Animali da (sotto)palcoscenico

carnet

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E mi accorgo solo ora che su ValcuviaExpress non esiste ancora la categoria “teatro”. Ok, sto scrivendo molto meno rispetto a Splinder (da rimediare, avendo anche una bellissima tastiera per ipad da usare quando sono milanese), ma nemmeno una piccola recensione è grave!!!
Amo molto andare a teatro. Il fascino delle luci che si spengono, il sipario che si apre e un piccolo mondo che inizia ad animarsi, ad esistere ogni volta come se fosse la prima e ti fa scoprire un segreto, dal vivo gli attori sembrano sussurrarlo in un orecchio proprio a te, anche se è la centesima replica in un teatro sgangherato. A Milano ne ho girati parecchi (credo che la palma del più infrattato vada al teatro della Cooperativa, non a caso in Bicocca) e tutti grazie all’Invito a Teatro del Comune e alla mia amica S. che me l’ha fatto scoprire: con 76 euri si compra un carnet che contiene le proposte di 18 teatri milanesi, se ne possono scegliere 8 e se hai già usato la scheda di quel teatro hai comunque uno sconto su eventuali spettacoli successivi. Formula interessantissima e molto utile soprattutti per studenti / giovani che non hanno quei 20/30 euro da spendere per un biglietto a teatro (il costo rimane sempre uno dei limiti maggiori secondo me).

Per ora della stagione 2013/2014 ho visto 5 spettacoli su 8 (diciamo che finora me ne sono piaciuti 3 su 5):

“Alice Underground” al Teatro Elfo Puccini  di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
Versione fantasiosissima di Alice nel Paese delle meraviglie. Su un magnifico fondale, fatto di scenari onirici disegnati ad acquarello e animati dai due autori dello spettacolo, si muovono le vicende raccontate da Lewis Carroll: solo quattro attori per tutti gli stralunati personaggi del libro. E il fondale non è più fondale: Alice e i suoi amici saltano fuori da ogni improbabile pertugio e ci interagiscono, con divertente e infantile ironia. Ma una punta di inquietudine resta, per lo spettatore non più bambino che si lascia trascinare in questo mondo delirante…
Alice in Wonderland
“Sei personaggi in cerca d’autore” al Teatro Carcano di Giulio Bosetti
Sul palcoscenico – scarno, quasi nudo – ci sono sei attori vestiti di bianco, guidati dal loro regista: provano una commedia. Normale amministrazione, fino all’irrompere dei sei personaggi, inquietanti figure nerovestite che cercano di portare in scena la loro tragedia familiare… un classico, versione aderente al testo e mi è piaciuta molto (soprattutto la passionale e incazzata Figliastra).

“La cantatrice calva” al Teatro della Cooperativa di Eugène Ionesco
Si parte da un interno borghese, inglese, con coniugi molto inglesi in attesa di ricevere una visita di cortesia anche questa assai inglese… per poi degenerare in situazioni improponibili, identità e relazioni che forse non sono davvero quello che sembrano, in un gioco dell’assurdo coronato nel finale da botte e risposte nonsense. Esilarante, comico e divertentissimo.

“I giorni fragili di Adamo ed Eva” di e con Alberto Astorri e Paola Tintinelli
Che dire. Teatro sperimentale, Adamo ed Eva come metafora della vita coppia in un giardino dell’anima. Io non ho capito nulla dei criptici dialoghi tra i due…

“Coltelli nelle galline” al Teatro Litta di David Harrower
Letto alla Camus, secondo cui “il primo passo che si deve fare per mettere un po’ di ordine nel mondo è imparare a nominare bene le cose”, questo spettacolo ha un suo perché. La storia di una coppia di allevatori che vivono una vita primitiva ma – guarda un po’ – la moglie inizia a porsi delle domande sulla vita, fino all’incontro con l’ambiguo mugnaio Gilbert, a partire dal quale la donna inizierà un percorso di crescita e di auto-consapevolezza basato proprio sulla scrittura… Che dire. Io l’ho capito poco, e i dialoghi molto “rarefatti” ancor meno. Bisogna dire che era anche molto lento, e che ho visto diverse persone dormire in sala 🙂

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Intra-Terrestrial Communication

World Press Photo 2014 Non la capivo. Vista di sfuggita pensavo ad accendini, concerti sulla spiaggia, richiami alieni. Invece la realtà è molto più cruda e molto meno “romantica”: la World Press Photo 2014 ritrae degli emigrati africani che, sulle coste del Gibuti, cercano il segnale dalla vicina Somalia, per poter contattare i propri cari. Ci saranno riusciti?

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Nochevieja en camino… alcohólico

Del come due oscuri individui silvani partirono per rubare il Sacro Graal e lo scambiarono per una copa de vino rosado

IMG_4649La Svizzera non è solo franchi, cioccolatini e orologi. A volte piovono anche buoni viaggio da mille franchi, e c’è chi corre a spenderli: meta Valencia, per un Capodanno al caldo e lontano da “Ma tu cosa fai a…?”.

