dal centro, al tramonto andiamo a vedere l’evitabile Ermita de Nuestra Senora de la Candelaria, e il Cabildo de los Congos Reales de San Antonio, dove alle statue di Sant’Antonio fa compagnia l’effigie di Oggùn, il suo corrispondente nel culto del Palo Monte: a Cuba sono ancora diffuse le fedi animiste (vedi qui info sulla famosa santerìa), e per proteggersi gli orishos nei secoli hanno preso le forme dei santi cristiani. Dopocena andiamo a sentire un po’ di musica alla Casa de la Musica, dove troviamo uno spettacolo tribale dal vivo, salsa e tanti stranieri.

Dopo tutto questo viaggiare arriva la tanto sospirata due giorni di spiagge caraibiche. Scegliamo come base la città di Remedios, per vedere qualche scampolo di preparativi delle Parrandas, la scatenata festa pre-natalizia della cittadina, per il resto molto tranquilla  e rilassata, fuori dai circuiti turistici di massa, si sviluppa intorno alla piazza principale con le due chiese; pernottiamo all’ostello Casa Richard, che prende il nome dall’arzillo Ricardo, un nonno cubano intraprendente che ci affitta una bellissima e ampia stanza con tutti i comfort. Per 50 CUC cuba6andata/ritorno il tassista Alexì ci accompagna per due giorni alle due spiagge di Cayo Santa Maria che abbiamo scelto: Playa Las Salinas (gratuita) e Playa Las Cabiotas (4 CUC a testa), due fantastiche spiagge tropicali con la sabbia bianchissima e il mare di 3 spettacolari sfumature di azzurro. Pochissima gente in spiaggia, nessun bar, più cubani che turisti: un angolo di Eden ancora al riparo dal turismo di Varadero, che però si avvicina sempre di più (da Las Salinas vedevamo le ruspe in azione per i nuovi resort di Santa Maria: ancora qualche anno, e la spiaggia libera non sarà più tale…).

cuba7L’ultimo giorno a Cuba lo passiamo a Santa Clara, dove il Che combattè la famosa battaglia, catturando un treno carico di armi inviato dal dittatore Batista, conquistando la città e preparando la vittoria per la rivoluzione. In città in realtà c’è poco o nulla da vedere: oltre ai palazzi del centro, dietro al complesso scultoreo dedicato al Che c’è un museo che mi sarebbe piaciuto molto visitare, peccato fosse stato appena chiuso per la pioggia (!). Qui incontriamo due simpatiche ragazze australiane, impegnate in un anno sabbatico intorno al mondo (invidia), e mi premio con le ultime Pina Colada, prima di prendere il taxi per l’Avana e volare verso il Messico.

Mi sono ammalata di Cubanite? Non lo so. Quello che è certo, è il gusto agrodolce di un Paese meraviglioso, pieno di contraddizioni, una natura lussureggiante e un’arretratezza tecnologica fuori dal tempo, un popolo caldo e vivace, colto, ma costretto dalla miseria ad avere un occhio fisso sull’utile (uno spagnolo conosciuto a Vinales, per la decima volta sull’isola, ci diceva che per lui è impossibile per un occidentale avere amici cubani, sempre interessati).

A Cuba tutti stanno bene, e tutti vogliono andarsene…

(continua in Mexico…)

 

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Japan Rail Tour 2015 – tra Yin e Yang

E fu così che dopo il Capodanno valenciano, le sorelle rurali della Valcuvia decisero di dribblare anche le festività 2014/2015, stavolta con il primo viaggio intercontinentale: destinazione Giappone, a caccia di contrasti tra la spiritualità dei templi e la folle ipertecnologia nipponica. Budget totale per 14 giorni (incluso tutto, volo Milano Malpensa/Tokyo Narita, tutte le accomodation alcune in camerata, Japan Railway Pass): 1.750 euro.

Tokyo (23, 24, 25 dicembre 2014)

