Japan Rail Tour 2015 – tra Yin e Yang

E fu così che dopo il Capodanno valenciano, le sorelle rurali della Valcuvia decisero di dribblare anche le festività 2014/2015, stavolta con il primo viaggio intercontinentale: destinazione Giappone, a caccia di contrasti tra la spiritualità dei templi e la folle ipertecnologia nipponica. Budget totale per 14 giorni (incluso tutto, volo Milano Malpensa/Tokyo Narita, tutte le accomodation alcune in camerata, Japan Railway Pass): 1.750 euro.

Tokyo (23, 24, 25 dicembre 2014)

ShibuyaFinalmente, dopo più di 12 ore di volo e uno scalo a Vienna, atterriamo con un volo Austrian Airlines a Tokyo Narita, e corriamo subito ad accaparrarci il mitico Japan Railway Pass, prenotato mesi prima, e con il Narita Express in 80 minuti siamo a Shinjuku. E’ il primo impatto con le forsennate stazioni di Tokyo: Shinjuku è la stazione più frequentata del mondo, con 3,5 milioni di persone in transito, ed è un crocevia assolutamente immenso di gente che corre per ogni dove, tra centinaia di indicazioni e di linee della JR e della metro (anche l’ultimo giorno faremo fatica a districarci). Il quartiere di Shinjuku sarà la base per le nostre esplorazioni, in un Vintage Hotel ovviamente piazzato nella zona meno raccomandabile di tutte, Kabuki cho, il quartiere a luci rosse che si dice sia gestito dalla Yakuza, pieno di pachinko e locali notturni (per la cronaca, noi abbiamo avuto zero problemi). Qui andiamo subito a cozzare contro il lato più tamarro del Giappone, tra grattacieli, centri commerciali e mega-insegne pubblicitarie, il tutto corollato da luci al neon e suoni robotici, persino il verde dell’attraversamento pedonale è accompagnato da un cinguettio elettronico assolutamente improponibile!
Dedichiamo la giornata al cazzeggio: ciotola di ramen al bancone di un locale (qui ci accorgiamo subito di essere moolto lente a mangiare rispetto agli efficientissimi giappo, che giuriamo aver visto sbirciare l’orologio mentre eravamo al tavolo) e via, passeggio nella zona est di Shinjuku e poi visita alla zona ovest, quella dei grattacieli e dei palazzi governativi, dove saliremo al piano 45F del Tokyo Metropolitan Government Offices per ammirare la metropoli dall’alto: nuvole e grattacieli che si riflettono su altri grattacieli. Serata a Shibuya (vedi foto), il quartiere della movida, dove salutiamo la statua del cane Hachiko, visitiamo l’immane centro commerciale Shibuya 109 (dove nascerà la mania di mia sorella: il vestitino “vittoriano” delle lolite giapponesi, che però troveremo solo a Tokyo) non prima di esserci buttate all’attraversamento del famosissimo incrocio di Shibuya, “la mischia”, l’incrocio pedonale più trafficato al mondo, dove la gente attraversa a centinaia in tutte le direzioni riuscendo sempre a schivarsi. Cena con un sashimi mediocre, ci accorgiamo che il sushi non è ovunque e non è assolutamente il cibo più diffuso tra i giappo.
La mattina dopo si parte per Tsukiji, il mastodontico mercato ittico dove ogni giorno pare siano trasportate più di 2.400 tonnellate di pesce; andiamo con calma – d’inverno la famosissima quanto cruenta asta del maguro, dove di recente un tonno rosso di 342 chili è stato venduto per quasi 400mila dollari, è chiusa – e ci ritroviamo a vagare tra banchi di pesce freschissimo dribblando i pericolosissimi muletti del mercato, per poi mangiare in uno dei ristorantini del mercato, dove ci Santuario di Asakusamangiamo un chirashi paradisiaco. Svolta “spirituale” nel pomeriggio, con la visita al nostro primo vero e proprio tempio giappo importante, il Senso-ji di Asakusa, dove come tutti ci affumichiamo di incenso per ottenere la buona salute, in cambio di un’offerta consultiamo il nostro bigliettino della sorte (la mia, che sarà poi confermata a Nikko, è una “regular fortune”!) e ci diamo ai regalini nel Nakamise-dori, una strada tutta di bancarelle che porta dal portale Kaminari-mon al tempio vero e proprio. Come più intensamente a Kyoto, ci iniziamo a stupire per la commistione tra spiritualità e mondanità dei santuari nipponici: si va al tempio non solo per pregare ma anche comprare i dolcetti e i regali per gli amici, come in effetti si vede in manga tipo Proteggi la mia terra. Mordi e fuggi in altri due quartieri, con la passeggiata al parco Ueno-koen e una seratina al Pink Cow di Roppongi, “Californian café”, un po’ il locale radical chic della situazione, dove facciamo la conoscenza di baristi e clienti stranieri o mezzosangue, ma pochissimi veri giappo.
La mattina di Natale tuffo nel mondo degli anime con la visita al Museo Ghibli di Mitaka, tutto dedicato al mondo degli anime del maestro Miyazaki; i biglietti del museo vanno prenotati in anticipo decidendo già data e ora della visita, o comprandoli tramite agenzia (in Italia) oppure tramite uno dei terminali dei Lawson (come abbiamo fatto noi, bravissime ma aiutate da una commessa perché le scritte sono tutte in giappo!). Il museo, che raccoglie disegni tratti dai cartoni animati dello studio e ha una piccola sala di proiezione dove viene proiettato un corto di 20 minuti di Miyazaki, è carino anche se sinceramente mi aspettavo di più… punto forte per i bambini sicuramente il divertentissimo gattobus tratto dal cartone Il mio amico Totoro. Dal mondo della fantasia ci buttiamo nella follia iper-tecnologica della Eletric Town di Akihabara, Tokyo Towerche dopo la seconda guerra mondiale era diventata la zona del mercato nero di pezzi di radio ed oggi è una sequela infinita di centri commerciali che vendono videogiochi, manga e articoli per gli otaku (gli appassionati di manga giapponesi), vi si trova veramente di tutto e per tutti i gusti, senza farsi mancare una buona dose di erotismo (assurdo vedere riproduzioni di carri armati con sei collegiali discinte draiate sopra, supereroi crocifissi ma soprattutto che dire di Paperina in versione sexy vampira dark?!). Adiacente ad Akihabara c’è Jinbocho, un quartiere ben diverso, molto più “vintage”, dove si può spulciare tra gli scaffali di più di 100 librerie di libri usati. In serata mi dirigo da sola (mia sorella è in preda alla febbre e rientra alla base) verso la Tokyo Tower, dove faccio in tempo a vedere parte di un rito buddhista nello Zojo-ji e salgo (quasi) in cima alla Tokyo Tower, da cui di notte Tokyo è un meraviglioso tappeto di luci. Prima di ritornare a casa mi faccio un giretto nel Golden Gai: a due passi da Kabuki cho, è fatto da una serie di stradine dove si susseguono bar minuscoli, ciascuno dei quali può accogliere al massimo 4/5 persone (suggestivo ma anche un po’ “tourist trap”, visto che spesso il solo ingresso è di 1.000 yen! Oltretutto poco noto anche ai locali: la sera che siamo uscite con 2 ragazzi di Tokyo, nessuno di loro conosceva la zona, credendo che ci stessimo riferendo a “un tizio fatto d’oro” 😉 ).