Partiamo venerdì 27 dicembre dall’aeroporto di Lugano (perché esiste: ci sono tanti graziosi aeroplanini ad elica, hostess rilassate e solo voli interni), il volo della Swiss Air atterra a Valencia in serata dopo scalo a Zurigo, perdonabile per i cioccolatini avuti in regalo 😉
Valencia è il punto di partenza del Camino de Santiago di Levante, e ce ne accorgiamo subito: incautamente per trovare l’hotel (questo qui) mi fido del tag su Maps, che lo segnalava dalle parti della fermata della verde Marìtim-Serrerìa. Fu così che scendemmo ad una stazione lontana dall’hotel, tra qualche brutto ceffo e molti scricchiolii di valigie, per poi darci alle tapas in una taberna appena di fronte…

Come a Barcellona, conosciamo e usciamo con un sacco di italiani: non in ostello stavolta – quello di Barcellona rimarrà sempre “l’ostello dei destini incrociati”, con incontri casuali di siculi, uno dei quali si rivelerà parente alla lontana di un ragazzo di Viggiù arrivato di lì a poco dal Camino – ma su Couchsurfing.it. Io l’ho scoperto da poco, l’idea èPlaza de l'Ajuntament potente: viaggiare facendosi ospitare e offrendo ospitalità a propria volta… ma ci si contatta anche semplicemente per uscire e scoprire le città, magari in compagnia di gente del posto. Di valenciani però ne abbiamo conosciuto solo uno: Natale e Capodanno sono “feste in famiglia”, gli studenti dalle città universitarie tornano a casa, e non abbiamo avuto grandi contatti. Attivissimi in compenso gli italiani: serate alcoliche assicurate, e il Capodanno lo abbiamo passato a cena con abruzzesi, brindando in Plaza de l’Ayuntamento e tra i locali vari tra Plaza del Tossal e la zona universitaria.
Unica pecca, esserci dimenticate l’uva comprata al Mercado Central, per il rito dell’uva: a Capodanno, allo scoccare di mezzanotte, la tradizione vuole che si mangino 12 chicchi d’uva, uno per ciascun rintocco… e se si riesce a mangiarli tutti entro la fine dei rintocchi, la fortuna per l’anno nuovo è certa 🙂

Di Valencia ho amato molto la varietà dei luoghi: si può visitare tranquillamente in tre giorni, ma prendendosela comoda ci si può sintonizzare sui placidi ritmi valenciani…

Ciudad de las artes y la ciencias

Valencia - Ciudad de las Artes y las cienciasLa Città delle Arti e delle Scienze è una vera e propria “città nella città” in stile contemporaneo; progettata da Santiago Calatrava, è un esempio di “architettura organica” (mi ha ricordato un po’ un Gaudì iper-moderno), che raccoglie 5 diversi edifici dedicati all’arte e alla scienza:  il Palau de les Arts Reina Sofia, l’Hemisferic, l’Umbracle, il Museo delle scienze Principe Felipe, l’Oceanografic. Con un biglietto cumulativo abbastanza salato (25 euro per studenti!) ci siamo visti l’Oceanografic, l’acquario più grande d’Europa – molto bello con grande varietà di ambienti, dalle vasche con la fauna mediterranea, al tunnel di 20 m con gli squali, all’area umida con uccelli e anfibi, al dolphinarium con gli spettacoli – e una proiezione sulle costellazioni del cielo invernale all’Hemisferic,  cinema IMAX con la forma di un gigantesco occhio umano e un suggestivo schermo a cupola stile planetario.
Il valenciano che abbiamo conosciuto ce lo ha presentata come un esempio di speculazione edilizia, a me invece è piaciuta moltissimo, complice l’integrazione delle strutture con aree d’acqua… come delle cupole biomeccaniche che spuntano da Atlantide!!!

Il centro storico

Valencia - Plaza de la VirgenValencia, città fondata nel 138 a.C. dai Romani, ancora mantiene le vestigia delle sue antiche origini: sul luogo dove era stato costruito il Foro oggi sorge la Almoina, museo (gratis la domenica!) dove è possibile percorrere gli scavi della Valentia romana, passeggiando tra il Foro e le antiche terme. Appena dietro le due piazze più importanti e caratteristiche: Plaza de la Virgen e Plaza de la Reina, con il complesso della famosa Cattedrale che si affaccia su entrambe le piazze con un volto diverso (gotico, barocco e romanico); entrando nella Cappella del Sacro Graal è facile incontrare alti prelati o semplici curiosi in contemplazione di quello che si ritiene il calice usato da Gesù nell’Ultima Cena. Immancabile la salita sul Miguelete, il campanile gotico con i suoi 207 gradini, e un’orchata tipica all’Orchateria El Siglo.

Più a Sud troviamo il famoso Mercado Central, tutto in stile modernista, dove abbiamo comprato uva ma anche scovato un’interessante bancValencia - Mercado Centralarella di trappiste belghe, e di fronte la raffinatissima Lonja de la Seda, edificio del XV secolo in stile gotico civile, dove aveva luogo il mercato della seta e che è stato dichiarato patrimonio culturale dell’UNESCO.
Ancora più a sud, la piazza più grande e più frequentata: su Plaza de l’Ajuntamento, cuore pulsante della città, si affacciano il Municipio del XX secolo, ispirato allo stile barocco, e molti pregevoli palazzi. Alle spalle della piazza, la Estacion del Norte in stile modernista, e Plaza de los Toros, nel cui anfiteatro purtroppo ancora oggi si svolgono le corride. Al di là dei luoghi turistici più interessanti, passeggiare nel centro significa imbattersi continuamente in bellissimi palazzi stile liberty, che fanno di Valencia un vero gioiellino aggraziato.

Tra spiagge e giardini

Valencia - Plaza de la MalvarrosaNon si può andare a Valencia senza fare un salto sulla spiaggia de La Malvarrosa: enorme, con sabbia fine, è frequentata anche d’inverno e sul lungomare ci sono diversi ristoranti dove assaggiare la famosa paella valenciana e i locali frequentati d’estate…
Tutto intorno al centro, invece, è bello passeggiare nei Giardini del Turìa, sorti sul letto di un fiume prosciugato: con i loro 9 km, sono un eden per ciclisti e atleti della domenica, ma anche per gli innamorati in cerca di tranquillità.