ShibuyaFinalmente, dopo più di 12 ore di volo e uno scalo a Vienna, atterriamo con un volo Austrian Airlines a Tokyo Narita, e corriamo subito ad accaparrarci il mitico Japan Railway Pass, prenotato mesi prima, e con il Narita Express in 80 minuti siamo a Shinjuku. E’ il primo impatto con le forsennate stazioni di Tokyo: Shinjuku è la stazione più frequentata del mondo, con 3,5 milioni di persone in transito, ed è un crocevia assolutamente immenso di gente che corre per ogni dove, tra centinaia di indicazioni e di linee della JR e della metro (anche l’ultimo giorno faremo fatica a districarci). Il quartiere di Shinjuku sarà la base per le nostre esplorazioni, in un Vintage Hotel ovviamente piazzato nella zona meno raccomandabile di tutte, Kabuki cho, il quartiere a luci rosse che si dice sia gestito dalla Yakuza, pieno di pachinko e locali notturni (per la cronaca, noi abbiamo avuto zero problemi). Qui andiamo subito a cozzare contro il lato più tamarro del Giappone, tra grattacieli, centri commerciali e mega-insegne pubblicitarie, il tutto corollato da luci al neon e suoni robotici, persino il verde dell’attraversamento pedonale è accompagnato da un cinguettio elettronico assolutamente improponibile!
Dedichiamo la giornata al cazzeggio: ciotola di ramen al bancone di un locale (qui ci accorgiamo subito di essere moolto lente a mangiare rispetto agli efficientissimi giappo, che giuriamo aver visto sbirciare l’orologio mentre eravamo al tavolo) e via, passeggio nella zona est di Shinjuku e poi visita alla zona ovest, quella dei grattacieli e dei palazzi governativi, dove saliremo al piano 45F del Tokyo Metropolitan Government Offices per ammirare la metropoli dall’alto: nuvole e grattacieli che si riflettono su altri grattacieli. Serata a Shibuya (vedi foto), il quartiere della movida, dove salutiamo la statua del cane Hachiko, visitiamo l’immane centro commerciale Shibuya 109 (dove nascerà la mania di mia sorella: il vestitino “vittoriano” delle lolite giapponesi, che però troveremo solo a Tokyo) non prima di esserci buttate all’attraversamento del famosissimo incrocio di Shibuya, “la mischia”, l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, dove la gente attraversa a centinaia in tutte le direzioni riuscendo sempre a schivarsi. Cena con un sashimi mediocre, ci accorgiamo che il sushi non è ovunque e non è assolutamente il cibo più diffuso tra i giappo.
La mattina dopo si parte per Tsukiji, il mastodontico mercato ittico dove ogni giorno pare siano trasportate più di 2.400 tonnellate di pesce; andiamo con calma – d’inverno la famosissima quanto cruenta asta del maguro, dove di recente un tonno rosso di 342 chili è stato venduto per quasi 400mila dollari, è chiusa – e ci ritroviamo a vagare tra banchi di pesce freschissimo dribblando i pericolosissimi muletti del mercato, per poi mangiare in uno dei ristorantini del mercato, dove ci Santuario di Asakusamangiamo un chirashi paradisiaco. Svolta “spirituale” nel pomeriggio, con la visita al nostro primo vero e proprio tempio giappo importante, il Senso-ji di Asakusa, dove come tutti ci affumichiamo di incenso per ottenere la buona salute, in cambio di un’offerta consultiamo il nostro bigliettino della sorte (la mia, che sarà poi confermata a Nikko, è una “regular fortune”!) e ci diamo ai regalini nel Nakamise-dori, una strada tutta di bancarelle che porta dal portale Kaminari-mon al tempio vero e proprio. Come più intensamente a Kyoto, ci iniziamo a stupire per la commistione tra spiritualità e mondanità dei santuari nipponici: si va al tempio non solo per pregare ma anche comprare i dolcetti e i regali per gli amici, come in effetti si vede in manga tipo Proteggi la mia terra. Mordi e fuggi in altri due quartieri, con la passeggiata al parco Ueno-koen e una seratina al Pink Cow di Roppongi, “Californian café”, un po’ il locale radical chic della situazione, dove facciamo la conoscenza di baristi e clienti stranieri o mezzosangue, ma pochissimi veri giappo.
La mattina di Natale tuffo nel mondo degli anime con la visita al Museo Ghibli di Mitaka, tutto dedicato al mondo degli anime del maestro Miyazaki; i biglietti del museo vanno prenotati in anticipo decidendo già data e ora della visita, o comprandoli tramite agenzia (in Italia) oppure tramite uno dei terminali dei Lawson (come abbiamo fatto noi, bravissime ma aiutate da una commessa perché le scritte sono tutte in giappo!). Il museo, che raccoglie disegni tratti dai cartoni animati dello studio e ha una piccola sala di proiezione dove viene proiettato un corto di 20 minuti di Miyazaki, è carino anche se sinceramente mi aspettavo di più… punto forte per i bambini sicuramente il divertentissimo gattobus tratto dal cartone Il mio amico Totoro. Dal mondo della fantasia ci buttiamo nella follia iper-tecnologica della Eletric Town di Akihabara, Tokyo Towerche dopo la seconda guerra mondiale era diventata la zona del mercato nero di pezzi di radio ed oggi è una sequela infinita di centri commerciali che vendono videogiochi, manga e articoli per gli otaku (gli appassionati di manga giapponesi), vi si trova veramente di tutto e per tutti i gusti, senza farsi mancare una buona dose di erotismo (assurdo vedere riproduzioni di carri armati con sei collegiali discinte draiate sopra, supereroi crocifissi ma soprattutto che dire di Paperina in versione sexy vampira dark?!). Adiacente ad Akihabara c’è Jinbocho, un quartiere ben diverso, molto più “vintage”, dove si può spulciare tra gli scaffali di più di 100 librerie di libri usati. In serata mi dirigo da sola (mia sorella è in preda alla febbre e rientra alla base) verso la Tokyo Tower, dove faccio in tempo a vedere parte di un rito buddhista nello Zojo-ji e salgo (quasi) in cima alla Tokyo Tower, da cui di notte Tokyo è un meraviglioso tappeto di luci. Prima di ritornare a casa mi faccio un giretto nel Golden Gai: a due passi da Kabuki cho, è fatto da una serie di stradine dove si susseguono bar minuscoli, ciascuno dei quali può accogliere al massimo 4/5 persone (suggestivo ma anche un po’ “tourist trap”, visto che spesso il solo ingresso è di 1.000 yen! Oltretutto poco noto anche ai locali: la sera che siamo uscite con 2 ragazzi di Tokyo, nessuno di loro conosceva la zona, credendo che ci stessimo riferendo a “un tizio fatto d’oro” 😉 ).