Fuji-san (26 dicembre)
La mattina dopo partiamo verso il simbolo per eccellenza del Giappone: il Monte Fuji. D’inverno è impossibile scalarlo – del resto le rancesi in trasferta avevano tutt’altre intenzioni che scarpinare per 7 ore 🙂 – decidiamo invece di trascorrere un giorno alla stazione di Kawaguchi-ko, la quinta delle 10 stazioni per l’ascesa alla vetta. Arriviamo con la JR fino ad Otsuki, poi prendiamo  linea Fuji Kyuko, con un simpatico trenino con la faccia del Fuji che sorride Monte Fujiche ci porta fino a Kawaguchi-ko; qui abbiamo i primi incontri con le anime del luogo: il freddo (brrr…) e gli ottimi hoto, tagliolini in brodo simili ai ramen ma più spessi. Passiamo la giornata in relax, passeggiando lungo il lago e salendo sulla piattaforma panoramica del Fuji, premiandoci alla fine con un tè e dolcetti (dappertutto nei negozi troviamo biscotti, tortine e gadget di ogni genere con l’icona del mitico vulcano). Pernottiamo al K’s House Monte Fuji, ostello carino e molto economico ma davvero gelido… per scaldare la serata, non troviamo niente di meglio di un piccantissimo ristorante thai nei paraggi…

Nikko (27 dicembre)
Dal Fuji con una complessa serie di cambi arriviamo a Nikko, purtroppo già nel pomeriggio, quando le ombre iniziano a calare. Ma dopo essersi lasciati alle spalle il famoso ponte vermiglio Shinkyo, che rappresenta uno dei due serpenti con cui secondo la leggenda l’eremita fondatore di Nikko attraversò il fiume, ecco il santuario: attraverso la monumentale porta Yomeimon entriamo nel Toshogu, costruito nel 1636 in memoria dello shogun Ieyasu Tokugawa, un immenso parco dove una foresta di criptomerie incornicia più di una dozzina di edifici shintoisti e buddisti, dichiarati patrimonio dell’umanità, che fu definito “un’opera praticamente perfetta” dal Nikkofisico Richard Feynman, che apprezzò in particolare la simmetria di uno dei portali. Interessanti tra gli altri la pagoda a 5 piani, il luogo di sepoltura di Ieyasu e diversi dettagli artistici come:
le famose tre scimmie intagliate sulla sacra stalla, che rappresentano i tre principi del Buddhismo Tendai, ovvero “non sentire il male, non vedere il male, non parlare il male”
la scultura del “gatto dormiente”
il dipinto di akiryu (Drago che ruggisce) nella sala Yakushi-do, di cui i monaci danno anche una dimostrazione delle particolari proprietà acustiche battendo due bastoni di legno: quando i bastoni vengono battuti vicino alla bocca del drago, il suono sembra una specie di ruggito. Non ci accontentiamo della visita al parco e al calr delle tenebre andiamo alla ricerca dei “Bake jizo” (jizo fantasma): 70 statuette al di là del fiume, vicino al Kanmangafuchi Abyss, ciascuna addobbata con un berretto e un bavaglino rossi e che si dice si scambino di posizione non viste… in coerenza con la leggenda, non siamo riuscite a tenerne il conto, in compenso sceso il buio ci siamo perse l’un l’altra per un po’ nelle tenebre…
In serata ci fermiamo a mangiare all’Hippari dako, minuscolo localino ormai istituzione del luogo, la cui particolarità sono le migliaia di bigliettini attaccati su pareti e soffitto, lasciati dai viaggiatori da tutto il mondo che hanno voluto lasciare un segno del proprio passaggio; ceneremo a poco prezzo conoscendo un viaggiatore solitario messicano e io scoprirò l’opinabile gusto della yuba, pellicola di tofu ricavata dalla bollitura del latte di soia tipica di Nikko. Notte al Nikko Park Lodge Tobu Station.

Nagano (28-29 dicembre)
Saltiamo sullo shinkansen e dopo circa 3 ore e un paio di cambi arriviamo a Nagano, la regina deSnow Monkey Naganolle nevi, dove nel ’98 si sono svolte le XVIII Olimpiadi invernali. E’ tempo di trattarci bene: in città abbiamo prenotato una notte nella Kamesei Ryokan. La ryokan è la tipica locanda giapponese: tatami, futon, onsen, giardino giapponese, tutto è curato fino al minimo dettaglio. La nostra ryokan è gestita dal simpatico Tyler, altissimo americanone di Seattle, che insieme alla moglie giapponese ha salvato l’attività della famiglia di lei dalla chiusura e che ci vizierà con tè, biscottini e attenzioni, mentre noi ci scialliamo nell’onsen femminile (dove è abitudine immergersi completamente nude). Dato lo scarso budget decidiamo di non scegliere la cena in ryokan (esperienza da fare prima o poi però), e ci dirigiamo in un ristorantino vicino dove mangeremo il sushi più buono del viaggio dopo quello del mercato di Tokyo, e dove con la nostra pronuncia delle due parole giappo che conosciamo diventeremo lo zimbello del locale e del giapponesissimo chef. Il giorno dopo affrontiamo la neve e in bus ci dirigiamo verso il Jigokudani Wild Monkey Park, dove attraverso un sentiero nel bosco andiamo a fotografare i famosi macachi delle nevi: circa 200 scimmiette che passano tutta la loro giornata nelle onsen del parco, giocando e spulciandosi l’un l’altra… ma con un certo caratterino, visto che mia sorella, avvicinatasi troppo ad una di loro per una foto, si vedrà “schiaffeggiata” per benino.