Il nostro viaggio si conlcude con una gita in giornata ad Alicante, che ammiriamo dal Castillo di Santa Barbara: ¡Hasta pronto Valencia!, chissà, forse ci rivedremo un’estate….

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Good News per i lettori. O no?

topo di bibliotecaE così un articolo collegato alla Legge di Stabilità sembra pensare anche a noi topi di biblioteca: la nuova norma, infatti, prevede dal prossimo triennio la detrazione fiscale del 19% delle spese documentate sostenute nell’anno solare per l’acquisto di libri, purché dotati di ISBN. Non solo per i libri di scuola: il tetto massimo detraibile è di duemila euro, mille destinate ai libri di testo (scuola o università), mille per gli altri libri.

Un segnale positivo per la promozione del libro in un Paese di non-lettori, in cui il mercato librario va sempre peggio (secondo i dati Nielsen, si parla di un calo del 14% negli ultimi due anni), purtroppo però c’è una postilla: la norma vale solo per i libri cartacei, sono esclusi tutti gli e-book. Quindi, è tagliata fuori l’unica fetta di mercato in promettente espansione, espansione certo molto più lenta in Italia che nel resto del mondo, ma che ha visto in ogni caso crescere i lettori digitali del 45,5% dal 2011 al 2012. Alla fine di dicembre 2011 il mercato contava 19.884 titoli, a giugno 2012 erano diventati 31.615 e a settembre sono passati a 37.662.

Una mazzata che si aggiunge al già alto prezzo degli e-book: personalmente possiedo un Ipad, e trovo veramente eccessivo che sullo store on line l’ultimo libro di Camilleri costi ben 8,99 euro… cioè soli 4 euro in meno rispetto al libro di carta!!! Colpa anche dell’IVA sugli e-book, pari al 22% contro il 4% dei libri di carta, e qui la colpa non è solo del nostro Paese: a inizio anno, infatti, Francia e Lussemburgo sono state deferite dalla Corte di Giustizia dell’UE per aver ridotto l’IVA sugli e-book. Motivo? Una decisione del genere altererebbe le regole della concorrenza all’interno dell’Unione, visto che il consumatore digitale può scegliere il Paese in cui comprare il proprio libro e avvantaggiarsi di un’eventuale differenza delle aliquote (tra l’altro punto del tutto opinabile visto che in realtà esistono delle sovrattasse per le transazioni inter-Country…)

Decisioni quasi suicide… vedremo se almeno la concorrenza digitale riuscirà a fare la sua parte nel match. Anche se il mondo del libro è un mondo delicato e del tutto particolare: i famosi “forti lettori” continueranno ad esserlo al di là di detrazioni o aliquote, mentre i “non- lettori”, probabilmente, resteranno indifferenti alla querelle…

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Il finale segreto di Hanging Rock

Hanging Rock

Hanging Rock

«C’è un tempo e un luogo perché qualsiasi cosa abbia principio e fine…»

E fu così che in un solitario venerdì sera autunnale mi accinsi a vedere il classico di Peter Weir… ne avevo visto solo la seconda parte, distrattamente, in qualche mattinata di liceo, ma non mi ricordavo quasi nulla.
La storia è nota: in un pomeriggio del giorno di San Valentino del 1900, le studentesse del rigido collegio vittoriano Appleyard vanno a fare un picnic ai piedi della Hanging Rock. Quattro ragazze – Miranda, Marion, Irma, Edith – si allontanano per vedere più da vicino le rocce. Una di loro tornerà in preda ad un attacco isterico; un’altra verrà misteriosamente ritrovata giorni dopo; le altre due, scompariranno per sempre. E con loro, anche l’insegnante di matematica.

Il film è bellissimo: elegante, misterioso, racconta l’eterno conflitto tra natura e cultura, tra la rigida morale vittoriana e la selvaggia terra australiana, con immagini a tratti primordiali, quando vedi la millenaria Rocca che incombe, a tratti mistiche, sui primi piani della bellissima e delicata Miranda (“un dipinto di Botticelli”, secondo la sua insegnante), ma è anche un misterioso giallo farcito di episodi inquietanti, come il suicidio della povera orfana Sara, la cui scomparsa sarà inizialmente nascosta dalla direttrice.

Il mistero della scomparsa delle ragazze non verrà mai svelato… così come non era stato risolto dal romanzo della scrittrice australiana Joan Lindsay, da cui è tratto. E di qui, decine di supposizioni: le ragazze hanno approfittato dalla gita per scappare da una vita soffocante, magari con dei ragazzi? Nessuno lo saprà mai, si pensava. E invece, grazie a Termometro Politico scopro che esiste un capitolo finale segreto, eliminato dall’editore e che la Lindsay avrebbe consegnato al suo agente letterario, con la promessa di non rivelarlo fino alla sua morte.

E allora, qual è il finale? Lo trovate qui, anche in italiano. Ma devo ammettere che mi ha deluso. Ci sono finali segreti che dovrebbero rimanere tali. Scritto benissimo, comunque etereo e misterioso, ok, in piena sintonia con l’anima del romanzo prima e del film poi, ma… forse avrei preferito non leggerlo! Vi avviso… 😉

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Porto intorno (peri’ fero, a Classe di Ravenna)

Classe di RavennaMemoria di stelle fuori luogo. Nuvole di plastica sopra la tettoia, dietro i cassonetti, tra le ruote delle bici che corrono verso la fermata deserta. “Lo sai chiudere un occhio solo?”