Fuji-san (26 dicembre)
La mattina dopo partiamo verso il simbolo per eccellenza del Giappone: il Monte Fuji. D’inverno è impossibile scalarlo – del resto le rancesi in trasferta avevano tutt’altre intenzioni che scarpinare per 7 ore 🙂 – decidiamo invece di trascorrere un giorno alla stazione di Kawaguchi-ko, la quinta delle 10 stazioni per l’ascesa alla vetta. Arriviamo con la JR fino ad Otsuki, poi prendiamo  linea Fuji Kyuko, con un simpatico trenino con la faccia del Fuji che sorride Monte Fujiche ci porta fino a Kawaguchi-ko; qui abbiamo i primi incontri con le anime del luogo: il freddo (brrr…) e gli ottimi hoto, tagliolini in brodo simili ai ramen ma più spessi. Passiamo la giornata in relax, passeggiando lungo il lago e salendo sulla piattaforma panoramica del Fuji, premiandoci alla fine con un tè e dolcetti (dappertutto nei negozi troviamo biscotti, tortine e gadget di ogni genere con l’icona del mitico vulcano). Pernottiamo al K’s House Monte Fuji, ostello carino e molto economico ma davvero gelido… per scaldare la serata, non troviamo niente di meglio di un piccantissimo ristorante thai nei paraggi…

Nikko (27 dicembre)
Dal Fuji con una complessa serie di cambi arriviamo a Nikko, purtroppo già nel pomeriggio, quando le ombre iniziano a calare. Ma dopo essersi lasciati alle spalle il famoso ponte vermiglio Shinkyo, che rappresenta uno dei due serpenti con cui secondo la leggenda l’eremita fondatore di Nikko attraversò il fiume, ecco il santuario: attraverso la monumentale porta Yomeimon entriamo nel Toshogu, costruito nel 1636 in memoria dello shogun Ieyasu Tokugawa, un immenso parco dove una foresta di criptomerie incornicia più di una dozzina di edifici shintoisti e buddisti, dichiarati patrimonio dell’umanità, che fu definito “un’opera praticamente perfetta” dal Nikkofisico Richard Feynman, che apprezzò in particolare la simmetria di uno dei portali. Interessanti tra gli altri la pagoda a 5 piani, il luogo di sepoltura di Ieyasu e diversi dettagli artistici come:
le famose tre scimmie intagliate sulla sacra stalla, che rappresentano i tre principi del Buddhismo Tendai, ovvero “non sentire il male, non vedere il male, non parlare il male”
la scultura del “gatto dormiente”
il dipinto di akiryu (Drago che ruggisce) nella sala Yakushi-do, di cui i monaci danno anche una dimostrazione delle particolari proprietà acustiche battendo due bastoni di legno: quando i bastoni vengono battuti vicino alla bocca del drago, il suono sembra una specie di ruggito. Non ci accontentiamo della visita al parco e al calr delle tenebre andiamo alla ricerca dei “Bake jizo” (jizo fantasma): 70 statuette al di là del fiume, vicino al Kanmangafuchi Abyss, ciascuna addobbata con un berretto e un bavaglino rossi e che si dice si scambino di posizione non viste… in coerenza con la leggenda, non siamo riuscite a tenerne il conto, in compenso sceso il buio ci siamo perse l’un l’altra per un po’ nelle tenebre…
In serata ci fermiamo a mangiare all’Hippari dako, minuscolo localino ormai istituzione del luogo, la cui particolarità sono le migliaia di bigliettini attaccati su pareti e soffitto, lasciati dai viaggiatori da tutto il mondo che hanno voluto lasciare un segno del proprio passaggio; ceneremo a poco prezzo conoscendo un viaggiatore solitario messicano e io scoprirò l’opinabile gusto della yuba, pellicola di tofu ricavata dalla bollitura del latte di soia tipica di Nikko. Notte al Nikko Park Lodge Tobu Station.

Nagano (28-29 dicembre)
Saltiamo sullo shinkansen e dopo circa 3 ore e un paio di cambi arriviamo a Nagano, la regina deSnow Monkey Naganolle nevi, dove nel ’98 si sono svolte le XVIII Olimpiadi invernali. E’ tempo di trattarci bene: in città abbiamo prenotato una notte nella Kamesei Ryokan. La ryokan è la tipica locanda giapponese: tatami, futon, onsen, giardino giapponese, tutto è curato fino al minimo dettaglio. La nostra ryokan è gestita dal simpatico Tyler, altissimo americanone di Seattle, che insieme alla moglie giapponese ha salvato l’attività della famiglia di lei dalla chiusura e che ci vizierà con tè, biscottini e attenzioni, mentre noi ci scialliamo nell’onsen femminile (dove è abitudine immergersi completamente nude). Dato lo scarso budget decidiamo di non scegliere la cena in ryokan (esperienza da fare prima o poi però), e ci dirigiamo in un ristorantino vicino dove mangeremo il sushi più buono del viaggio dopo quello del mercato di Tokyo, e dove con la nostra pronuncia delle due parole giappo che conosciamo diventeremo lo zimbello del locale e del giapponesissimo chef. Il giorno dopo affrontiamo la neve e in bus ci dirigiamo verso il Jigokudani Wild Monkey Park, dove attraverso un sentiero nel bosco andiamo a fotografare i famosi macachi delle nevi: circa 200 scimmiette che passano tutta la loro giornata nelle onsen del parco, giocando e spulciandosi l’un l’altra… ma con un certo caratterino, visto che mia sorella, avvicinatasi troppo ad una di loro per una foto, si vedrà “schiaffeggiata” per benino.