Kyoto – Nara (30-31 dicembre, 1-2 gennaio)

img_0711E’ tempo di esplorare la dimensione spirituale del Giappone: sempre in treno raggiungiamo la mitica Kyoto, la città dai mille templi. Antichissima capitale per più di un millennio, dal 794 al 1868, Kyoto ha un patrimonio culturale ricchissimo, tanto da essere stata dichiarata sito protetto dall’Unesco.
Per prima cosa ci sistemiamo nell’ottima e organizzatissima Capsule Ryokan, nei pressi della stazione, spazio minimo massima tecnologia (dalla maxi-doccia all’ormai proverbiale futuristico WC giapponese).
Il primo tempio che visitiamo è il complesso di Nishi-Honganji e Higashi Honganji (rispettivamente il tempio occidentale e orientale del voto loriginale), a due passi dall’ostello, dove per la prima volta dei sardonici ragazzi visto il nostro aspetto occidentale ci fermano per farsi fotografare con noi (e chissà che cosa millanteranno…). E’ la volta del img_0741pezzo forte, il meraviglioso santuario shintoista di Fushimi Inari: raggiungibile con la JR direzione Nara (fermata Inari), è uno spettacolare snodarsi di torii vermigli che per 4 km si inerpicano sulla collina; è dedicato a Inarii, la dea del riso, per questo oltre alle grandi statue all’ingresso del santuario ci sono centinaia di statuette di volpi, messaggere della dea, che tengono in bocca una chiave (la chiave delle riserve di riso). Tantissimi i fedeli che salendo il percorso lasciano offerte, accendono candele oppure scrivendo la propria tavoletta ema. In serata ci diamo alla pazza gioia e ci regaliamo un menù al costosissimo Itoh Dining, dove con l’acquolina alla bocca mangeremo l’arcinoto manzo di Kobe.

Il giorno dopo si va verso la foresta di bambù di Arashiyama: suggestiva e molto delicata, niente a che vedere però con una foresta (la passeggiata è breve e i turisti troppi, merita però una visita). Poi il Kinkaku-ji, il tempio del padiglione d’oro, dove ammiriamo una pagoda di tre piani completamente ricoperta di oro puro che si specchia su un lago, e dove passeggiando nel giardino zen avverrà l’incontro più surreale di sempre, con un collega in viaggio con la fidanzata. Il momento è esilarante: io lo guardo, lui mi guarda, non ci salutiamo per qualche secondo colpiti dall’improbabilità della cosa… e il bello è che non è il primo incontro in terra nipponica, visto che nell’estate dello stesso anno altre due colleghe si sono incontrate nello stesso assurdo modo a Nikko.

In serata decidiamo di festeggiare il Capodanno alla giapponese e di metterci in fila ad un tempio per il tradizionale Hatsumōde, la prima visita dell’anno al tempio. L’attesa è lunghissima e dura ore, avevamo in previsione di incontrare conoscenti che in realtà non troveremo mai, in compenso dopo aver suonato la campana all’ingresso del santuario varcandone la soglia entriamo nel vivo della spiritualità giapponese… che non è affatto solo meditazione, silenzio e offerte, ma al contrario si compenetra strettamente con la vita quotidiana. Così capita di bruciare incensi e formulare preghiere al profumo delle frittelle, subito prima di comprare souvenir e regalini per gli amici alla bancarella accanto.

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Il 1 gennaio ci svegliamo tardi e avvolte da un’abbondante nevicata decidiamo di scattare qualche foto ai torii e ai templi della città innevati per poi rifugiarci in un centro commerciale, dove oltre allo shopping passeremo il pomeriggio come i teen-ager giappo, tra videogames e le famose purikura, cabine fotografiche che permettono di applicare filtri alle foto per farle diventare più attraenti, più divertenti, più trendy… o più occidentali, visto che oltre all’aggiunta di cuoricini e frasi stucchevoli una tra le modifiche più gettonate è l’ingrandimento degli occhi.

Il 2 gennaio gita a Nara, per visitare la famosa statua del Buddha gigante, custodita nel più grande edificio di legno al mondo, il Todai-ji. Il tempio è in realtà solo uno degli spettacolari monumenti del parco di Nara, dove dribblando tra i famosi belllissimi cervi in libertà (ce ne sono almeno 1.200 esemplari, tutti con le corna arrotondate, considerati sacri perché messaggeri dei kami) è possibile visitare anche il Giardino Usuien (giardino giapponese sull’acqua), il Kasuga Taisha e il Kofukuji. Qui per una volta cedo alle tentazioni e mi compro una bellissima vestaglia giapponese, fucsia con decorazioni di aironi.

Hiroshima – Isola di Miyajima (3-4 gennaio)
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Andiamo incontro alla storia scendendo con la JR in treno fino a Hiroshima. La città nel suo complesso è brutta, industriale, completamente ricostruita a palazzoni dopo la guerra, ma sono due gli elementi che ne legittimano ampiamentela visita: lo scheletro della Genbuku Dome, unico edificio sopravvissuto vicino all’ipocentro della bomba atomica (a soli 150 m), e il Museo della pace. Qui, in mezzo a giapponesi in lacrime, faremo fatica a trattenere le nostre: ad una contestualizzazione storica iniziale segue un percorso tutto dedicato alle vite delle vittime, quelle morte durante l’esplosione e quelle sopravvissute alla bomba che ne subirono le conseguenze solo dopo molti anni, come la piccola Sadako Sasaki, che morì di leucemia cercando di realizzare mille gru di carta, che secondo la leggenda le avrebbero permesso di esaudire un desiderio. Le più terribili sono state le storie degli studenti delle scuole: il 6 agosto 1945 era festività nazionale, e migliaia di img_1018studenti avevano raggiunta la città per dare una mano nei campi di lavoro. Molti di loro sarebbero tornati a casa solo per morire poco dopo.
Di fronte a Hiroshima sorge “l’isola in cui convivono uomini e dei”: l’isola di Miyajima – dove secondo la leggenda è vietato nascere e morire – è sacra dalla costruzione del santuario Itsukushima. E’ la porta di Ootorii – il famoso torii fluttuante, che con l’alta marea sembra fluttuare sulle onde – l’ingresso al santuario, che i visitatori esplorano camminando sopra le acque dell’oceano.