Bus 4. Gomme che corrono verso un cielo di sangue. “Al mio paese non c’erano quasi case, solo campo, e al tramonto c’era un sole enorme… Si camminava avanti, e sembrava di entrarci dentro…” “Qual e’ il suo paese signora?” “Matera. Lei di dov’e’?” “Di Milano. Di Varese. (Di nessuna parte)…”

C’e’ una sola periferia, e’ li’ che s’appende tutto il cuore del mondo.

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Switz Tour – alla ricerca della Fée Verte

GruyèreSi dice che la fatina verde, idolo dei maudit nei bistrot della Parigi degli artisti, descritta da Wilde e revival mondano a Praga, abbia ben più rustiche origini: inventata in una remota valle svizzera da un Pierre Ordinaire – medico qualsiasi – e da due tenaci e sfortunate sorelle, fino a conquistare il mondo. Fu così che due oscuri individui della Valcuvia decisero di andare a verificare, in uno Switz Tour tra Cantoni che partendo da Gruyère finiva per approdare sulle sponde del Limmat di Zurigo, tra i colori di Chagall…

Gruyère: un mostro striscia nell’idillio alpino

H.R. Giger Museum a Gruyère

H.R. Giger Museum a Gruyère

Un minuscolo paesino alpino, mucche al pascolo sui prati verdi, un castello medievale sulla collina, panna e formaggi tipici, trattorie con gente cordiale. E’ proprio nel cuore della Svizzera francese, in un idillio da cartolina, che si cela un inquietante mostro: è a Gruyère, infatti, che ha sede il Museo H.R. Giger, dedicato all’artista svizzero che ha disegnato Alien insieme a Carlo Rambaldi. Il Museo, cui si arriva salendo la strada che porta al castello, è un delirio post-industrial, appendice della mano inquietante di un Gaudì bio-meccanico: nei bozzetti della creatura, come negli altri lavori e nella sua stessa collezione di arte privata, balena la fusione della natura con la tecnologia industriale, disarmonica e disturbante. Qua e là, simboli e riferimenti esoterici e satanici.
Pieni di inquietudine ma ispirati da molte idee, non si può che concludere la giornata al Giger Bar di fronte, disegnato dallo stesso Giger e con suggestivi soffitti a colonna vertebrale e con i classici tavoli scheletrici, dove gustare un Alien Coffee con un ottimo Grand Gruyèere (liquore) e il primo assaggio di quello che diventerà la droga dello Switz Tour: le meringhe con la doppia crema della Gruyère!!! Un altro Giger Bar esiste anche a Coira – sempre il solito neo: chiudono alle 20.30 di sera! – mentre un altro fu inaugurato a Tokyo, per poi essere chiuso dopo un omicidio (del resto, era frequentato dalla yakuza…). Cenetta formaggi & salumi allo Chalet di Gruyère, nanna all’Hotel des Alpes di Bulle, la città dei treni.
Di buon mattino, si sale al Castello di Gruyère: infeudato dai Conti di Gruyèere – il cui stemma araldico era proprio la gru in campo rosso, di qui il nome della regione – fu costruito a partire dalla fine del XI secolo, per poi essere ceduto per bancarotta a Berna e Friburgo nel XVI. Notevoli, oltre alle sale con gli arredi delle varie epoche, la surreale collezione di arte fantastica e il bel giardino alla francese.

Neuchatel, tra comuni libere fantasma e re(g)ali soup all’onion

NeuchatelA meno di un’ottantina di chilometri dalla bucolica Gruyère, ci attende Neuchatel: cittadina sulle sponde del lago omonimo, ben più grande – i “Neocastellani” suoi abitanti sono ben più di 30 mila – ha un’anima molto più francese. Non pernottiamo a Neuchatel ma ci fermiamo a Chez-le-Bart, dove una simpatica vecchietta vedova affitta una camera nella sua casetta sul lago, insieme alla fedelissima cagnetta.

Da vedere a Neuchatel il castello, la collegiata, le vie con le colonne colorate, ma “lo spirito del luogo” non ci ha fatto impazzire: anche le tre vie della fantomatica Comune libera di Neuchatel non hanno nulla di speciale, se non locali, parrucchieri low cost e negozietti. Ben più emozionante il pranzo in una brasserie, dove rifugiandoci dall’acquazzone riuscimmo a ritrovare, dopo quasi ben 5 anni (la primizia era stata sull’Isle de la Cité a Parigi), la deliziosa soup a l’onion…


Val di Travers – Nel nome della Fée Verte

traversIn un piovoso venerdì di inizio maggio, l’avventura inizia: corriamo nei boschi ad inseguire la fatina verde nella Val di Travers.  Boscosa valle di abeti e miniere, ha una storica industria orologiera e una ancor più famosa tradizione nell’arte della produzione dello spumante e dell’assenzio; qui, in una valle vicina, c’è la famigerata “Brévine” (brrr…il nome è significativo…): il comune più freddo della svizzera, è chiamato anche “la Siberia della Svizzera”!!!