Kyoto – Nara (30-31 dicembre, 1-2 gennaio)

img_0711E’ tempo di esplorare la dimensione spirituale del Giappone: sempre in treno raggiungiamo la mitica Kyoto, la città dai mille templi. Antichissima capitale per più di un millennio, dal 794 al 1868, Kyoto ha un patrimonio culturale ricchissimo, tanto da essere stata dichiarata sito protetto dall’Unesco.
Per prima cosa ci sistemiamo nell’ottima e organizzatissima Capsule Ryokan, nei pressi della stazione, spazio minimo massima tecnologia (dalla maxi-doccia all’ormai proverbiale futuristico WC giapponese).
Il primo tempio che visitiamo è il complesso di Nishi-Honganji e Higashi Honganji (rispettivamente il tempio occidentale e orientale del voto loriginale), a due passi dall’ostello, dove per la prima volta dei sardonici ragazzi visto il nostro aspetto occidentale ci fermano per farsi fotografare con noi (e chissà che cosa millanteranno…). E’ la volta del img_0741pezzo forte, il meraviglioso santuario shintoista di Fushimi Inari: raggiungibile con la JR direzione Nara (fermata Inari), è uno spettacolare snodarsi di torii vermigli che per 4 km si inerpicano sulla collina; è dedicato a Inarii, la dea del riso, per questo oltre alle grandi statue all’ingresso del santuario ci sono centinaia di statuette di volpi, messaggere della dea, che tengono in bocca una chiave (la chiave delle riserve di riso). Tantissimi i fedeli che salendo il percorso lasciano offerte, accendono candele oppure scrivendo la propria tavoletta ema. In serata ci diamo alla pazza gioia e ci regaliamo un menù al costosissimo Itoh Dining, dove con l’acquolina alla bocca mangeremo l’arcinoto manzo di Kobe.

Il giorno dopo si va verso la foresta di bambù di Arashiyama: suggestiva e molto delicata, niente a che vedere però con una foresta (la passeggiata è breve e i turisti troppi, merita però una visita). Poi il Kinkaku-ji, il tempio del padiglione d’oro, dove ammiriamo una pagoda di tre piani completamente ricoperta di oro puro che si specchia su un lago, e dove passeggiando nel giardino zen avverrà l’incontro più surreale di sempre, con un collega in viaggio con la fidanzata. Il momento è esilarante: io lo guardo, lui mi guarda, non ci salutiamo per qualche secondo colpiti dall’improbabilità della cosa… e il bello è che non è il primo incontro in terra nipponica, visto che nell’estate dello stesso anno altre due colleghe si sono incontrate nello stesso assurdo modo a Nikko.

In serata decidiamo di festeggiare il Capodanno alla giapponese e di metterci in fila ad un tempio per il tradizionale Hatsumōde, la prima visita dell’anno al tempio. L’attesa è lunghissima e dura ore, avevamo in previsione di incontrare conoscenti che in realtà non troveremo mai, in compenso dopo aver suonato la campana all’ingresso del santuario varcandone la soglia entriamo nel vivo della spiritualità giapponese… che non è affatto solo meditazione, silenzio e offerte, ma al contrario si compenetra strettamente con la vita quotidiana. Così capita di bruciare incensi e formulare preghiere al profumo delle frittelle, subito prima di comprare souvenir e regalini per gli amici alla bancarella accanto.

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Il 1 gennaio ci svegliamo tardi e avvolte da un’abbondante nevicata decidiamo di scattare qualche foto ai torii e ai templi della città innevati per poi rifugiarci in un centro commerciale, dove oltre allo shopping passeremo il pomeriggio come i teen-ager giappo, tra videogames e le famose purikura, cabine fotografiche che permettono di applicare filtri alle foto per farle diventare più attraenti, più divertenti, più trendy… o più occidentali, visto che oltre all’aggiunta di cuoricini e frasi stucchevoli una tra le modifiche più gettonate è l’ingrandimento degli occhi.

Il 2 gennaio gita a Nara, per visitare la famosa statua del Buddha gigante, custodita nel più grande edificio di legno al mondo, il Todai-ji. Il tempio è in realtà solo uno degli spettacolari monumenti del parco di Nara, dove dribblando tra i famosi belllissimi cervi in libertà (ce ne sono almeno 1.200 esemplari, tutti con le corna arrotondate, considerati sacri perché messaggeri dei kami) è possibile visitare anche il Giardino Usuien (giardino giapponese sull’acqua), il Kasuga Taisha e il Kofukuji. Qui per una volta cedo alle tentazioni e mi compro una bellissima vestaglia giapponese, fucsia con decorazioni di aironi.