Tokyo (4-5 gennaio)
img_1056E’ tempo di tornare. Dopo un fantozziano viaggio in JR Hiroshima-Tokyo (non abbiamo prenotato i posti a sedere e stiamo in piedi per 4 ore pigiate come sardine, probabilmente mischiate ai pendolari che rientrano in metropoli la domenica sera) ritorniamo nella metropoli. L’ultima notte cogliamo l’occasione per dormire in un capsule-hotel, il Shinjuku Kuyakusho-mae Capsule Hotel: soluzione geniale per città con una densità abitativa a dir poco selvaggia, ospita i viaggiatori in veri e propri “loculi” ipertecnologici chiusi da una tendina, e qui incontriamo non solo viaggiatori zaino in spalla ma anche rispettabili sciure che si rifanno l’acconciatura nei bagni in comune (del resto si dice spesso anche che vengano utilizzati dagli impiegati reduci dagli straordinari, che abbiano perso l’ultimo treno per casa). L’ultima sera usciamo per la prima volta con due giapponesi conosciuti su Couchsurfing: il sito è pochissimo usato nel Paese, in cui gli stranieri difficilmente riescono a integrarsi davvero, in effetti entrambi i ragazzi hanno vissuto per un periodo di studio/lavoro in Canada e negli USA. E così, con una birra occidentale in un pub inglese nel cuore della giapponesissima Shinjuku, salutiamo un Paese che ti strega con le sue contraddizioni… ormai malate di mal di Giappone, sappiamo che torneremo, destinazione? Forse il Festival della neve di Sapporo

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Treno in partenza dal binario 5

stazione_desertaVorrei che tutti gli attimi fossero come ora, sospesi in un non luogo dove l’essere nessuno sfuma nell’ombra dell’indistinto. Non vedo, non sento, non parlo. Senziente ma non cosciente, vedo ma non afferro, ascolto ma non capisco, mi muovo a tentoni con un senso di perenne stupore che mi rende lenta, goffa, inadeguata all’esistere. Esisto in una forma che non ho scelto, meglio sarebbe forse fingere di plasmarne una, con un autocompiacimento unidimensionale che gira a vuoto ma – pare – dia una direzione. Capitombolo nel vuoto e mi involtolo nella fanghiglia del sottosuolo. Serro le mascelle, con determinazione: sono fatta dell’implosione dell’urlo cui vorrei dare forma.

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Dammi una consonante e ti dirò chi sei

Generazione YInsomma, alla fine anch’io farei parte della famosa generazione Y: i “Millennials” nati tra il 1980 e il 2001, cresciuti a pane e tecnologia, narcisi e disimpegnati socialmente, Peter Pan ma tolleranti e aperti alla diversità. E dire che mi ero convinta che i primi Y fossero nati dal 1986 in poi (in effetti l’anno spartiacque è oggetto di dibattito tra i demografi…), mentre io sarei stata tra gli ultimi della disillusa generazione X, scettica, grunge, apatica e diffidente verso le istituzioni… (ovviamente dovendo proprio scegliere mi sento molto più X che Y!)

Ora scopro su Internazionale che il Guardian ha inaugurato uno speciale proprio sulla generazione Y. Il primo articolo è dedicato ai film – rigorosamente anni ’90 – che hanno segnato gli Y: sui 25 film elencati, uno per ogni lettera dell’alfabeto, io ho visto solo questi 11. Urge un refresh identitario? 🙂

– Blair witch project
– Edward mani di forbice
– Ghost
– Independence day
– Jurassic Park
– The lion king
– Matrix
– Quentin Tarantino (in realtà sarebbe Pulp fiction 😉 )
– Titanic
– The vanishing
– X-Files

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Animali da (sotto)palcoscenico

carnet

carnet

E mi accorgo solo ora che su ValcuviaExpress non esiste ancora la categoria “teatro”. Ok, sto scrivendo molto meno rispetto a Splinder (da rimediare, avendo anche una bellissima tastiera per ipad da usare quando sono milanese), ma nemmeno una piccola recensione è grave!!!
Amo molto andare a teatro. Il fascino delle luci che si spengono, il sipario che si apre e un piccolo mondo che inizia ad animarsi, ad esistere ogni volta come se fosse la prima e ti fa scoprire un segreto, dal vivo gli attori sembrano sussurrarlo in un orecchio proprio a te, anche se è la centesima replica in un teatro sgangherato. A Milano ne ho girati parecchi (credo che la palma del più infrattato vada al teatro della Cooperativa, non a caso in Bicocca) e tutti grazie all’Invito a Teatro del Comune e alla mia amica S. che me l’ha fatto scoprire: con 76 euri si compra un carnet che contiene le proposte di 18 teatri milanesi, se ne possono scegliere 8 e se hai già usato la scheda di quel teatro hai comunque uno sconto su eventuali spettacoli successivi. Formula interessantissima e molto utile soprattutti per studenti / giovani che non hanno quei 20/30 euro da spendere per un biglietto a teatro (il costo rimane sempre uno dei limiti maggiori secondo me).

Per ora della stagione 2013/2014 ho visto 5 spettacoli su 8 (diciamo che finora me ne sono piaciuti 3 su 5):

“Alice Underground” al Teatro Elfo Puccini  di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
Versione fantasiosissima di Alice nel Paese delle meraviglie. Su un magnifico fondale, fatto di scenari onirici disegnati ad acquarello e animati dai due autori dello spettacolo, si muovono le vicende raccontate da Lewis Carroll: solo quattro attori per tutti gli stralunati personaggi del libro. E il fondale non è più fondale: Alice e i suoi amici saltano fuori da ogni improbabile pertugio e ci interagiscono, con divertente e infantile ironia. Ma una punta di inquietudine resta, per lo spettatore non più bambino che si lascia trascinare in questo mondo delirante…
Alice in Wonderland
“Sei personaggi in cerca d’autore” al Teatro Carcano di Giulio Bosetti
Sul palcoscenico – scarno, quasi nudo – ci sono sei attori vestiti di bianco, guidati dal loro regista: provano una commedia. Normale amministrazione, fino all’irrompere dei sei personaggi, inquietanti figure nerovestite che cercano di portare in scena la loro tragedia familiare… un classico, versione aderente al testo e mi è piaciuta molto (soprattutto la passionale e incazzata Figliastra).