Prima tappa dei due indomiti viaggiatori fu Motiers, il capoluogo del distretto, dove Rousseau andò a vivere per tre anni – dal 1762 al 1765 – esiliato dal Parlamento di Parigi dopo la pubblicazione dell’Emilio, e che qui iniziò a scrivere le sue Confessioni… forse spinto dalla estrema tranquillità del paese, che comunque finì per cacciarlo. Di lui oggi resta la casa-museo a lui dedicata, mentre la battaglia politica è oggi in mano a ben più aggressivi – e autorevoli – personaggi: Savoir Ecouter, chi ha orecchie per intendere intenda…..
Non riusciamo ad introdurci nel monastero benedettino di S. Pierre, per degustare il famoso spumante, iniziamo però gli assaggi con un bicchiere di assenzio (ghiacciato e non di qualità, si rivelerà un pallido surrogato rispetto a quello che incontreremo poi…) e andiamo ad esplorare le miniere di asfalto vicino a La Presta, in una simpatica visita guidata in coda ad una scolaresca francofona. Scoperto da un professore greco, il calcare bituminoso di Travers fu inizialmente usato in medicina e poi per scopi commerciali, raggiungendo l’apice del successo con l’acquisizione della miniera da parte di Suchard, imprenditore del cioccolato, che lo esportò nel mondo; fu poi sostituitonel XX secolo dall’asfalto chimico derivato dal petrolio, più economico. Oggi si può visitare la miniera superiore, non allagata, e vedere in che condizioni lavoravano gli operai delle miniere.

absinthNuova tappa a Moitiers, e qui l’incontro con la fatina è inaspettato e fiabesco: in un negozietto in cui evitiamo di entrare diverse volte, proprio perché sembrava troppo commerciale con i suoi alambicchi in vetrina, lì la troviamo e ne veniamo a conoscere – ed assaggiare – le modalità di distillazione, ancora oggi in grossi alambicchi artigianali.
Sembra che in Val de Travers già da diversi secoli la gente fosse solita preparare un elisir distillando artemisia absinthum, semi d’anice verde, melissa e diverse altre piante medicamentose, ritenendolo una panacea per tutti i mali. Solo nel 1792 il dottor Pierre Ordinaire, medico francese esiliato in Svizzera scoprì questo tradizionale tonico locale e lo modificò leggermente rendendolo ufficialmente “curativo”. Alla sua morte la ricetta passò alle sorelle Henriod di Couvet (Val de Travers), che tentarono invano di commercializzare in modo sistematico l’elisir di Ordinaire. La ricetta venne quindi ceduta al Maggiore Dubied che in breve aprì la primissima piccola distilleria artigianale dell’Extrait d’Absinthe con il suo genero, Henri Louis Pernod: è l’inizio del successo commerciale dell’assenzio, fino alla messa al bando nel 1910, sotto le pressioni dell’industria birraria e vinicola. La simpatica venditrice di Motiers ci ha spiegato che proprio la clandestinità portò alla creazione della versione verde dell’assenzio, quella a più alta gradazione ed anche la mia preferita (quella originale, infatti, è trasparente): durante quegli anni i fumi degli alambicchi delle distillerie clandestine erano pericolosissimi, perciò si iniziò a produrre assenzio anche per macerazione delle piante, in grossi recipienti, che producevano un liquore più scuro.
Il modo genuino di bere l’assenzio non ha nulla a che vedere con le immagini dei maudit: il giusto mix di acqua ghiacciata, ed è pronto. Nessun flambé, zucchero e tantomeno ghiaccio: la fatina si arrabbierebbe, e i vostri sonni non sarebbero più tranquilli…

Berna – tra orsetti e federazione

al Barengraben

al Barengraben

A vele spiegate, ci lanciamo verso la Capitale. Simbolo di unità di lingue e culture – il motto della Svizzera, scritto anche sulla cupola del Parlamento Federale, è proprio “Uno per tutti, tutti per uno” – è anche un armonico mix di antico e moderno: nel centro storico medievale, dichiarato patrimonio dall’UNESCO, accanto alle vestigia medievali batte il cuore istituzionale e modaiolo della Svizzera. Passeggiare nel centro significa attardarsi sotto lo Zytglogge, la torre dell’orologio astronomico, in attesa dello scoccare dell’ora accompagnata dal carillon meccanico (un po’ deludente… se sei abituato a Praga), guardare le vetrine della barocca Kramgasse tra i palazzi tutti addobbati dalle bandiere dei Cantoni e le fontane, visitare la Cattedrale quattrocentesca, passeggiare sulla riva dell’Aare e ridiventare bambini al famoso Barengraben, la fossa degli orsetti. L’orso è da sempre il vero simbolo di Berna: narra la leggenda che il fondatore della città, il duca Berchtold V von Zahringen, diede il nome alla città dopo aver catturato un orso, proprio nel punto in cui sorge oggi Berna (da Bar); oggi frotte di famiglie con bimbi e coppie di fidanzati si inteneriscono di fronte alle peripezie dei quattro orsi, tra arrampicate sugli alberi e giochetti acquatici nel laghetto. Il nostro ostello – l’ottimo Landhaus Bern – era proprio lì dietro, comodissimo con le camerate da sei in realtà suddivise in loggette da due con letto a castello.
Concludiamo la giornata con un’interessante – e assai salassante! – visita alla mostra Qin al Kunstmuseum, dove apprendiamo la storia dell’imperatore che unificò la Cina e ammiriamo alcuni dei famosi guerrieri di terracotta.

I colori di Zurigo

ZurigoArriviamo al culmine del nostro viaggio con l’arrivo della mia intrepida sorellina, che pur non facendo il ponte del primo maggio – da ligia lavoratrice elvetica – non si volle sottrarre il piacere di perdersi nel mondo onirico e colorato di Chagall, in mostra alla Kunsthaus, tra rimembranze dell’est – Chagall infatti era originario di Vicebsk in Bielorussia, che racconta con nostalgia in molte sue opere – e infiniti colori, materializzati su tela da una sensibilità inquieta e anti-convenzionale che ai suoi tempi non fu mai del tutto compresa.
La giornata si chiude con un aperitivo sull’azzurro del Limmat, nell’atmosfera rilassata delle domeniche sul lago di Zurigo, tra le strade con alberelli fioriti di rosa.