Hiroshima – Isola di Miyajima (3-4 gennaio)
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Andiamo incontro alla storia scendendo con la JR in treno fino a Hiroshima. La città nel suo complesso è brutta, industriale, completamente ricostruita a palazzoni dopo la guerra, ma sono due gli elementi che ne legittimano ampiamentela visita: lo scheletro della Genbuku Dome, unico edificio sopravvissuto vicino all’ipocentro della bomba atomica (a soli 150 m), e il Museo della pace. Qui, in mezzo a giapponesi in lacrime, faremo fatica a trattenere le nostre: ad una contestualizzazione storica iniziale segue un percorso tutto dedicato alle vite delle vittime, quelle morte durante l’esplosione e quelle sopravvissute alla bomba che ne subirono le conseguenze solo dopo molti anni, come la piccola Sadako Sasaki, che morì di leucemia cercando di realizzare mille gru di carta, che secondo la leggenda le avrebbero permesso di esaudire un desiderio. Le più terribili sono state le storie degli studenti delle scuole: il 6 agosto 1945 era festività nazionale, e migliaia di img_1018studenti avevano raggiunta la città per dare una mano nei campi di lavoro. Molti di loro sarebbero tornati a casa solo per morire poco dopo.
Di fronte a Hiroshima sorge “l’isola in cui convivono uomini e dei”: l’isola di Miyajima – dove secondo la leggenda è vietato nascere e morire – è sacra dalla costruzione del santuario Itsukushima. E’ la porta di Ootorii – il famoso torii fluttuante, che con l’alta marea sembra fluttuare sulle onde – l’ingresso al santuario, che i visitatori esplorano camminando sopra le acque dell’oceano.

Tokyo (4-5 gennaio)
img_1056E’ tempo di tornare. Dopo un fantozziano viaggio in JR Hiroshima-Tokyo (non abbiamo prenotato i posti a sedere e stiamo in piedi per 4 ore pigiate come sardine, probabilmente mischiate ai pendolari che rientrano in metropoli la domenica sera) ritorniamo nella metropoli. L’ultima notte cogliamo l’occasione per dormire in un capsule-hotel, il Shinjuku Kuyakusho-mae Capsule Hotel: soluzione geniale per città con una densità abitativa a dir poco selvaggia, ospita i viaggiatori in veri e propri “loculi” ipertecnologici chiusi da una tendina, e qui incontriamo non solo viaggiatori zaino in spalla ma anche rispettabili sciure che si rifanno l’acconciatura nei bagni in comune (del resto si dice spesso anche che vengano utilizzati dagli impiegati reduci dagli straordinari, che abbiano perso l’ultimo treno per casa). L’ultima sera usciamo per la prima volta con due giapponesi conosciuti su Couchsurfing: il sito è pochissimo usato nel Paese, in cui gli stranieri difficilmente riescono a integrarsi davvero, in effetti entrambi i ragazzi hanno vissuto per un periodo di studio/lavoro in Canada e negli USA. E così, con una birra occidentale in un pub inglese nel cuore della giapponesissima Shinjuku, salutiamo un Paese che ti strega con le sue contraddizioni… ormai malate di mal di Giappone, sappiamo che torneremo, destinazione? Forse il Festival della neve di Sapporo

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Nochevieja en camino… alcohólico

Del come due oscuri individui silvani partirono per rubare il Sacro Graal e lo scambiarono per una copa de vino rosado

IMG_4649La Svizzera non è solo franchi, cioccolatini e orologi. A volte piovono anche buoni viaggio da mille franchi, e c’è chi corre a spenderli: meta Valencia, per un Capodanno al caldo e lontano da “Ma tu cosa fai a…?”.

Partiamo venerdì 27 dicembre dall’aeroporto di Lugano (perché esiste: ci sono tanti graziosi aeroplanini ad elica, hostess rilassate e solo voli interni), il volo della Swiss Air atterra a Valencia in serata dopo scalo a Zurigo, perdonabile per i cioccolatini avuti in regalo 😉
Valencia è il punto di partenza del Camino de Santiago di Levante, e ce ne accorgiamo subito: incautamente per trovare l’hotel (questo qui) mi fido del tag su Maps, che lo segnalava dalle parti della fermata della verde Marìtim-Serrerìa. Fu così che scendemmo ad una stazione lontana dall’hotel, tra qualche brutto ceffo e molti scricchiolii di valigie, per poi darci alle tapas in una taberna appena di fronte…

Come a Barcellona, conosciamo e usciamo con un sacco di italiani: non in ostello stavolta – quello di Barcellona rimarrà sempre “l’ostello dei destini incrociati”, con incontri casuali di siculi, uno dei quali si rivelerà parente alla lontana di un ragazzo di Viggiù arrivato di lì a poco dal Camino – ma su Couchsurfing.it. Io l’ho scoperto da poco, l’idea èPlaza de l'Ajuntament potente: viaggiare facendosi ospitare e offrendo ospitalità a propria volta… ma ci si contatta anche semplicemente per uscire e scoprire le città, magari in compagnia di gente del posto. Di valenciani però ne abbiamo conosciuto solo uno: Natale e Capodanno sono “feste in famiglia”, gli studenti dalle città universitarie tornano a casa, e non abbiamo avuto grandi contatti. Attivissimi in compenso gli italiani: serate alcoliche assicurate, e il Capodanno lo abbiamo passato a cena con abruzzesi, brindando in Plaza de l’Ayuntamento e tra i locali vari tra Plaza del Tossal e la zona universitaria.
Unica pecca, esserci dimenticate l’uva comprata al Mercado Central, per il rito dell’uva: a Capodanno, allo scoccare di mezzanotte, la tradizione vuole che si mangino 12 chicchi d’uva, uno per ciascun rintocco… e se si riesce a mangiarli tutti entro la fine dei rintocchi, la fortuna per l’anno nuovo è certa 🙂