“La cantatrice calva” al Teatro della Cooperativa di Eugène Ionesco
Si parte da un interno borghese, inglese, con coniugi molto inglesi in attesa di ricevere una visita di cortesia anche questa assai inglese… per poi degenerare in situazioni improponibili, identità e relazioni che forse non sono davvero quello che sembrano, in un gioco dell’assurdo coronato nel finale da botte e risposte nonsense. Esilarante, comico e divertentissimo.

“I giorni fragili di Adamo ed Eva” di e con Alberto Astorri e Paola Tintinelli
Che dire. Teatro sperimentale, Adamo ed Eva come metafora della vita coppia in un giardino dell’anima. Io non ho capito nulla dei criptici dialoghi tra i due…

“Coltelli nelle galline” al Teatro Litta di David Harrower
Letto alla Camus, secondo cui “il primo passo che si deve fare per mettere un po’ di ordine nel mondo è imparare a nominare bene le cose”, questo spettacolo ha un suo perché. La storia di una coppia di allevatori che vivono una vita primitiva ma – guarda un po’ – la moglie inizia a porsi delle domande sulla vita, fino all’incontro con l’ambiguo mugnaio Gilbert, a partire dal quale la donna inizierà un percorso di crescita e di auto-consapevolezza basato proprio sulla scrittura… Che dire. Io l’ho capito poco, e i dialoghi molto “rarefatti” ancor meno. Bisogna dire che era anche molto lento, e che ho visto diverse persone dormire in sala 🙂

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Intra-Terrestrial Communication

World Press Photo 2014 Non la capivo. Vista di sfuggita pensavo ad accendini, concerti sulla spiaggia, richiami alieni. Invece la realtà è molto più cruda e molto meno “romantica”: la World Press Photo 2014 ritrae degli emigrati africani che, sulle coste del Gibuti, cercano il segnale dalla vicina Somalia, per poter contattare i propri cari. Ci saranno riusciti?

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Nochevieja en camino… alcohólico

Del come due oscuri individui silvani partirono per rubare il Sacro Graal e lo scambiarono per una copa de vino rosado

IMG_4649La Svizzera non è solo franchi, cioccolatini e orologi. A volte piovono anche buoni viaggio da mille franchi, e c’è chi corre a spenderli: meta Valencia, per un Capodanno al caldo e lontano da “Ma tu cosa fai a…?”.

Partiamo venerdì 27 dicembre dall’aeroporto di Lugano (perché esiste: ci sono tanti graziosi aeroplanini ad elica, hostess rilassate e solo voli interni), il volo della Swiss Air atterra a Valencia in serata dopo scalo a Zurigo, perdonabile per i cioccolatini avuti in regalo 😉
Valencia è il punto di partenza del Camino de Santiago di Levante, e ce ne accorgiamo subito: incautamente per trovare l’hotel (questo qui) mi fido del tag su Maps, che lo segnalava dalle parti della fermata della verde Marìtim-Serrerìa. Fu così che scendemmo ad una stazione lontana dall’hotel, tra qualche brutto ceffo e molti scricchiolii di valigie, per poi darci alle tapas in una taberna appena di fronte…

Come a Barcellona, conosciamo e usciamo con un sacco di italiani: non in ostello stavolta – quello di Barcellona rimarrà sempre “l’ostello dei destini incrociati”, con incontri casuali di siculi, uno dei quali si rivelerà parente alla lontana di un ragazzo di Viggiù arrivato di lì a poco dal Camino – ma su Couchsurfing.it. Io l’ho scoperto da poco, l’idea èPlaza de l'Ajuntament potente: viaggiare facendosi ospitare e offrendo ospitalità a propria volta… ma ci si contatta anche semplicemente per uscire e scoprire le città, magari in compagnia di gente del posto. Di valenciani però ne abbiamo conosciuto solo uno: Natale e Capodanno sono “feste in famiglia”, gli studenti dalle città universitarie tornano a casa, e non abbiamo avuto grandi contatti. Attivissimi in compenso gli italiani: serate alcoliche assicurate, e il Capodanno lo abbiamo passato a cena con abruzzesi, brindando in Plaza de l’Ayuntamento e tra i locali vari tra Plaza del Tossal e la zona universitaria.
Unica pecca, esserci dimenticate l’uva comprata al Mercado Central, per il rito dell’uva: a Capodanno, allo scoccare di mezzanotte, la tradizione vuole che si mangino 12 chicchi d’uva, uno per ciascun rintocco… e se si riesce a mangiarli tutti entro la fine dei rintocchi, la fortuna per l’anno nuovo è certa 🙂

Di Valencia ho amato molto la varietà dei luoghi: si può visitare tranquillamente in tre giorni, ma prendendosela comoda ci si può sintonizzare sui placidi ritmi valenciani…

Ciudad de las artes y la ciencias

Valencia - Ciudad de las Artes y las cienciasLa Città delle Arti e delle Scienze è una vera e propria “città nella città” in stile contemporaneo; progettata da Santiago Calatrava, è un esempio di “architettura organica” (mi ha ricordato un po’ un Gaudì iper-moderno), che raccoglie 5 diversi edifici dedicati all’arte e alla scienza:  il Palau de les Arts Reina Sofia, l’Hemisferic, l’Umbracle, il Museo delle scienze Principe Felipe, l’Oceanografic. Con un biglietto cumulativo abbastanza salato (25 euro per studenti!) ci siamo visti l’Oceanografic, l’acquario più grande d’Europa – molto bello con grande varietà di ambienti, dalle vasche con la fauna mediterranea, al tunnel di 20 m con gli squali, all’area umida con uccelli e anfibi, al dolphinarium con gli spettacoli – e una proiezione sulle costellazioni del cielo invernale all’Hemisferic,  cinema IMAX con la forma di un gigantesco occhio umano e un suggestivo schermo a cupola stile planetario.
Il valenciano che abbiamo conosciuto ce lo ha presentata come un esempio di speculazione edilizia, a me invece è piaciuta moltissimo, complice l’integrazione delle strutture con aree d’acqua… come delle cupole biomeccaniche che spuntano da Atlantide!!!