La fata verde si è svelata: chissà che anche elvetiche ondine non abbiano a irretirci in nuove avventure…

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Viale Bligny 42 – Trip to the Casbah

Ovvero quando la ricerca di un monolocale diventa sociologia esperienziale

The Trip’s Backstage

bacheca on line annunciCapita talvolta che volendosi divincolare dalle spire del coinquilismo – tipico morbo sociale meneghino – si vada a sbirciare sulle pagine degli appartamenti in affitto di Bakeca.it. Clima pre-feriale, Milano in fase di desertificazione agostana, l’occasione potrebbe essere dietro l’angolo: e così, tra le schiere di monolocali a 600 euri più spese condominiali, non è poi così strano imbattersi in un monolocale in affitto in viale Bligny a 450 euri, escluse solo utenze. La sottoscritta, sussultando su letto in sub-appalto in zona Brenta, si compiace delle belle fotine del monolocale – minuscolo, 23 mq ma proprio bellino e per di più soppalcato come la mini-casetta dei miei sogni – e chiama immediatamente il numero dell’annuncio per accordarsi con la tipa. Gentilissima, un’unica precisazione: “Ti devo premettere che è un palazzo pieno di stranieri”. Prendo atto, del resto Milano è ormai ovunque multietnica, e ci si accorda per vederlo la sera dopo.

Il giorno dopo in ufficio chiedo consiglio a collega milanese DOC: “Interessante, poi costa davvero poco per la zona… basta che non sia il numero 42!”; uno sguardo all’Ipad che occhieggia dalla scrivania ed è giocoforza notare che – ovviamente – si tratta del famigerato numero. Un search su Google e si spalanca un mondo, fatto di titoli come “Quella volta in viale Bligny 42”, “Il mondo di viale Bligny 42”, “Il fortino della droga di viale Bligny 42”… e si scopre così che non parliamo di un qualunque stabile low cost popolato di stranieri, ma di molto di più: un universo parallelo di droga, spaccio, immigrazione clandestina, retate notturne nel cuore della Milano bene. Una leggenda per i milanesi: tutti ne parlano, in pochi vi si sono avventurati.

Ovviamente la curiosità è più forte della paura, e in serata son lì – in anticipo – davanti al 42. Di fronte, il quadristellato Hotel D’Este, la Bocconi a due passi, ma sbirciando dentro il portone la prima cosa che vedo è un gruppo di maghrebini panzuti in canotta, che mi sogguardano con fare losco. Gente che entra ed esce – per lo più arabi o giovani alternativi, di donne non v’è traccia – e a un certo punto si affaccia quella che riconosco subito come la Pia, la portinaia dello stabile citata in diversi blog: donnone occhialuto, scende sul marciapiede con le mani sui fianchi e un evidente cipiglio dittatoriale… come mi verrà confermato in seguito, lei è la Legge di viale Bligny 42, quella che si fa rispettare da tutti e mantiene l’ordine nel caos. E poi, ecco la ragazza con cui dovevo incontrarmi: più giovane di me, molto alternativa ed estroversa, mi saluta con un bacio sulla guancia e mi conduce subito tra i labirinti del palazzo.

Welcome to the Casbah

Quattro piani senza ascensore di un vecchio edificio più simile alla Tacheles di Berlino che ad un condominio, e ad ogni rampa esterna si iniziano a intravedere pezzi della vita che brulica al numero 42: tappeti e panni stesi, finestre aperte, TV ad alto volume: “è questo il mio balcone, mi metto qui e guardo…” mi confida orgogliosa la tipa. Arriviamo al quarto, giriamo a destra di un cumulo di masserizie indistinte e ci avventuriamo in un corridoio buissimo, a metà A. si ferma davanti ad una porta su cui c’è una scritta in giapponese: “C’è scritto Sbirri alla larga… sai com’è, di notte capita che qualcuno fatto cerchi per sbaglio di entrarti in casa, ma basta che metti un tuo segno distintivo e nessuno ti darà fastidio… giapponesi e arabi non si possono vedere, e qui son tutti arabi”… claro.

Entriamo nel monolocale – bianco e carino come in foto, anche se incasinatissimo – e qui ha luogo l’”iniziazione”. “Non ti devi preoccupare di niente, qui se ti fai gli affari tuoi nessuno ti farà niente: a loro non conviene, stando qui tu sai tutto di loro…” Ed ecco chi sono, almeno al quarto piano, “loro”: i due trans nell’appartamento di fronte, il gay italiano, il ragazzo arabo della porta accanto, la famiglia di sudamericani che A. aveva avuto la fortuna di conoscere subito e che l’aveva quasi adottata come una famiglia, e in fondo al corridoio Lui, “il nonno”: arabo, rispettato da tutti, è il vecchio saggio della Casbah, quello che tutti ascoltano. Qualche domanda pratica: “C’è qualche wireless da scavallare?” (cerco di essere pertinente…) “No ce n’era una ma hanno cambiato la password… però c’è un egiziano che vorrebbe metterla ma non può perché non ha i documenti, potresti metterla a tuo nome e fare a metà con lui… non ti preoccupare che i soldi te li dà, non gli conviene non darteli…”.