Di Valencia ho amato molto la varietà dei luoghi: si può visitare tranquillamente in tre giorni, ma prendendosela comoda ci si può sintonizzare sui placidi ritmi valenciani…

Ciudad de las artes y la ciencias

Valencia - Ciudad de las Artes y las cienciasLa Città delle Arti e delle Scienze è una vera e propria “città nella città” in stile contemporaneo; progettata da Santiago Calatrava, è un esempio di “architettura organica” (mi ha ricordato un po’ un Gaudì iper-moderno), che raccoglie 5 diversi edifici dedicati all’arte e alla scienza:  il Palau de les Arts Reina Sofia, l’Hemisferic, l’Umbracle, il Museo delle scienze Principe Felipe, l’Oceanografic. Con un biglietto cumulativo abbastanza salato (25 euro per studenti!) ci siamo visti l’Oceanografic, l’acquario più grande d’Europa – molto bello con grande varietà di ambienti, dalle vasche con la fauna mediterranea, al tunnel di 20 m con gli squali, all’area umida con uccelli e anfibi, al dolphinarium con gli spettacoli – e una proiezione sulle costellazioni del cielo invernale all’Hemisferic,  cinema IMAX con la forma di un gigantesco occhio umano e un suggestivo schermo a cupola stile planetario.
Il valenciano che abbiamo conosciuto ce lo ha presentata come un esempio di speculazione edilizia, a me invece è piaciuta moltissimo, complice l’integrazione delle strutture con aree d’acqua… come delle cupole biomeccaniche che spuntano da Atlantide!!!

Il centro storico

Valencia - Plaza de la VirgenValencia, città fondata nel 138 a.C. dai Romani, ancora mantiene le vestigia delle sue antiche origini: sul luogo dove era stato costruito il Foro oggi sorge la Almoina, museo (gratis la domenica!) dove è possibile percorrere gli scavi della Valentia romana, passeggiando tra il Foro e le antiche terme. Appena dietro le due piazze più importanti e caratteristiche: Plaza de la Virgen e Plaza de la Reina, con il complesso della famosa Cattedrale che si affaccia su entrambe le piazze con un volto diverso (gotico, barocco e romanico); entrando nella Cappella del Sacro Graal è facile incontrare alti prelati o semplici curiosi in contemplazione di quello che si ritiene il calice usato da Gesù nell’Ultima Cena. Immancabile la salita sul Miguelete, il campanile gotico con i suoi 207 gradini, e un’orchata tipica all’Orchateria El Siglo.

Più a Sud troviamo il famoso Mercado Central, tutto in stile modernista, dove abbiamo comprato uva ma anche scovato un’interessante bancValencia - Mercado Centralarella di trappiste belghe, e di fronte la raffinatissima Lonja de la Seda, edificio del XV secolo in stile gotico civile, dove aveva luogo il mercato della seta e che è stato dichiarato patrimonio culturale dell’UNESCO.
Ancora più a sud, la piazza più grande e più frequentata: su Plaza de l’Ajuntamento, cuore pulsante della città, si affacciano il Municipio del XX secolo, ispirato allo stile barocco, e molti pregevoli palazzi. Alle spalle della piazza, la Estacion del Norte in stile modernista, e Plaza de los Toros, nel cui anfiteatro purtroppo ancora oggi si svolgono le corride. Al di là dei luoghi turistici più interessanti, passeggiare nel centro significa imbattersi continuamente in bellissimi palazzi stile liberty, che fanno di Valencia un vero gioiellino aggraziato.

Tra spiagge e giardini

Valencia - Plaza de la MalvarrosaNon si può andare a Valencia senza fare un salto sulla spiaggia de La Malvarrosa: enorme, con sabbia fine, è frequentata anche d’inverno e sul lungomare ci sono diversi ristoranti dove assaggiare la famosa paella valenciana e i locali frequentati d’estate…
Tutto intorno al centro, invece, è bello passeggiare nei Giardini del Turìa, sorti sul letto di un fiume prosciugato: con i loro 9 km, sono un eden per ciclisti e atleti della domenica, ma anche per gli innamorati in cerca di tranquillità.

Il nostro viaggio si conlcude con una gita in giornata ad Alicante, che ammiriamo dal Castillo di Santa Barbara: ¡Hasta pronto Valencia!, chissà, forse ci rivedremo un’estate….

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Porto intorno (peri’ fero, a Classe di Ravenna)

Classe di RavennaMemoria di stelle fuori luogo. Nuvole di plastica sopra la tettoia, dietro i cassonetti, tra le ruote delle bici che corrono verso la fermata deserta. “Lo sai chiudere un occhio solo?”

Bus 4. Gomme che corrono verso un cielo di sangue. “Al mio paese non c’erano quasi case, solo campo, e al tramonto c’era un sole enorme… Si camminava avanti, e sembrava di entrarci dentro…” “Qual e’ il suo paese signora?” “Matera. Lei di dov’e’?” “Di Milano. Di Varese. (Di nessuna parte)…”

C’e’ una sola periferia, e’ li’ che s’appende tutto il cuore del mondo.