Il centro storico

Valencia - Plaza de la VirgenValencia, città fondata nel 138 a.C. dai Romani, ancora mantiene le vestigia delle sue antiche origini: sul luogo dove era stato costruito il Foro oggi sorge la Almoina, museo (gratis la domenica!) dove è possibile percorrere gli scavi della Valentia romana, passeggiando tra il Foro e le antiche terme. Appena dietro le due piazze più importanti e caratteristiche: Plaza de la Virgen e Plaza de la Reina, con il complesso della famosa Cattedrale che si affaccia su entrambe le piazze con un volto diverso (gotico, barocco e romanico); entrando nella Cappella del Sacro Graal è facile incontrare alti prelati o semplici curiosi in contemplazione di quello che si ritiene il calice usato da Gesù nell’Ultima Cena. Immancabile la salita sul Miguelete, il campanile gotico con i suoi 207 gradini, e un’orchata tipica all’Orchateria El Siglo.

Più a Sud troviamo il famoso Mercado Central, tutto in stile modernista, dove abbiamo comprato uva ma anche scovato un’interessante bancValencia - Mercado Centralarella di trappiste belghe, e di fronte la raffinatissima Lonja de la Seda, edificio del XV secolo in stile gotico civile, dove aveva luogo il mercato della seta e che è stato dichiarato patrimonio culturale dell’UNESCO.
Ancora più a sud, la piazza più grande e più frequentata: su Plaza de l’Ajuntamento, cuore pulsante della città, si affacciano il Municipio del XX secolo, ispirato allo stile barocco, e molti pregevoli palazzi. Alle spalle della piazza, la Estacion del Norte in stile modernista, e Plaza de los Toros, nel cui anfiteatro purtroppo ancora oggi si svolgono le corride. Al di là dei luoghi turistici più interessanti, passeggiare nel centro significa imbattersi continuamente in bellissimi palazzi stile liberty, che fanno di Valencia un vero gioiellino aggraziato.

Tra spiagge e giardini

Valencia - Plaza de la MalvarrosaNon si può andare a Valencia senza fare un salto sulla spiaggia de La Malvarrosa: enorme, con sabbia fine, è frequentata anche d’inverno e sul lungomare ci sono diversi ristoranti dove assaggiare la famosa paella valenciana e i locali frequentati d’estate…
Tutto intorno al centro, invece, è bello passeggiare nei Giardini del Turìa, sorti sul letto di un fiume prosciugato: con i loro 9 km, sono un eden per ciclisti e atleti della domenica, ma anche per gli innamorati in cerca di tranquillità.

Il nostro viaggio si conlcude con una gita in giornata ad Alicante, che ammiriamo dal Castillo di Santa Barbara: ¡Hasta pronto Valencia!, chissà, forse ci rivedremo un’estate….

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Good News per i lettori. O no?

topo di bibliotecaE così un articolo collegato alla Legge di Stabilità sembra pensare anche a noi topi di biblioteca: la nuova norma, infatti, prevede dal prossimo triennio la detrazione fiscale del 19% delle spese documentate sostenute nell’anno solare per l’acquisto di libri, purché dotati di ISBN. Non solo per i libri di scuola: il tetto massimo detraibile è di duemila euro, mille destinate ai libri di testo (scuola o università), mille per gli altri libri.

Un segnale positivo per la promozione del libro in un Paese di non-lettori, in cui il mercato librario va sempre peggio (secondo i dati Nielsen, si parla di un calo del 14% negli ultimi due anni), purtroppo però c’è una postilla: la norma vale solo per i libri cartacei, sono esclusi tutti gli e-book. Quindi, è tagliata fuori l’unica fetta di mercato in promettente espansione, espansione certo molto più lenta in Italia che nel resto del mondo, ma che ha visto in ogni caso crescere i lettori digitali del 45,5% dal 2011 al 2012. Alla fine di dicembre 2011 il mercato contava 19.884 titoli, a giugno 2012 erano diventati 31.615 e a settembre sono passati a 37.662.

Una mazzata che si aggiunge al già alto prezzo degli e-book: personalmente possiedo un Ipad, e trovo veramente eccessivo che sullo store on line l’ultimo libro di Camilleri costi ben 8,99 euro… cioè soli 4 euro in meno rispetto al libro di carta!!! Colpa anche dell’IVA sugli e-book, pari al 22% contro il 4% dei libri di carta, e qui la colpa non è solo del nostro Paese: a inizio anno, infatti, Francia e Lussemburgo sono state deferite dalla Corte di Giustizia dell’UE per aver ridotto l’IVA sugli e-book. Motivo? Una decisione del genere altererebbe le regole della concorrenza all’interno dell’Unione, visto che il consumatore digitale può scegliere il Paese in cui comprare il proprio libro e avvantaggiarsi di un’eventuale differenza delle aliquote (tra l’altro punto del tutto opinabile visto che in realtà esistono delle sovrattasse per le transazioni inter-Country…)

Decisioni quasi suicide… vedremo se almeno la concorrenza digitale riuscirà a fare la sua parte nel match. Anche se il mondo del libro è un mondo delicato e del tutto particolare: i famosi “forti lettori” continueranno ad esserlo al di là di detrazioni o aliquote, mentre i “non- lettori”, probabilmente, resteranno indifferenti alla querelle…

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Il finale segreto di Hanging Rock

Hanging Rock

Hanging Rock

«C’è un tempo e un luogo perché qualsiasi cosa abbia principio e fine…»

E fu così che in un solitario venerdì sera autunnale mi accinsi a vedere il classico di Peter Weir… ne avevo visto solo la seconda parte, distrattamente, in qualche mattinata di liceo, ma non mi ricordavo quasi nulla.
La storia è nota: in un pomeriggio del giorno di San Valentino del 1900, le studentesse del rigido collegio vittoriano Appleyard vanno a fare un picnic ai piedi della Hanging Rock. Quattro ragazze – Miranda, Marion, Irma, Edith – si allontanano per vedere più da vicino le rocce. Una di loro tornerà in preda ad un attacco isterico; un’altra verrà misteriosamente ritrovata giorni dopo; le altre due, scompariranno per sempre. E con loro, anche l’insegnante di matematica.

Il film è bellissimo: elegante, misterioso, racconta l’eterno conflitto tra natura e cultura, tra la rigida morale vittoriana e la selvaggia terra australiana, con immagini a tratti primordiali, quando vedi la millenaria Rocca che incombe, a tratti mistiche, sui primi piani della bellissima e delicata Miranda (“un dipinto di Botticelli”, secondo la sua insegnante), ma è anche un misterioso giallo farcito di episodi inquietanti, come il suicidio della povera orfana Sara, la cui scomparsa sarà inizialmente nascosta dalla direttrice.