Su di tutto, è evidente una cosa: la tipa – visibilmente borderline – è perfettamente inserita nel sottobosco sociale di viale Bligny 42 (“non ho mai vissuto in un posto che mi desse così tanti stimoli”), ed è per questo che riesce a viverci bene: è diventata una di loro. “Una sera, io torno a casa tardi dal lavoro al locale, qualcuno ha provato a darmi fastidio in strada… ma una cordata di miei amici del palazzo li ha mandati via”. Quasi mi sconvolgo a sentir parlare di contratto regolare registrato, “sai com’è, con tutte le retate di sbirri che ci sono qui… ma non ti preoccupare, basta che tieni il tuo contratto nel cassetto”, mentre il nemico è un altro, e molto più infido, “questa polverina bianca è per le blatte… non ti preoccupare, non sono quelle grosse, sono quelle piccole normali in un vecchio palazzo… il secondo giorno che ero qui, meno male che non avevo ancora tolto le mie cose da scatole & valigie, rientro in casa e mi trovo il pavimento tappezzato da blatte ovunque…”

Abbozzo un “ti faccio sapere”, e usciamo. A., dopo aver pestato gli escrementi del cane del ragazzo arabo, si fa “prestare” un cagnolino da un crocchio di ragazzi maghrebini al portone, e mentre si allontana verso il parco la vedo invitare un conoscente qualsiasi per strada con loro al parco. La verità è dura: sono troppo piccolo-borghese per viale Bligny 42. E dire che avrei potuto avere spacciatori come guardie del corpo, e un esercito di blatte al mio servizio…

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Il cielo sopra Berlino – tra echi DDR, cultura e scena underground

Fu così che dopo un paio d’anni di organizzazioni fallite – gente furba che sogna di andare a Berlino per Capodanno e pensa di organizzare all’ultimo, danneggiandosi le coronarie con il prezzo dei voli – dal 10 al 12 febbraio 2012 tre oscuri individui della Valcuvia finalmente la spuntarono sull’inerzia e approdarono nella metropoli di Wenders. Anima intensa, vitale e piena di contraddizioni: Berlino non si dimentica, e a sfiorarla per soli tre giorni si resta pieni di nostalgia.

Venerdì 10 febbraio – Gioia post-industrial!

Atterriamo in mattinata a Berlino Tegel con un volo Lufthansa, e il primo incontro locale è con il freddo: micidiale, il – 10 / -20 non te lo toglie nessuno se non le provvidenziali nevischiate. Chiara, l’amica di B. in Erasmus che ci farà da Caronte per un giorno, ci dirà che la settimana prima era stata la più fredda in assoluto degli ultimi 12 mesi. Bus X109, cambio al famoso Zoologischer Garten di Christiane F. e saltiamo sulla S-Bahn: la Stadtschnellbahn – ferrovia veloce urbana – che insieme alla U-Bahn – Untergrundbahn, la metro classica – ci porterà ovunque con la massima teutonica efficienza. Ed è subito gioia post-industrial: l’ostello in cui alloggeremo – l’ottimo A&O Berlin Mitte – sta nel cuore della Berlino Est, dove alle spalle di Alexanderplatz restano ancora fantasmi del passato, con le quadrate architetture DDR e i graffiti di edifici semi-distrutti, oltre alle tubature rosa di cui non ci sapemmo spiegare la funzione… li credevamo tubi per il trasporto di gas ma forse sono più semplicemente tubature per l’acqua.

Altra gioia, stavolta gastronomica e tutt’altro che locale, la scoperta di Dunkin’ Donuts, che ci accompagnera’ per tutte le colazioni berlinesi: catena americana di caffetteria & ciambelle (coloratissime e porcissime, dai mille gusti), mai vista in Italia (gli unici negozi, aperti alla stazione di Termini, han chiuso dopo il fallimento della societa’ che li gestiva).

Ci vediamo Alexanderplatz con la sua Torre della televisione e l’orologio astronomico, e ci dirigiamo verso la Museuminsel, l’isola dei musei sulla Sprea, un fantastico mondo parallelo fatto tutto di classicita’ e artisti di strada lungo il fiume. Un’atmosfera così equilibrata da sembrare fuori dal mondo, di certo non al centro di una metropoli…
Tra la vasta scelta di cose da vedere decidiamo di fidarci della fida Lonely Planet e scegliamo il Pergamonmuseum, che raccoglie una collezione di arte antica, orientale ed islamica e deve il suo nome alla monumentale ricostruzione – con parti originali – dell’altare di Pergamo, cui segue quella del mercato di Mileto e la meravigliosa porta della dea Ishtar di Babilonia. Passeggiata serale sulla Sprea, vaghiamo tra gli orsi e i radical chic del Berlinale – di cui finiremo per non riuscire a seguire nemmeno una proiezione, troppe folle – e ci spingiamo fino al Keller, fascinoso ristorante che fu casa di Bertold Brecht ed oggi è un localino piccolo e raccolto, con libri & bottiglie di vino qua e là. Neanche a dirlo, non trovammo posto e continuammo a vagare; complice la sveglia alle 4, quasi crolliamo dal sonno sul tavolo di un ristorante ristorante spagnolo…
Sabato 11 febbraio – Tra classici e squatter
Sabato esordiamo con la Berlino classica: Porta di Brandeburgo, Reichstag – purtroppo da fuori, non riuscimmo ad accaparrarci l’ingresso prenotabile solo on line data la piu’ totale latitanza delle decine di hotspot Internet millantati – Checkpoint Charlie, e la frazione del Muro piu’ triste, quella grigia conservata in originale della famigerata via Prinz-Albrecht, dove durante il nazismo sorgeva la sede delle SS e dove oggi ha sede la Topografia del Terrore, una vastissima esposizione di materiali sul periodo nazista. Poco lontano dal Muro incrociamo Trabant for Rent, che noleggia le mitiche Trabant di epoca DDR per tours berlinesi, e in una birreria  nei pressi di Friedrichstrasse incontriamo Chiara, che ci iniziera’ al nostro sabato alternativo berlinese.
Percorriamo tutta la East Side Gallery – la sezione piu’ lunga rimasta del muro, oggi resa la più grande galleria d’arte all’aperto dai graffiti di decine di autori – e dopo una bella scarpinata ci addentriamo tra le vie della zona squatter, dove nel week-end pare ci sia una festa in ogni casa occupata.
Aperitivo alla Kptn: minuscolo locale d’altri tempi, frequentatissimo dai ggiovani in orari pre-clubs, con tanto di sfasciata area calcetto con pareti scrostate, è qui che beviamo per la prima volta la Berliner Weisse, stravagante bibita che alla birra mischia lo sciroppo aromatizzato e diventa rossa (ai frutti di bosco) o verde (alla vaniglia).
Ci spostiamo in Oranienstrasse e la prima tappa è naturalmente la Tacheles, la mitica casa occupata da un collettivo di artisti che nel 1990 ne hanno fatto una galleria d’arte: vagabondando tra i vari piani graffitati ci imbattiamo in molti souvenir commerciali e qualche intuizione interessante, ma a colpire è soprattutto l’atmosfera rilassata dell’edificio, visibilmente underground ma frequentato anche da anziani signori e bambini al seguito. Ceniamo in un mediocrissimo thailandese di fronte – qui pullulano i ristoranti etnici – e il club designato per il sabato sera alternativo è lui, lo storico Kaffee Burger di Tor Strasse che 40 anni fa era frequentato da intellettuali e perseguitato dalla DDR e oggi è uno dei fulcri della night-life underground di Berlino. Un po’ atipica la serata, dedicata alla discoteca russa di Wladimir Kaminer: tra musiche e danze moscovite incontriamo di tutto, dai ragazzini berliner alle coppie russe in età, animate da scatenati ballerini con mustacchi.
Domenica 12 febbraio – Street life