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Switz Tour – alla ricerca della Fée Verte

GruyèreSi dice che la fatina verde, idolo dei maudit nei bistrot della Parigi degli artisti, descritta da Wilde e revival mondano a Praga, abbia ben più rustiche origini: inventata in una remota valle svizzera da un Pierre Ordinaire – medico qualsiasi – e da due tenaci e sfortunate sorelle, fino a conquistare il mondo. Fu così che due oscuri individui della Valcuvia decisero di andare a verificare, in uno Switz Tour tra Cantoni che partendo da Gruyère finiva per approdare sulle sponde del Limmat di Zurigo, tra i colori di Chagall…

Gruyère: un mostro striscia nell’idillio alpino

H.R. Giger Museum a Gruyère

H.R. Giger Museum a Gruyère

Un minuscolo paesino alpino, mucche al pascolo sui prati verdi, un castello medievale sulla collina, panna e formaggi tipici, trattorie con gente cordiale. E’ proprio nel cuore della Svizzera francese, in un idillio da cartolina, che si cela un inquietante mostro: è a Gruyère, infatti, che ha sede il Museo H.R. Giger, dedicato all’artista svizzero che ha disegnato Alien insieme a Carlo Rambaldi. Il Museo, cui si arriva salendo la strada che porta al castello, è un delirio post-industrial, appendice della mano inquietante di un Gaudì bio-meccanico: nei bozzetti della creatura, come negli altri lavori e nella sua stessa collezione di arte privata, balena la fusione della natura con la tecnologia industriale, disarmonica e disturbante. Qua e là, simboli e riferimenti esoterici e satanici.
Pieni di inquietudine ma ispirati da molte idee, non si può che concludere la giornata al Giger Bar di fronte, disegnato dallo stesso Giger e con suggestivi soffitti a colonna vertebrale e con i classici tavoli scheletrici, dove gustare un Alien Coffee con un ottimo Grand Gruyèere (liquore) e il primo assaggio di quello che diventerà la droga dello Switz Tour: le meringhe con la doppia crema della Gruyère!!! Un altro Giger Bar esiste anche a Coira – sempre il solito neo: chiudono alle 20.30 di sera! – mentre un altro fu inaugurato a Tokyo, per poi essere chiuso dopo un omicidio (del resto, era frequentato dalla yakuza…). Cenetta formaggi & salumi allo Chalet di Gruyère, nanna all’Hotel des Alpes di Bulle, la città dei treni.
Di buon mattino, si sale al Castello di Gruyère: infeudato dai Conti di Gruyèere – il cui stemma araldico era proprio la gru in campo rosso, di qui il nome della regione – fu costruito a partire dalla fine del XI secolo, per poi essere ceduto per bancarotta a Berna e Friburgo nel XVI. Notevoli, oltre alle sale con gli arredi delle varie epoche, la surreale collezione di arte fantastica e il bel giardino alla francese.

Neuchatel, tra comuni libere fantasma e re(g)ali soup all’onion

NeuchatelA meno di un’ottantina di chilometri dalla bucolica Gruyère, ci attende Neuchatel: cittadina sulle sponde del lago omonimo, ben più grande – i “Neocastellani” suoi abitanti sono ben più di 30 mila – ha un’anima molto più francese. Non pernottiamo a Neuchatel ma ci fermiamo a Chez-le-Bart, dove una simpatica vecchietta vedova affitta una camera nella sua casetta sul lago, insieme alla fedelissima cagnetta.

Da vedere a Neuchatel il castello, la collegiata, le vie con le colonne colorate, ma “lo spirito del luogo” non ci ha fatto impazzire: anche le tre vie della fantomatica Comune libera di Neuchatel non hanno nulla di speciale, se non locali, parrucchieri low cost e negozietti. Ben più emozionante il pranzo in una brasserie, dove rifugiandoci dall’acquazzone riuscimmo a ritrovare, dopo quasi ben 5 anni (la primizia era stata sull’Isle de la Cité a Parigi), la deliziosa soup a l’onion…


Val di Travers – Nel nome della Fée Verte

traversIn un piovoso venerdì di inizio maggio, l’avventura inizia: corriamo nei boschi ad inseguire la fatina verde nella Val di Travers.  Boscosa valle di abeti e miniere, ha una storica industria orologiera e una ancor più famosa tradizione nell’arte della produzione dello spumante e dell’assenzio; qui, in una valle vicina, c’è la famigerata “Brévine” (brrr…il nome è significativo…): il comune più freddo della svizzera, è chiamato anche “la Siberia della Svizzera”!!!

Prima tappa dei due indomiti viaggiatori fu Motiers, il capoluogo del distretto, dove Rousseau andò a vivere per tre anni – dal 1762 al 1765 – esiliato dal Parlamento di Parigi dopo la pubblicazione dell’Emilio, e che qui iniziò a scrivere le sue Confessioni… forse spinto dalla estrema tranquillità del paese, che comunque finì per cacciarlo. Di lui oggi resta la casa-museo a lui dedicata, mentre la battaglia politica è oggi in mano a ben più aggressivi – e autorevoli – personaggi: Savoir Ecouter, chi ha orecchie per intendere intenda…..
Non riusciamo ad introdurci nel monastero benedettino di S. Pierre, per degustare il famoso spumante, iniziamo però gli assaggi con un bicchiere di assenzio (ghiacciato e non di qualità, si rivelerà un pallido surrogato rispetto a quello che incontreremo poi…) e andiamo ad esplorare le miniere di asfalto vicino a La Presta, in una simpatica visita guidata in coda ad una scolaresca francofona. Scoperto da un professore greco, il calcare bituminoso di Travers fu inizialmente usato in medicina e poi per scopi commerciali, raggiungendo l’apice del successo con l’acquisizione della miniera da parte di Suchard, imprenditore del cioccolato, che lo esportò nel mondo; fu poi sostituitonel XX secolo dall’asfalto chimico derivato dal petrolio, più economico. Oggi si può visitare la miniera superiore, non allagata, e vedere in che condizioni lavoravano gli operai delle miniere.