Il mistero della scomparsa delle ragazze non verrà mai svelato… così come non era stato risolto dal romanzo della scrittrice australiana Joan Lindsay, da cui è tratto. E di qui, decine di supposizioni: le ragazze hanno approfittato dalla gita per scappare da una vita soffocante, magari con dei ragazzi? Nessuno lo saprà mai, si pensava. E invece, grazie a Termometro Politico scopro che esiste un capitolo finale segreto, eliminato dall’editore e che la Lindsay avrebbe consegnato al suo agente letterario, con la promessa di non rivelarlo fino alla sua morte.

E allora, qual è il finale? Lo trovate qui, anche in italiano. Ma devo ammettere che mi ha deluso. Ci sono finali segreti che dovrebbero rimanere tali. Scritto benissimo, comunque etereo e misterioso, ok, in piena sintonia con l’anima del romanzo prima e del film poi, ma… forse avrei preferito non leggerlo! Vi avviso… 😉

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Porto intorno (peri’ fero, a Classe di Ravenna)

Classe di RavennaMemoria di stelle fuori luogo. Nuvole di plastica sopra la tettoia, dietro i cassonetti, tra le ruote delle bici che corrono verso la fermata deserta. “Lo sai chiudere un occhio solo?”

Bus 4. Gomme che corrono verso un cielo di sangue. “Al mio paese non c’erano quasi case, solo campo, e al tramonto c’era un sole enorme… Si camminava avanti, e sembrava di entrarci dentro…” “Qual e’ il suo paese signora?” “Matera. Lei di dov’e’?” “Di Milano. Di Varese. (Di nessuna parte)…”

C’e’ una sola periferia, e’ li’ che s’appende tutto il cuore del mondo.

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Switz Tour – alla ricerca della Fée Verte

GruyèreSi dice che la fatina verde, idolo dei maudit nei bistrot della Parigi degli artisti, descritta da Wilde e revival mondano a Praga, abbia ben più rustiche origini: inventata in una remota valle svizzera da un Pierre Ordinaire – medico qualsiasi – e da due tenaci e sfortunate sorelle, fino a conquistare il mondo. Fu così che due oscuri individui della Valcuvia decisero di andare a verificare, in uno Switz Tour tra Cantoni che partendo da Gruyère finiva per approdare sulle sponde del Limmat di Zurigo, tra i colori di Chagall…

Gruyère: un mostro striscia nell’idillio alpino

H.R. Giger Museum a Gruyère

H.R. Giger Museum a Gruyère

Un minuscolo paesino alpino, mucche al pascolo sui prati verdi, un castello medievale sulla collina, panna e formaggi tipici, trattorie con gente cordiale. E’ proprio nel cuore della Svizzera francese, in un idillio da cartolina, che si cela un inquietante mostro: è a Gruyère, infatti, che ha sede il Museo H.R. Giger, dedicato all’artista svizzero che ha disegnato Alien insieme a Carlo Rambaldi. Il Museo, cui si arriva salendo la strada che porta al castello, è un delirio post-industrial, appendice della mano inquietante di un Gaudì bio-meccanico: nei bozzetti della creatura, come negli altri lavori e nella sua stessa collezione di arte privata, balena la fusione della natura con la tecnologia industriale, disarmonica e disturbante. Qua e là, simboli e riferimenti esoterici e satanici.
Pieni di inquietudine ma ispirati da molte idee, non si può che concludere la giornata al Giger Bar di fronte, disegnato dallo stesso Giger e con suggestivi soffitti a colonna vertebrale e con i classici tavoli scheletrici, dove gustare un Alien Coffee con un ottimo Grand Gruyèere (liquore) e il primo assaggio di quello che diventerà la droga dello Switz Tour: le meringhe con la doppia crema della Gruyère!!! Un altro Giger Bar esiste anche a Coira – sempre il solito neo: chiudono alle 20.30 di sera! – mentre un altro fu inaugurato a Tokyo, per poi essere chiuso dopo un omicidio (del resto, era frequentato dalla yakuza…). Cenetta formaggi & salumi allo Chalet di Gruyère, nanna all’Hotel des Alpes di Bulle, la città dei treni.
Di buon mattino, si sale al Castello di Gruyère: infeudato dai Conti di Gruyèere – il cui stemma araldico era proprio la gru in campo rosso, di qui il nome della regione – fu costruito a partire dalla fine del XI secolo, per poi essere ceduto per bancarotta a Berna e Friburgo nel XVI. Notevoli, oltre alle sale con gli arredi delle varie epoche, la surreale collezione di arte fantastica e il bel giardino alla francese.

Neuchatel, tra comuni libere fantasma e re(g)ali soup all’onion

NeuchatelA meno di un’ottantina di chilometri dalla bucolica Gruyère, ci attende Neuchatel: cittadina sulle sponde del lago omonimo, ben più grande – i “Neocastellani” suoi abitanti sono ben più di 30 mila – ha un’anima molto più francese. Non pernottiamo a Neuchatel ma ci fermiamo a Chez-le-Bart, dove una simpatica vecchietta vedova affitta una camera nella sua casetta sul lago, insieme alla fedelissima cagnetta.

Da vedere a Neuchatel il castello, la collegiata, le vie con le colonne colorate, ma “lo spirito del luogo” non ci ha fatto impazzire: anche le tre vie della fantomatica Comune libera di Neuchatel non hanno nulla di speciale, se non locali, parrucchieri low cost e negozietti. Ben più emozionante il pranzo in una brasserie, dove rifugiandoci dall’acquazzone riuscimmo a ritrovare, dopo quasi ben 5 anni (la primizia era stata sull’Isle de la Cité a Parigi), la deliziosa soup a l’onion…


Val di Travers – Nel nome della Fée Verte

traversIn un piovoso venerdì di inizio maggio, l’avventura inizia: corriamo nei boschi ad inseguire la fatina verde nella Val di Travers.  Boscosa valle di abeti e miniere, ha una storica industria orologiera e una ancor più famosa tradizione nell’arte della produzione dello spumante e dell’assenzio; qui, in una valle vicina, c’è la famigerata “Brévine” (brrr…il nome è significativo…): il comune più freddo della svizzera, è chiamato anche “la Siberia della Svizzera”!!!