Domenica partiamo con la Berliner Dom, il Duomo di Berlino, gioiello barocco che tutto sembra tranne che una cattedrale protestante e oltre alla cripta con le tombe degli Hohenzollern e all’organo monumentale – tra i più grandi d’Europa – dalla cima offre una fantastica panoramica di Berlino. Incappiamo nello Schinkel Museum e ci facciamo un ultimo giretto tra i monumenti, prima di dedicarci al kebab del mitico Mustafas Gemuse Kebap di Mehringdamm – tappa d’eccezione, in una Berlino dominata dai kebabbari a dal curry-wurst d’asporto, il wurstel di vitello a fettine inondato di salsa al pomodoro spruzzata di curry, è famosissimo e c’è coda a tutte le ore, complice la bontà degli ingredienti (per la prima volta mi son provata la feta sul kebab!), e ha anche un sito divertentissimo. Finiamo con un giretto al mercato delle pulci di Tiergarten, all’ombra della Charlottenburger Tor.Goodbye to Berlin: la prossima volta, saremo berliner e non turisti…
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A volte ritornano…

Che cosa ci fa su WordPress l’immagine di un dolce paesaggio provenzale che squarcia un muro della Berlino Est più post-industrial, con tanto di filo spinato?

Valcuvia Express rinasce su WordPress dalle ceneri di un blog su Splinder: un’araba fenice mutilata. Quattro anni di post, storie, personaggi e incontri 2.0 che a volte sono diventati amicizie reali o molto di più… quasi tutto perso con la chiusura di Splinder il 31 gennaio 2012. La sottoscritta, persa in mille casini tra Milano, san Donato Milanese e Rancio Valcuvia, non ha captato l’info – complice la scarsa comunicazione di Splinder, che ha incattivito molti utenti ormai ex – e si è ritrovata con un bel “Purtroppo non è stato trovato nessun documento con il testo indicato”. Nessuna migrazione più possibile. Dolente. In un altro periodo l’amarezza mi avrebbe inacidito ad uno stadio muriatico; oggi mi resta la malinconia per tutti i post cancellati: quelli brevi, cesellati con cura – piccoli lucernari di creatività – quelli intimisti, quelli di attualità, i post di viaggio, la mini serie sui premi Nobel della Letteratura. Inizia la caccia agli utenti amici: qualcuno l’ho già ritrovato, qualcun altro non mi resta che salutarlo da lontano, con un messaggio in bottiglia 2.0.

Ma che cosa c’entra, quindi, la Provenza con una Berlino filo-spinata?! Il vecchio blog si apriva con una home bucolica dove campeggiava uno scorcio di Valcuvia… e l’Express del titolo era un omaggio ai treni, il mio preferito mezzo di viaggio e punto di osservazione. Oggi, tante cose sono cambiate: il pendolarismo è un ricordo, in Valcuvia ci torno nel week-end, e le settimane di studio e lavoro a Milano mi hanno insegnato l’amore per il post-industrial.
Ho abitato nella periferia di Gratosoglio con Iginia, ai margini della Tangenziale Ovest, vissuto e lavorato nell’amata Bicocca post-industriale – tra torri di raffreddamento cristallizzate in uffici, carroponti, parchi che un tempo furono aree dismesse della Breda – oggi, ogni mattina, saluto l’alba che spunta dai palazzi del petrolio di Metanopoli.

Ma dietro tutto questo, c’è un sogno: l’eco-villaggio. Vivere in una comunità con un’anima eco-sostenibile e un’utopia sociale, un collettivismo che non vuole essere una “comune ideologica”, ma un gruppo di persone che crede in uno stile di vita semplice ed essenziale. Personalmente credo in poco o nulla, né nella politica, né nella religione, di certo non nel capitalismo: solo ripartendo dalla natura potremo – forse – salvare noi stessi dall’alienazione e il pianeta dalla distruzione. In Eco-villaggi, Martin Bang citando Ralf Gering parla di 3.985 comunità e 350.700 persone in tutto il mondo. Alla prima cena “eco-villaggistica” organizzata a Milano eravamo in 6. Time will tell…

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