absinthNuova tappa a Moitiers, e qui l’incontro con la fatina è inaspettato e fiabesco: in un negozietto in cui evitiamo di entrare diverse volte, proprio perché sembrava troppo commerciale con i suoi alambicchi in vetrina, lì la troviamo e ne veniamo a conoscere – ed assaggiare – le modalità di distillazione, ancora oggi in grossi alambicchi artigianali.
Sembra che in Val de Travers già da diversi secoli la gente fosse solita preparare un elisir distillando artemisia absinthum, semi d’anice verde, melissa e diverse altre piante medicamentose, ritenendolo una panacea per tutti i mali. Solo nel 1792 il dottor Pierre Ordinaire, medico francese esiliato in Svizzera scoprì questo tradizionale tonico locale e lo modificò leggermente rendendolo ufficialmente “curativo”. Alla sua morte la ricetta passò alle sorelle Henriod di Couvet (Val de Travers), che tentarono invano di commercializzare in modo sistematico l’elisir di Ordinaire. La ricetta venne quindi ceduta al Maggiore Dubied che in breve aprì la primissima piccola distilleria artigianale dell’Extrait d’Absinthe con il suo genero, Henri Louis Pernod: è l’inizio del successo commerciale dell’assenzio, fino alla messa al bando nel 1910, sotto le pressioni dell’industria birraria e vinicola. La simpatica venditrice di Motiers ci ha spiegato che proprio la clandestinità portò alla creazione della versione verde dell’assenzio, quella a più alta gradazione ed anche la mia preferita (quella originale, infatti, è trasparente): durante quegli anni i fumi degli alambicchi delle distillerie clandestine erano pericolosissimi, perciò si iniziò a produrre assenzio anche per macerazione delle piante, in grossi recipienti, che producevano un liquore più scuro.
Il modo genuino di bere l’assenzio non ha nulla a che vedere con le immagini dei maudit: il giusto mix di acqua ghiacciata, ed è pronto. Nessun flambé, zucchero e tantomeno ghiaccio: la fatina si arrabbierebbe, e i vostri sonni non sarebbero più tranquilli…

Berna – tra orsetti e federazione

al Barengraben

al Barengraben

A vele spiegate, ci lanciamo verso la Capitale. Simbolo di unità di lingue e culture – il motto della Svizzera, scritto anche sulla cupola del Parlamento Federale, è proprio “Uno per tutti, tutti per uno” – è anche un armonico mix di antico e moderno: nel centro storico medievale, dichiarato patrimonio dall’UNESCO, accanto alle vestigia medievali batte il cuore istituzionale e modaiolo della Svizzera. Passeggiare nel centro significa attardarsi sotto lo Zytglogge, la torre dell’orologio astronomico, in attesa dello scoccare dell’ora accompagnata dal carillon meccanico (un po’ deludente… se sei abituato a Praga), guardare le vetrine della barocca Kramgasse tra i palazzi tutti addobbati dalle bandiere dei Cantoni e le fontane, visitare la Cattedrale quattrocentesca, passeggiare sulla riva dell’Aare e ridiventare bambini al famoso Barengraben, la fossa degli orsetti. L’orso è da sempre il vero simbolo di Berna: narra la leggenda che il fondatore della città, il duca Berchtold V von Zahringen, diede il nome alla città dopo aver catturato un orso, proprio nel punto in cui sorge oggi Berna (da Bar); oggi frotte di famiglie con bimbi e coppie di fidanzati si inteneriscono di fronte alle peripezie dei quattro orsi, tra arrampicate sugli alberi e giochetti acquatici nel laghetto. Il nostro ostello – l’ottimo Landhaus Bern – era proprio lì dietro, comodissimo con le camerate da sei in realtà suddivise in loggette da due con letto a castello.
Concludiamo la giornata con un’interessante – e assai salassante! – visita alla mostra Qin al Kunstmuseum, dove apprendiamo la storia dell’imperatore che unificò la Cina e ammiriamo alcuni dei famosi guerrieri di terracotta.

I colori di Zurigo

ZurigoArriviamo al culmine del nostro viaggio con l’arrivo della mia intrepida sorellina, che pur non facendo il ponte del primo maggio – da ligia lavoratrice elvetica – non si volle sottrarre il piacere di perdersi nel mondo onirico e colorato di Chagall, in mostra alla Kunsthaus, tra rimembranze dell’est – Chagall infatti era originario di Vicebsk in Bielorussia, che racconta con nostalgia in molte sue opere – e infiniti colori, materializzati su tela da una sensibilità inquieta e anti-convenzionale che ai suoi tempi non fu mai del tutto compresa.
La giornata si chiude con un aperitivo sull’azzurro del Limmat, nell’atmosfera rilassata delle domeniche sul lago di Zurigo, tra le strade con alberelli fioriti di rosa.

La fata verde si è svelata: chissà che anche elvetiche ondine non abbiano a irretirci in nuove avventure…

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