Prima tappa dei due indomiti viaggiatori fu Motiers, il capoluogo del distretto, dove Rousseau andò a vivere per tre anni – dal 1762 al 1765 – esiliato dal Parlamento di Parigi dopo la pubblicazione dell’Emilio, e che qui iniziò a scrivere le sue Confessioni… forse spinto dalla estrema tranquillità del paese, che comunque finì per cacciarlo. Di lui oggi resta la casa-museo a lui dedicata, mentre la battaglia politica è oggi in mano a ben più aggressivi – e autorevoli – personaggi: Savoir Ecouter, chi ha orecchie per intendere intenda…..
Non riusciamo ad introdurci nel monastero benedettino di S. Pierre, per degustare il famoso spumante, iniziamo però gli assaggi con un bicchiere di assenzio (ghiacciato e non di qualità, si rivelerà un pallido surrogato rispetto a quello che incontreremo poi…) e andiamo ad esplorare le miniere di asfalto vicino a La Presta, in una simpatica visita guidata in coda ad una scolaresca francofona. Scoperto da un professore greco, il calcare bituminoso di Travers fu inizialmente usato in medicina e poi per scopi commerciali, raggiungendo l’apice del successo con l’acquisizione della miniera da parte di Suchard, imprenditore del cioccolato, che lo esportò nel mondo; fu poi sostituitonel XX secolo dall’asfalto chimico derivato dal petrolio, più economico. Oggi si può visitare la miniera superiore, non allagata, e vedere in che condizioni lavoravano gli operai delle miniere.

absinthNuova tappa a Moitiers, e qui l’incontro con la fatina è inaspettato e fiabesco: in un negozietto in cui evitiamo di entrare diverse volte, proprio perché sembrava troppo commerciale con i suoi alambicchi in vetrina, lì la troviamo e ne veniamo a conoscere – ed assaggiare – le modalità di distillazione, ancora oggi in grossi alambicchi artigianali.
Sembra che in Val de Travers già da diversi secoli la gente fosse solita preparare un elisir distillando artemisia absinthum, semi d’anice verde, melissa e diverse altre piante medicamentose, ritenendolo una panacea per tutti i mali. Solo nel 1792 il dottor Pierre Ordinaire, medico francese esiliato in Svizzera scoprì questo tradizionale tonico locale e lo modificò leggermente rendendolo ufficialmente “curativo”. Alla sua morte la ricetta passò alle sorelle Henriod di Couvet (Val de Travers), che tentarono invano di commercializzare in modo sistematico l’elisir di Ordinaire. La ricetta venne quindi ceduta al Maggiore Dubied che in breve aprì la primissima piccola distilleria artigianale dell’Extrait d’Absinthe con il suo genero, Henri Louis Pernod: è l’inizio del successo commerciale dell’assenzio, fino alla messa al bando nel 1910, sotto le pressioni dell’industria birraria e vinicola. La simpatica venditrice di Motiers ci ha spiegato che proprio la clandestinità portò alla creazione della versione verde dell’assenzio, quella a più alta gradazione ed anche la mia preferita (quella originale, infatti, è trasparente): durante quegli anni i fumi degli alambicchi delle distillerie clandestine erano pericolosissimi, perciò si iniziò a produrre assenzio anche per macerazione delle piante, in grossi recipienti, che producevano un liquore più scuro.
Il modo genuino di bere l’assenzio non ha nulla a che vedere con le immagini dei maudit: il giusto mix di acqua ghiacciata, ed è pronto. Nessun flambé, zucchero e tantomeno ghiaccio: la fatina si arrabbierebbe, e i vostri sonni non sarebbero più tranquilli…

Berna – tra orsetti e federazione

al Barengraben

al Barengraben

A vele spiegate, ci lanciamo verso la Capitale. Simbolo di unità di lingue e culture – il motto della Svizzera, scritto anche sulla cupola del Parlamento Federale, è proprio “Uno per tutti, tutti per uno” – è anche un armonico mix di antico e moderno: nel centro storico medievale, dichiarato patrimonio dall’UNESCO, accanto alle vestigia medievali batte il cuore istituzionale e modaiolo della Svizzera. Passeggiare nel centro significa attardarsi sotto lo Zytglogge, la torre dell’orologio astronomico, in attesa dello scoccare dell’ora accompagnata dal carillon meccanico (un po’ deludente… se sei abituato a Praga), guardare le vetrine della barocca Kramgasse tra i palazzi tutti addobbati dalle bandiere dei Cantoni e le fontane, visitare la Cattedrale quattrocentesca, passeggiare sulla riva dell’Aare e ridiventare bambini al famoso Barengraben, la fossa degli orsetti. L’orso è da sempre il vero simbolo di Berna: narra la leggenda che il fondatore della città, il duca Berchtold V von Zahringen, diede il nome alla città dopo aver catturato un orso, proprio nel punto in cui sorge oggi Berna (da Bar); oggi frotte di famiglie con bimbi e coppie di fidanzati si inteneriscono di fronte alle peripezie dei quattro orsi, tra arrampicate sugli alberi e giochetti acquatici nel laghetto. Il nostro ostello – l’ottimo Landhaus Bern – era proprio lì dietro, comodissimo con le camerate da sei in realtà suddivise in loggette da due con letto a castello.
Concludiamo la giornata con un’interessante – e assai salassante! – visita alla mostra Qin al Kunstmuseum, dove apprendiamo la storia dell’imperatore che unificò la Cina e ammiriamo alcuni dei famosi guerrieri di terracotta.

I colori di Zurigo

ZurigoArriviamo al culmine del nostro viaggio con l’arrivo della mia intrepida sorellina, che pur non facendo il ponte del primo maggio – da ligia lavoratrice elvetica – non si volle sottrarre il piacere di perdersi nel mondo onirico e colorato di Chagall, in mostra alla Kunsthaus, tra rimembranze dell’est – Chagall infatti era originario di Vicebsk in Bielorussia, che racconta con nostalgia in molte sue opere – e infiniti colori, materializzati su tela da una sensibilità inquieta e anti-convenzionale che ai suoi tempi non fu mai del tutto compresa.
La giornata si chiude con un aperitivo sull’azzurro del Limmat, nell’atmosfera rilassata delle domeniche sul lago di Zurigo, tra le strade con alberelli fioriti di rosa.

La fata verde si è svelata: chissà che anche elvetiche ondine non abbiano a irretirci in nuove avventure…

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